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STORIE DI CALCIO

Il calcio italiano è un mosaico di storie, a volte divertenti, a volte sconcertanti, ma sempre appassionanti. Come quella di Manfredini, avversato da Carniglia per il suo senso della rete. O quella di Gigi Meroni, la farfalla del goal granata che fu avversato in vita per il suo anticonformismo e apprezzato quando era ormai tardi da una critica troppo legata a stereotipi per comprenderne la grandezza. Andiamo a scoprirle una per una. 

Stranieri, una storia senza toni intermedi Il grande afflusso di stranieri nel nostro calcio, è una caratteristica che distingue il nostro sport pedatorio sin dalle origini. I primi ad arrivare furono gli inglesi, sostituiti poi dai danubiani. Alla fine degli anni '30, grazie al marchingegno degli oriundi, fu la volta dei grandi assi sudamericani, che resero grande il nostro calcio. La storia è continuata, con qualche sporadico stop, sino ai giorni nostri, con una costante: gli stranieri, o sono assi o sono bidoni. Non c'è una via intermedia. Proviamo a tracciarla noi, andando a vedere più in profondità.

La leggenda di Piedone Pedro Manfredini, spaccò la tifoseria romanista in due partiti: quello di chi lo considerava un inarrivabile goleador e quello che invece vedeva in lui, oltre che un divoratore di occasioni da rete, un freno alla squadra. Quando sulla panchina della Roma arrivò Luis Carniglia, la questione degenerò in una farsa nella quale la stampa romana inzuppò abbondantemente il pane. Alla fine Carniglia fu costretto ad alzare bandiera bianca e a trasferirsi altrove, mentre Manfredini ricominciò a dividere la tifoseria romanista.

Campioni in crisi I casi che negli ultimi anni hanno riguardato campioni come Shevcenko, Ballack e Beckham, messi in discussione per un rendimento non certo pari alle attese e alla loro fama, non possono proprio stupire, alla luce dei tanti, eccellenti, precedenti. Perchè non sempre i campioni riescono ad integrarsi nella nuova realtà, o in quanto mal utilizzati. Per non parlare di blocchi psicologici causati dalla responsabilità che la cifra spesa comporta. Il calcio italiano è ricco di precedenti in tal senso. Basterebbe ricordare l'orribile stagione vissuta da Angel Benedicto Sormani a Roma, per capire che non è automatico il rientro per chi decide di investire forte su un giocatore.

Altro che cassanate! Se qualcuno pensa che Cassano sia un caso isolato nella storia del calcio italiano, si ricreda, c'e chi ha saputo fare molto meglio (o peggio?) di lui. Nella prima metà degli anni '50, arrivò nel nostro paese il grandissimo Helge Bronèe, un fuoriclasse che riuscì a far parlare di sé non solo per le imprese sul campo. Giocatore estrosissimo, capace di trascinare la sua squadra, ma anche di estraniarsi dalla contesa per motivi che riusciva a comprendere solo lui, Bronèe fu croce e delizia delle tifoserie che poterono ammirarlo. La sua parabola italiana, fu contraddistinta anche dall'irriducibile dissidio con Gipo Viani, il quale arrivò a mettergli le mani addosso. Scopriamo uno dei più grandi artisti mai arrivati nel nostro paese.  

Moviola, si o no? Gli errori ci sono sempre stati. E gli arbitri sono sempre stati il bersaglio preferito dei tifosi, per giustificare la sconfitta della loro squadra. Tra gli errori arbitrali più famosi, non può mancare il famoso goal annullato a Turone nel 1981, ma ve ne sono altri che la massa dei tifosi di oggi non conoscono, ma che furono altrettanto clamorosi e decisivi. A partire da quello che vide protagonista involontario l'arbitro Rigato, che, nel corso di un Lazio-Napoli decisivo per la promozione in serie A, non si accorse di una rete segnata da Seghedoni, provocando le clamorose rimostranze dei bianocelesti. E se ci fosse stata la moviola? 

La calata degli oriundi Nella prima metà degli anni '30, si ebbe una massiccia iniezione di oriundi nel nostro calcio. Approfittando della normativa che prevedeva la naturalizzazione di chi potesse provare di avere antenati italiani, dal Sudamerica sbarcarono decine e decine di giocatori. A volte ottimi, altre un pò meno. Ad approfittare di questa possibilità, fu soprattutto la Lazio che, nel 1931-32 approntò una squadra composta quasi interamente di giocatori brasiliani. La Brasilazio, come fu ribattezzata dai tifosi biancocelesti, rischiò addirittura la retrocessione, a causa del mancato adattamento dei suoi oriundi. Andò molto meglio al Bologna, che pescò fuoriclasse come Sansone, Puricelli, Fedullo o Andreolo. E gli altri?

La clamorosa fuga di Guaita e Scopelli Nell'estate del 1935, si verificò un episodio clamoroso, la fuga degli assi argentini della Roma. Guaita, Scopelli e Stagnaro, infatti, decisero di lasciare improvvisamente la squadra giallorossa e l'Italia, per paura di essere arruolati per la guerra d'Etiopia. L'episodio ebbe contorni oscuri, ma, soprattutto, privò la Roma della possibilità di vincere il suo primo scudetto, obiettivo per il quale aveva allestito una squadra fortissima e senza punti deboli. Andiamo a ripercorrere le tappe di una vicenda che non fu mai chiarita a fondo e che ancora oggi solleva interrogativi.

