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UN MITO DIMENTICATO

Il calcio italiano, sembra essersi dimenticato di Vittorio Pozzo, il Commissario Tecnico della doppietta mondiale tra il 1934 e il 1938. Tutto a causa di una presunta adesione di Pozzo alla Repubblica Sociale che non ha mai trovato riscontri. In verità, Pozzo fu un convinto patriota di sentimenti monarchici e come tale, prestò il suo operato cercando sempre e comunque di fare gli interessi del paese che amava.

C'è una grande rimozione, nella storia del calcio italiano, quella che riguarda Vittorio Pozzo. Il Commissario Tecnico della doppia vittoria mondiale degli anni '30, è stato vittima di una pressochè totale cancellazione dalle cronache del nostro calcio, tanto da non vedersi intitolare neanche il nuovo stadio costruito a Torino in occasione dei Mondiali del 1990, per il quale fu scelto l'insipido titolo di Stadio delle Alpi. Tutto a causa di una presunta vicinanza al regime fascista, costruita su un falso clamoroso, l'adesione di Pozzo alla Repubblica di Salò, sulla quale torneremo. Ma chi fu in realtà Vittorio Pozzo?
Nato il 2 marzo 1886 vicino Porta Susa, in una casa di Corso San Martino, da una famiglia della provincia biellese, sin da giovane si distinse per una etica del lavoro e della disciplina fuori dal comune. Che infondeva anche nella attività sportiva che cominciava ad intraprendere. Era infatti solito allenarsi a correre nella vecchia Piazza d'Armi, dove fu notato da Goccione, uno dei fondatori della Juventus, col quale fece presto amicizia. Proprio Goccione, lo introdusse alla pratica calcistica, portandolo con sè alla Cittadella, uno spiazzo di ghiaia sul quale lui e tanti altri ragazzi, contagiati dalla passione per il nuovo sport proveniente da oltremanica, rovinavano scarpe prendendo a calci la palla. Proprio alla Cittadella, fu notato dai fratelli De Fernex, i quali cercavano ragazzi da tesserare per il loro club, la FC Torinese. Pozzo, accettò il loro invito, pur sapendo di arrecare un dispiacere all'amico Goccione. Dopo gli studi, intraprese una serie di viaggi all'estero col fine di perfezionare la sua conoscenza delle lingue straniere, durante i quali visse in Francia, Inghilterra e Svizzera. E, soprattutto in Inghilterra, venne a contatto in maniera meno episodica col football, che in quel paese aveva già assunto una veste professionale. Dopo aver giocato una stagione col Grasshppers di Zurigo, tornò in Italia e fu tra i fondatori del Torino Football Club, squadra nata da una fazione dissidente della Juventus guidata da Alfredo Dick. Tornato in Italia, Pozzo si dedicò saltuariamente alla sua passione calcistica, senza tralasciare però lo studio delle lingue, altra grande passione della sua vita. Nel 1911 ripartì per la Svizzera, per poi spostarsi in Inghilterra, paese del quale si era letteralmente innamorato. Dopo essersi stabilito a Londra, decise di partire in direzione Manchester, ove studiò i metodi di conduzione dello United e conobbe il mitico Matt Busby, il quale sarebbe poi diventato una delle maggiori leggende del calcio britannico. E, probabilmente, in Inghilterra sarebbe rimasto per tutta la vita se, nel 1912, non fossero arrivate le nozze della sorella a sconvolgere i piani. La madre di Pozzo chiese infatti al figlio di tornare almeno per le stesse, ricevendo riposta positiva a patto che fosse arrivato un biglietto ferroviario di andata e ritorno. L'andata fu usata, il ritorno rimase inevaso, poichè appena tornato a Torino, Pozzo fu nominato segretario della società granata e, subito dopo allenatore. Incarico che resse dal 1912 al 1922, senza straordinari risultati, ma con una competenza riconosciuta da tutti e che gli valse l'incarico provvisorio di Commissario Tecnico della Nazionale per le Olimpiadi di Stoccolma del 1912. Incarico che fu accettato con una sola condizione, quella che non gli sarebbe stato versato alcun compenso, dovuta ad un senso patriottico che già allora lo cominciava a caratterizzare. E per il quale, fu ben lieto, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, di arruolarsi come Tenente degli Alpini, venendo a contatto con quella disciplina del sacrificio che avrebbe in seguito caratterizzato il suo modo di condurre le squadre a lui affidate. Terminata la guerra, Pozzo riprese la guida del Torino, portando avanti contemporaneamente una collaborazione con "La Stampa". Il periodo successivo alla guerra, fu caratterizzato da grandi fermenti e, soprattutto, da grandi discordie tra coloro che ritenevano che il football dovesse rimanere nell'ambito del dilettantismo e chi invece riteneva dovesse assumere quei criteri manageriali che già andavano per la maggiore in altri paesi e ne stavano favorendo la straordinaria diffusione. Nel bailamme che ne risultò, che sfociò nella scissione del 1922, l'unico punto fermo rimase appunto Pozzo, il quale cercò di mediare tra le parti in causa. Nel 1924, gli fu nuovamente affidata la Nazionale, per le Olimpiadi di Parigi, che vide i nostri uscire nei quarti di finale. Dopo aver dato le dimissioni, ritornò alle consuete collaborazioni con "La Stampa" e, dopo la morte della moglie, si spostò a Milano, dedicandosi al calcio in qualità di osservatore. Stava però per scoccare il suo momento.  

