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ASSI O BIDONI?

Sin dagli anni eroici, l'Italia ha visto arrivare giocatori provenienti da oltre frontiera. I primi furono gli inglesi, di solito marinai di stanza nei porti italiani che intendevano passare un pò del loro tempo libero. Negli anni '20 cominciarono ad arrivare gli ungheresi, soppiantati nel decennio successivo dai sudamericani che vantavano ascendenze italiane. Il flusso terminò con conflitto, per poi riprendere in maniera massiccia.

Il calcio italiano, sin dai suoi albori, ha potuto contare sul continuo e copioso afflusso di campioni provenienti da oltre frontiera. Nella prima parte del secolo passato, le squadre italiane poterono contare sull'ausilio dei tanti ragazzi inglesi che si trovavano nel nostro paese per motivi di lavoro o di studio. Anzi, molti di loro risultano a pieno titolo tra i fondatori di molti dei clubs sorti tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Negli anni '20, massiccio fu l'afflusso di giocatori ungheresi, cioè di una delle scuole che allora andavano per la maggiore. Ma non furono i soli rappresentanti della scuola danubiana a calcare i campi del Belpaese: anche molti austriaci e cecoslovacchi prestarono la loro opera nelle nostre squadre, contribuendo non poco allo sviluppo tecnico del calcio italiano. Nel decennio successivo, invece, fu la volta di uruguaiani e argentini ad arrivare in massa sui nostri campi, grazie alla particolare normativa sugli oriundi che equiparava di fatto italiani e sudamericani che avessero ascendenze italiche. Il vero e proprio ratto di straordinari assi come Orsi, Monti, Guaita e tanti altri, da parte delle squadre italiane, provocò il forte risentimento delle federazioni sudamericane, saccheggiate ed espropriate di tanti giocatori che si erano formati in quel continente e che si vedevano praticamente azzerare un lavoro certosino fatto sui vivai, senza tra l'altro averne la giusta ricompensa. Si arrivò al punto che nel corso dei Mondiali del 1934, organizzati proprio dall'Italia, la federazione argentina fu costretta ad inviare una rappresentativa priva di grandi campioni in quanto le squadre argentine non avevano dato il nullaosta ai loro giocatori migliori nel timore di vederseli scippare dalle consorelle italiane.
Non a tutti però, l'esperienza italiana, procurò agi e onori. Per giocatori come Provvidente, Garibaldi, Capuano, Tedesco e tanti altri, l'Italia fu nel migliore dei casi una tappa di passaggio, nel peggiore la pietra tombale di una carriera a volte di assoluto rilievo. Perchè, se da un lato le tifoserie italiane erano pronte a decretare l'apoteosi per coloro che dimostravano immediatamente che le referenze che li avevano accompagnati non erano leggenda, dall'altro non si facevano scrupoli ad etichettare immediatamente e nel modo più infamante quelli che, per un motivo o per l'altro, non riuscivano ad ambientarsi subito. 

ASSI...

La Nazionale campione del Mondo del 1934 e nel 1938, ebbe la fortuna di poter contare su veri fuoriclasse come Orsi, Monti, Guaita, Andreolo, che furono decisivi per la vittoria finale. Tra gli assi dell'epoca più di uno fece le bizze, a partire dall'artigliere Petrone, passando per Guaita e Scopelli, finendo con Mario Boyè, tutti fuggiti all'improvviso, chi per un motivo e chi per l'altro, lasciando le loro squadre in un mare di guai.

Tra coloro che dimostrarono subito la loro classe cristallina e che non risentirono in alcun modo del passaggio ad un calcio diverso da quello che si giocava nel paese di origine, possiamo senz'altro annoverare Monti, Cesarini e Orsi, colonne della grandissima Juventus che inanellò cinque scudetti tra il 1930 e il 1935, i bolognesi Sansone, Fedullo e Andreolo, primattori del Bologna che tremare il mondo fa, lo straordinario Sallustro implacabile attaccante del Napoli, l'artigliere Petrone che prima sedusse e poi abbandonò di punto in bianco la tifoseria fiorentina, i romanisti Guaita e Scopelli, autori di una romanzesca fuga che privò i giallorossi della concretissima possibilità di vincere il titolo del 1936-37. Per non parlare degli interisti De Maria e Frione, idoli della folla nerazzurra, e di un altro straordinario giocoliere come Amphilogino Guarisi, più noto come Filò, che fu uno dei pochi a brillare in quella scombiccherata Brasilazio che all'inizio degli anni '30 fu presa a calci e pernacchie su tutti i campi italiani. Molti di costoro, furono fondamentali anche per le fortune della Nazionale di Vittorio Pozzo, che grazie al loro determinante contributo, vinse i Mondiali del 1934 e del 1938. Basti pensare a Luisito Monti, il centromediano che cammina, o al suo successore Andreolo, colonne portanti delle squadre che trionfarono in Italia e in Francia, al Corsaro Nero Guaita, il quale dette un fondamentale apporto al trionfo romano o a Raimundo Orsi, anche lui tra le colonne portanti dell'Italia del 1934. 
Con la guerra, terminò anche l'afflusso di assi stranieri che però, riprese con grande vigore alla fine degli anni '40, caratterizzato soprattutto dalla calata in massa dei nordici. Liedholm, Gren, Nordhal, John Hansen, Broneè e tanti altri vennero a dimostrare la bontà di scuole che in quel momento non erano seconde a nessuno e che, soprattutto, di norma le suonavano agli azzurri, tanto da spingere i nostri clubs a trasferirli in blocco in Italia. Ma non solo i nordici caratterizzarono quella seconda ondata, se si pensa all'apolide Nyers e al grandissimo Julio Bothelo, in arte Julinho, che trascinò la Fiorentina al primo titolo della sua storia, agli argentini Sivori, Grillo e Angelillo. Per non parlare di Mario Boyè, asso che dopo aver incantato la folla genoana, pensò bene di obbedire alla sua signora, cui Genova non piaceva per la mancanza di vita mondana che la caratterizzava, e di tornarsene a casa senza salutare nessuno. E qui la finiamo perchè la lista sarebbe lunghissima... 

