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TRAGICOMMEDIA

La lezione dell'anno precedente non basta e il Napoli riparte nella confusione totale. La squadra viene affidata prima a Borel, poi a De Manes, infine a Mosele, ma il risultato non cambia. La commedia degli orrori continua con l'affidamento dei pieni poteri societari al Presidente della Salernitana, diretta rivale dei partenopei, Domenico Mattioli!

Se la tifoseria sperava che la retrocessione dell'anno prima potesse spingere i vertici societari a fare chiarezza e a varare un piano di rinascita, in grado di riportare il Napoli agli antichi splendori, il successivo torneo cadetto si incaricò di smentire l'assunto di partenza. La diarchia Musollino-Scuotto ormai era chiaramente nel pallone. La campagna di rafforzamento vide arrivare l'attaccante Brighenti dal Genoa, due ex campioni d'Italia con la Roma, Cappellini e Jacobini, l'ala Rosignoli, l'ex laziale Manola e un ex nazionale croato, Ivo Suprina, mentre gli altri reparti rimanevano in pratica inalterati. Se sulla carta, l'attacco, soprattutto in considerazione dell'innesto di un bomber come Brighenti, sembrava il punto forte della squadra, sul campo questa impressione fu clamorosamente smentita dalla scarsa resa del reparto offensivo, capace di segnare nel corso dell'annata solo 43 reti, la metà di quelle messe a segno dal Como capolista. Lo scarso rendimento offensivo vanificò così la tenuta del reparto arretrato, che a sua volta fu il secondo della categoria e fece sì che il Napoli si piazzasse solo al quinto posto, insieme al Brescia. Se nelle prime tredici giornate, i partenopei avevano retto il ritmo delle prime, il primo campanello di allarme era arrivato già nel turno successivo, allorchè lo scontro diretto col Vicenza, era stato agevolmente vinto dai veneti. Le successive tre partite, avevano confermato il momento difficile degli azzurri, portando nel carniere del Napoli solo il misero punto derivante dal pareggio interno col Parma. Ben presto era diventata evidente la cruda realtà: il Napoli non era in grado di reggere il passo delle squadre più forti e neanche l'avvicendamento sulla panchina di tre allenatori (prima Borel, poi De Manes, infine Mosele) era servito a colmare il gap che avrebbe infine costretto la squadra campana a rimandare l'appuntamento col ritorno nella massima serie. Ma se sul campo le cose andavano male, la società ci metteva molto di suo, se solo si pensa che ad un certo punto della stagione Musollino e Scuotto pensarono bene di risolvere la crisi tecnica affidando i pieni poteri a Domenico Mattioli, che era Presidente della Salernitana, cioè di una delle dirette rivali del Napoli!

RITORNA IL SERENO

Musollino decide di fare chiarezza e chiama il grande Eraldo Monzeglio, che era stato l'artefice del miracolo targato Pro Sesto l'anno prima, ponendo le basi per la rinascita. La mano ferma del tecnico e la sua capacita di gestire l'ambiente portano i frutti sperati e il Napoli riprende il suo posto tra le grandi, nonostante un inizio non proprio esaltante.

Dopo una annata così negativa, sembrava ormai necessario fare chiarezza, a livello tecnico e societario. Musollino decise perciò di prendere con decisione il timone e di affidare le sorti tecniche della squadra ad una personalità in grado di reggere alle continue tensioni di un ambiente vulcanico e sregolato come quello napoletano. La scelta cadde sul grande Eraldo Monzeglio, che nell'anno precedente aveva portato una squadretta come la Pro Sesto nelle parti alte della classifica della serie B, costituendo la più fragorosa sorpresa della stagione. La campagna di rafforzamento vide arrivare giocatori solidi come il centromediano Todeschini dalla Lazio, il mediano Dagianti dalla Salernitana, l'interno De Andreis sempre dalla Lazio, l'attaccante Morgia dall'Avellino e altri buoni mestieranti che, se non potevano certo far sognare la tifoseria, davano al nuovo allenatore delle garanzie sul piano della solidità d'insieme, che era in fondo la migliore garanzia in un torneo difficile come quello cadetto. I risultati stavolta furono quelli sperati. Il Napoli partì subito forte rifilando quattro reti alla Pro Sesto, per poi pareggiare ad Alessandria. Battuto il Prato, arrivò la prima sconfitta dell'anno, ad Udine, in una partita che però confermò la forza del complesso. Il successivo pareggio a reti bianche di Modena, fu quindi seguito dalle vittorie casalinghe col Taranto e col Pisa. La seconda sconfitta dell'anno arrivò a Ferrara, ma le nubi che sembravano addensarsi furono sgombrate dalla robusta vittoria di Legnano. Incredibilmente arrivò a questo punto la sconfitta casalinga con lo Spezia, un 1-5 che seminò forti dubbi nell'ambiente, anche perchè due giornate dopo arrivò una nuova battuta di arresto a Empoli. Il vertice della classifica sembrò ulteriormente allontanarsi dopo il pareggio di Reggio Emilia e quelli a reti bianche con il Livorno e il Siracusa, ma da questo momento la squadra di Monzeglio cambiò marcia, vincendo quattro partite consecutive che la riportarono nel gruppone delle prime. La sconfitta di Vicenza fu neutralizzata dalle vittorie di Catania e Sesto. Un 4-0 all'Alessandria, confermò l'ottimo momento di forma dei partenopei che però caddero sul campo di Prato, proprio nella giornata precedente al big match con l'Udinese. La partita con i friulani fu vinta con molta sofferenza, grazie a De Andreis e questa partita fu il vero e proprio spartiacque nel torneo del Napoli. Alla ventinovesima partita, finalmente, la squadra di Monzeglio riuscì a portarsi al secondo posto, per effetto della vittoria sulla Spal. L'unica sconfitta da questo momento, fu quella di Livorno, che però non influì sulle sorti del Napoli, capace alla trentanovesima e alla quarantesima giornata di vincere largamente sui campi di Brescia e Fanfulla. La promozione matematica avvenne alla penultima giornata, grazie alla vittoria di misura sul Vicenza, col quale la squadra partenopea riprendeva il suo posto nella crema del calcio italiano.