IL COMANDANTE

Pozzo, tornò alla guida della Nazionale nel 1929, chiamato da Arpinati. Il Regime aveva compreso che le vittorie della Nazionale potevano avere una funzione propagandistica immensa. La sua gestione, fu caratterizzata da metodi pressochè dittatoriali, che però fecero della sua squadra un blocco coeso e quasi invincibile. Pozzo, insieme a Meisl, fu il più affermato interprete del Metodo, almeno sino allo scoppio del conflitto.  

Nel 1928, la Nazionale riuscì a guadagnarsi la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam, perdendo la possibilità di giocarsi la finalissima in una entusiasmante semifinale con l'Uruguay. Poco male, poichè il regime fascista aveva ormai intuito la possibilità di sfruttare a fini propagandistici il calcio. In questo quadro, importanza rilevantissima era perciò assunto dalla squadra azzurra, i cui eventuali successi potevano essere usati non solo per dare lustro al fascismo usandolo come veicolo di prestigio internazionale, ma anche come fattore di aggregazione funzionale all'inquadramento militaresco delle masse. Nel 1929, Leandro Arpinati, già Podestà di Bologna e Presidente della Federcalcio, divenne Sottosegretario agli Interni e in questa duplice veste decise di richiamare Pozzo, del quale apprezzava la competenza, alla guida della Nazionale. Era del tutto chiaro l'intento del regime, cosa che del resto Pozzo aveva compreso appieno. Ciononostante, il nuovo Commissario Tecnico riuscì a ricavarsi una dose di autonomia rinunciando al compenso che gli era dovuto e improntando coi suoi metodi la selezione a lui affidata. Metodi che erano quelli tipici di una caserma: Pozzo, infatti, introdusse l'usanza del ritiro prepartita e cominciò a gestire in maniera pressochè dittatoriale orari, pasti e vita degli atleti che chiamava a vestire la casacca azzurra. Cominciava così l'era che avrebbe portato l'Italia sul tetto del mondo, una epoca caratterizzata dal Metodo, il modulo di gioco che vide in Pozzo e in Hugo Meisl i suoi più grandi interpreti e che consentì alle squadre continentali di superare la supremazia britannica impostata sul Sistema. Il Metodo, che prevedeva l'arretramento di mezzali e difensori laterali in difesa e l'avanzamento del centrale di difesa a sostegno del reparto mediano, era in effetti più adatto alla concezione di gioco che permeava il calcio continentale, più protetto e portato al contropiede rispetto al calcio britannico. L'Italia di Pozzo, fu la squadra che meglio rispose ai canoni imposti dal Metodo, aprendo un ciclo nel 1930 che sarebbe durato sino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale. Proprio nel 1930, infatti, gli azzurri vinsero la Coppa Internazionale, un prototipo del campionato europeo che riuniva in pratica tutte le migliori squadre europee (Italia, Ungheria, Austria e Cecoslovacchia) ad eccezione dei superbi britannici, denotando i grandi progressi fatti dal nostro calcio nel corso degli anni '20, grazie soprattutto ad una generazione di campioni che avrebbero lasciato la loro impronta sulla storia del nostro calcio: Meazza, Ferrari, Serantoni, Combi, Rosetta, Ferraris IV, Monzeglio, Caligaris, solo per fare alcuni nomi sarebbero entrati nella leggenda del calcio italiano, scrivendone alcune delle pagine più fulgide. Ma accanto agli autoctoni, una citazione di merito spetta agli oriundi, cioè a quegli atleti nati all'estero, ma con discendenze italiane, che la nostra Federazione, grazie ad una speciale regolamentazione, seppe portare sui nostri campi, saccheggiando letteralmente i vivai sudamericani. Grandi fuoriclasse come Monti, Orsi, Guaita, Andreolo e tanti altri, elevarono