...E BIDONI

Tanti assi, ma anche tanti bidoni o supposti tali. Molto spesso tra i bidoni rientrano giocatori che in patria avevano avuto una grande carriera, ma che non si seppero ambientare, per un motivo o per l'altro, in Italia. Come Spitale, Campilongo e tanti altri. Il destino peggiore toccò però al povero Provvidente, attaccante argentino bollato dai tifosi romanisti in maniera indelebile con un terribile soprannome: Provolone.

...per cominciare quella dei supposti bidoni, altrettanto lunga. Chi ha mai sentito nominare un certo Tomas Garibaldi, giocatore acquisito dal Genoa alla fine degli anni '30? Argentino dal passato non proprio banale (aveva giocato col Boca Juniors senza destare particolare scandalo), passò come una meteora sul cielo genovese, senza più dare alcuna notizia di sè. Passiamo poi alla lunga sfilza di brasilaziali ricordati ancora con orrore sulla sponda biancoceleste del Tevere. Con loro, la squadra capitolina rischiò la prima retrocessione della sua storia (almeno per ciò che concerne il girone unico), in quanto i vari Ratto, Tedesco, Salatin, Del Debbio, Fantoni I° e II°, Demaria, non riuscirono mai ad abituarsi alle robuste randellate con cui i difensori italiani usavano spazzare le loro aree di rigore. Eppure quasi tutti questi giocatori avevano vestito la maglia della loro nazionale e avevano caratterizzato con grandi giocate la loro precedente carriera brasiliana. Basterebbe vedere come viene ricordato il terzino Del Debbio nelle cronache calcistiche d'epoca del suo paese, per capire che non stiamo parlando di famigerate "pippe" arrivate a caso nel nostro calcio. E sull'altra sponda del Tevere non è che si distinguessero al meglio i vari Campilongo e Spitale, argentini la cui chiara fama in patria fu messa in forte dubbio dalle difficoltà incontrate al loro primo impatto col calcio italiano. Nonostante avessero giocato centinaia di partite nella massima serie di un calcio all'avanguardia, come quello argentino, ancora oggi vengono etichettati come bufale da chi si occupa della sacra storia della Roma.
Ma se a Spitale e Campolongo non andò granchè bene, addirittura terribile fu la vera e propria morte calcistica che toccò ad un altro argentino che era arrivato con loro nella capitale, quel Provvidente che, appena sbarcato dal cargo sul quale i tre avevano compiuto la traversata, non aveva avuto alcun timore a presentarsi come uno straordinario goleador. E proprio uno straordinario goleador era stato in Argentina prima e in Brasile poi, tanto da indossare casacche gloriose come quelle di Flamengo e Boca Juniors e da segnare centinaia di reti nei campionati in questione. Poi però, l'impatto con il calcio italiano si rivelò traumatico per il povero Provvidente, trasformandosi subito in una Via Crucis. Pur forte di testa e dotato di un fisico da artigliere, l'argentino nonostante non fosse in una età troppo avanzata, aveva bisogno di rifiatare spesso, mettendo ancora più in risalto una originaria difficoltà di movimento che agevolava i mastini italiani. La tifoseria romanista, che aveva ancora negli occhi le strordinarie prodezze del "Corsaro Nero" Guaita, ben presto perse la pazienza, sino a che un giorno, in una partita contro il Venezia, Provvidente ebbe la peggio in uno scontro aereo contro Stefanini. Mentre veniva riportato negli spogliatoi dal mitico massaggiatore Angelino Cerretti, il pubblico elevò il terribile coro di condanna: "Pro-vo-lo-ne! Pro-vo-lo-ne!" La carriera di Provvidente poteva dirsi finita e il suo posto al centro dell'attacco fu preso da un certo Amadei...