IL RITORNO DI LAURO

Sembra l'inizio di un nuovo ciclo, ma Musollino muore. La diarchia Scuotto-Cuomo precipita il Napoli nella confusione, sino a che non ritorna il vulcanico Achille Lauro, sopravvissuto alla fine del fascismo. Con il Comandante alla guida della società, il Napoli inizia una nuova era, simboleggiata dal clamoroso acquisto del grande Jeppson dall'Atalanta.

Il ritorno in serie A poteva essere considerato come un nuovo inizio per il Napoli. I vertici societari naturalmente provvidero a confermare Monzeglio, mentre la campagna acquisti faceva registrare un colpo clamoroso, l'arrivo del grande Amadei dall'Inter. Oltre al Fornaretto, arrivavano ad indossare la maglia del Napoli il forte portiere Casari, prelevato dall'Atalanta ove si era segnalato come uno dei portieri più affidabili del nostro massimo campionato, il vecchio, ma sempre valido Remondini, il "giocatore al sangue" decantanto da Bruno Roghi, che prometteva di innervare col suo agonismo estremo la retroguardia, il forte interno Formentin dal Genoa, più una serie di ottimi comprimari come Masoni e Granata dalla Cremonese e Bacchetti dal Brescia, che consentivano a Monzeglio di avere a disposizione una rosa in grado di attutire l'impatto derivante dal salto di categoria.
E così, con un Napoli capace di issarsi sino al sesto posto in un torneo che vedeva la clamorosa retrocessione della Roma, si chiudeva nel migliore dei modi il torneo 1950-51. Il buon campionato della squadra veniva però messo in sottordine dalla morte di Musollino. La mattina del 22 febbraio 1951, svegliato dai rumori conseguenti ad un incendio scoppiato nel ristorante che si trovava al piano terra della sua abitazione, il dirigente veniva stroncato da un infarto che riapriva un periodo di disordine all'interno della società. La nuova diarchia, formata da Scuotto e Cuomo, entrò subito in disaccordo e la confusione si aggiunse alla cronica mancanza di soldi nelle casse societarie, costringendo infine i due a rivolgersi ad Achille Lauro, riemerso dopo il crollo del fascismo. Nell'agosto del 1951, Lauro accettò la presidenza onoraria del club, primo passo verso il trapasso dei poteri. La campagna acquisti per la stagione 1951-52, fu segnata da una serie di buoni colpi, tesi a consolidare la tenuta della squadra. Arrivarono così l'estroso Dionisio Arce dalla Lazio, il mediano Castelli dal Genoa, l'interno Cecconi, ancora dalla Lazio, il grintoso terzino Comaschi, prelevato dal Palermo, l'ala Mike dalla Lucchese e il forte Viney, acquistato dalla Pro Patria. Se mancava il grande colpo, era però da mettere in risalto l'oculatezza di una campagna che aveva come obiettivo il consolidamento della rosa, in modo da consegnare una squadra compatta all'allenatore. E la compattezza dell'insieme fu confermato da un nuovo sesto posto che confermava la validità della rosa a disposizione di Monzeglio. Stava però per arrivare il grande colpo, mancato l'anno precedente. Nell'estate del 1951, infatti, Lauro decise di regalare al Napoli il più clamoroso degli acquisti, quello di Jeppson dall'Atalanta, quasi a simboleggiare la voglia dei partenopei di cullare il grande sogno dello scudetto.