all'ennesima potenza il livello di un calcio che si preparava alla sua prima epoca d'oro. Che sarebbe sfociata nei trionfi mondiali del 1934 e del 1938, con corredo di polemiche, ma anche con lo straordinario contributo di Pozzo. Per capire cosa portò nell'ambiente della Nazionale il tecnico torinese, basti raccontare due episodi. Il primo risale alla finalissima delle Olimpiadi tedesche del 1936, quando arrivò un telegramma per la mezzala Biagi, che fu aperto dal Commissario Tecnico: "Mamma deceduta stop vieni subito." Lo stesso Pozzo, ricordava così l'episodio: "Se Biagi lo avesse saputo, avrebbe giocato lo stesso quella partita decisiva, ma con quale stato d'animo?" Decise perciò di mettersi in tasca quel telegramma e "il suo cuore divenne di pietra". Il secondo episodio, riguarda una partita tra Italia e Germania, nel corso della quale Serantoni si fratturò il piede. Accostatosi alla panchina, fu visitato sommariamente e gli fu riscontrata la frattura, ma Pozzo gli ordinò di tornare in campo e di continuare a giocare. Mancavano diciotto minuti alla fine della gara, che si tramutarono in un vero inferno per la generosa mezzala. Alla fine, Serantoni fu trasportato via in barella e il medico tedesco che lo visitò, disse: "Se non vedessi, mi rifiuterei di credere che un uomo abbia potuto resistere sino a questo limite." E proprio la devozione dei suoi ragazzi, era il valore aggiunto che Pozzo portava nella Nazionale. Quando decideva di puntare su un giocatore, doveva essere sicuro che quello avrebbe risposto al massimo, ma una volta ottenutane la fiducia, il legame diventava strettissimo. Come sapeva Attilio Ferraris IV, il "Leone di Highbury", che alla vigilia del mondiale del 1934 sembrava ormai un ex giocatore, logorato dalle notti in bianco passate sui tavoli da biliardo della Capitale e da una vita non proprio da atleta. Pozzo, che ben conosceva le straordinarie doti agonistiche del borghigiano, gli fece sapere che lo voleva nella mediana che avrebbe affrontato la competizione mondiale, ma solo se si fosse allenato a dovere, ritornando ai livelli di rendimento consueti. Ferraris IV rispose all'appello e nel lasso di tempo che lo divideva dalla competizione riuscì a recuperare la forma consueta, diventando l'asso nella manica della squadra che avrebbe vinto il primo alloro mondiale.
L'Italia di Pozzo, finì in pratica con la Seconda Guerra Mondiale. Dopo il conflitto, il vecchio Commissario Tecnico rimase legato al Metodo, modulo che ormai cominciava a denotare grandi crepe di fronte all'avanzata del Sistema, di cui il maggiore interprete era il Grande Torino di Ferruccio Novo. E il dissidio con Novo, caratterizzò l'ultima parte della carriera di Pozzo, facendo dei due grandissimi personaggi gli alfieri dei rispettivi moduli, in una competizione che portò l'Italia ad una delle maggiori catastrofi della sua storia, lo 0-4 con gli inglesi che pose praticamente fine all'era più bella della nostra Nazionale. Dopo pochi mesi da quella batosta, arrivò anche la terribile Sciagura di Superga, che portando via il Grande Torino, inaugurava un periodo oscuro, durato in pratica sino alla fine degli anni '60.    
   

I PERCHE' DELL'OSTRACISMO

Vittorio Pozzo fu a lungo oggetto di un vero e proprio ostracismo da parte del calcio italiano. Dovuto alla sua supposta adesione alla Repubblica di Salò. Che non avvenne mai, anzi. Di orientamento monarchico, Pozzo non prese mai la tessera del PNF. E quando scoppiò la Resistenza, aiutò i partigiani negli aiuti e nello smistamento dei prigionieri alleati. Come attesta, inutilmente, un documento del CLN di Biella facente parte del Fondo Pozzo.

Perchè il calcio italiano ha dimenticato Pozzo? Il motivo sta soprattutto nella supposta adesione del tecnico torinese alla Repubblica di Salò. Inventata probabilmente da chi non aveva mai digerito l'atteggiamento tenuto da Pozzo ai mondiali del 1938, quando l'Italia si trovò al centro di un vero caso politico derivante dall'essere in pratica la rappresentante di quel regime fascista che aveva azzerato le libertà democratiche e costretto centinaia di migliaia di oppositori a rifugiarsi all'estero per scampare al confino e salvare la vita dalle violenze delle squadracce nere di Mussolini. La bufera nella quale si trovò l'Italia, coinvolse naturalmente anche Pozzo, il quale all'esordio di Marsiglia contro la Norvegia, decise di non cedere di fronte alle migliaia e migliaia di fuoriusciti che rumoreggiavano contro l'usanza della nostra selezione di salutare alla romana, facendo ripetere per due volte il rituale. Anni dopo, il Commissario Tecnico spiegò la sua decisione, affermando che se non avesse fatto così, il morale della squadra avrebbe potuto risentirne. Spiegazione che può essere accettata solo se si entra nell'ottica di una persona che fondava i suoi metodi di gestione sulla disciplina e su una buona dose di psicologia, che rasentava la mistica. Nelle sue memorie, Pozzo, rievocò così l'episodio: "Partiamo per Marsiglia, dove ci attende la Norvegia. E qui piombiamo subito in piena tempesta. La partita viene avvolta immediatamente in uno sfondo polemico-politico. Ingiustamente. Perchè i giocatori nostri non si sognano nemmeno di farne, della politica. Rappresentano il loro Paese, e ne portano naturalmente e degnamente i colori e le insegne. Nello stadio sono stati portati circa diecimila fuoriusciti italiani, coll'intenzione e l'ordine di avversare al massimo la squadra azzurra. Il momento critico è quello del saluto: quando i giocatori nostri alzeranno la mano per salutare alla moda fascista, deve scoppiare il finimondo. Io vengo avvisato di quanto ci attende. E' una sfida diretta al nostro temperamento, al nostro carattere. Come comandante so con precisione quale sia il mio, il nostro dovere. A parte ogni altra considerazione, conosco anche quale effetto deleterio avrebbe  sul morale dei giocatori, il cedere pubblicamente ad una intimidazione, prima ancora che la prima delle nostre gare abbia inizio. Vado in campo colla squadra, ordinata alla militare, e mi pongo sulla destra. Al saluto, ci accoglie come previsto una bordata solenne ed assordante di fischi, di insulti e di improperi. Pare di essere in Italia, tanto le espressioni a noi rivolte echeggiano nell'idioma e nei dialetti nostri. Quanto sia durato quel putiferio, non so dire con precisione. (...) Ad un dato punto, il gran fracasso accennò a diminuire, poi cessò. Ordinai l'attenti. Avevamo appena messo giù la mano, che la dimostrazione riprese violenta. Subito: Squadra attenti. Saluto. E tornammo ad alzare la mano, come per confermare che non avevamo paura. Non durò a lungo la seconda parte della manifestazione, anche perchè il pubblico francese e quello neutrale dicevano chiaro di averne abbastanza, di voler vedere giocare. E noi, paghi di aver vinto la battaglia dell'intimidazione, giocammo". Sembra chiaro, da queste parole, che Pozzo non considerò nemmeno a posteriori il lato politico della vicenda. Probabilmente, il tecnico torinese, non pensava minimamente alle ripercussioni della stessa in un paese ove buona parte della classe dirigente d'epoca fascista rimase al proprio posto nelle amministrazioni statali. Lui, però, pagò in maniera abbastanza salata il conto, finendo vittima di una sorta di damnatio memoriae che lo condannò ad un avvilente esilio, tanto che, come già detto, nemmeno il nuovo stadio torinese gli fu dedicato proprio per la "compromissione" col regime. Eppure Pozzo non fu fascista. Non aveva mai preso la tessera del partito, come avevano fatto in tanti per risparmiarsi eventuali guai. Anzi, nel Fondo Pozzo, posto sotto la tutela del Ministero dei Beni Culturali, esistono documenti che comprovano l'attività a favore della Resistenza. In particolare, un documento del Comitato di Liberazione Nazionale di Biella, recita testualmente: "Si dichiara che il Comm. Vittorio Pozzo ha collaborato fin dal settembre '43 con questo CLN con compiti di organizzare gli aiuti ai prigionieri alleati e il loro passaggio in Svizzera." Purtroppo, neanche l'evidenza documentale è riuscita a scalfire il muro dell'ostracismo decretato dal calcio italiano verso uno dei suoi più grandi interpreti.