Calcio e politica Il calciomercato del 1934, fu caratterizzato dal clamoroso passaggio di Silvio Piola alla Lazio. Il centravanti vercellese, destinato al Torino, col quale era già stato siglato un precontratto, fu dirottato a Roma grazie all'intervento del Tesoriere del PNF, Marinelli, a favore della società biancoceleste. Non era il primo caso di commistione tra politica e calcio, ma l'episodio fu clamoroso perchè mai sino ad allora il potere politico si era ingerito così pesantemente negli affari calcistici. Il connubio in questione sarebbe però andato avanti anche dopo la fine del fascismo: troppo importante la cassa di risonanza assicurata dal calcio per trascurarla... 

La clamorosa retrocessione della Roma Il 1950 vide ammainarsi la gloriosa bandiera della Roma. La società giallorossa, al termine di una crisi devastante, retrocesse per la prima ed unica volta in serie B, tra lo sconforto di una tifoseria che non credeva ai propri occhi. Era una retrocessione particolarmente clamorosa, perchè la squadra capitolina era stata la prima squadra del centrosud a rompere il monopolio degli squadroni nordici, vincendo uno scudetto storico. In otto anni, la Roma era però passata dai fasti di quel primo scudetto ad una retrocessione che era figlia di grandi errori e della mancanza di mezzi finanziari in grado di arginare la crisi tecnica. I perchè di una retrocessione annunciata.

I giocatori britannici in Italia Nel romanzo del calcio italiano, una pagina a parte spetta ai giocatori anglosassoni. Che molto raramente sono riusciti ad inserirsi nel nostro calcio. Eppure è proprio grazie a molti di loro che il football attecchì nel nostro paese: basti pensare al ruolo importantissimo rivestito da Spensley nella storia del Genoa e ad Herbert Kilpin, uno dei fondatori del Milan. Dopo di loro, per molti decenni la lingua inglese andò in soffitta e fu rispolverata solo con l'arrivo di John Charles, il Gigante Buono della Juventus. Fu poi la volta di Law e Baker, croce e delizia per una breve stagione del Torino, i quali fecero immediatamente innamorare la Maratona per poi finire la loro esperienza italiana centrando un monumento...

Quaranta anni dalla morte di Meroni. Ricorre nel 2007 il quarantesimo anniversario della morte del grande Gigi Meroni, indimenticabile ala del Torino. Proprio in una serata di quaranta anni fa infatti, veniva falciato da una macchina nel centro di Torino uno dei più estrosi artisti mai espressi dal calcio nostrano, riportando alla mente degli sportivi granata e italiani un'altra grande tragedia, quella del Grande Torino. Ricordiamo insieme uno dei più straordinari e stravaganti personaggi del nostro calcio, a partire dalle parole commosse dedicategli da Aldo Agroppi: "Stai tranquillo Gigi, noi sappiamo di aver perso un personaggio e una persona fine di cervello e di cuore. Noi non ti pensiamo soltanto, noi ti amiamo ancora."

Perchè il calcio italiano ha dimenticato Vittorio Pozzo? E' stato l'alfiere della doppia vittoria italiana ai mondiali del 1934 e del 1938, l'uomo che costruì la grande Nazionale che negli anni '30 dominò il calcio internazionale. Eppure, il calcio italiano sembra aver del tutto rimosso Vittorio Pozzo, tanto da non dedicargli neanche lo stadio costruito a Torino in occasione dei Mondiali del 1990. Tutto a causa di una supposta adesione del tecnico torinese alla Repubblica Sociale e della sua vicinanza al regime. Che non ci fu, poichè Pozzo, da fervente patriota, aveva soltanto servito il suo paese. Anzi, come provano i documenti del Fondo Pozzo, egli collaborò con la Resistenza, aiutando i partigiani nello smistamento dei prigionieri alleati. Inutilmente...

Le leggende metropolitane del calcio romano Il calcio molto spesso è costruito su leggende. Nereo Rocco, usava ripetere, quando guidava il Torino, che se un giocatore della sua squadra avesse segnato dalla metacampo, sarebbe subito saltato sù qualcuno a dire che Valentino Mazzola era capace di segnare dagli spogliatoi. Il calcio romano non sfugge alla regola. Tra le leggende più dure a morire, ne abbiamo scelte tre, quelle riguardanti Ezio Sclavi, Amilcar Barbuy e il primo scudetto della Roma. Leggende fondate a volte sulla mancanza di adeguate informazioni o semplicemente su un inadeguato lavoro sulle fonti d'epoca. Poco male, comunque, in quanto proprio le leggende metropolitane, spesso, sono il sale del nostro sport più popolare...

La leggenda del Santo Bevitore Nereo Rocco è stato uno dei migliori allenatori di ogni epoca, del nostro calcio. Ma, soprattutto, è stato un personaggio incredibile, uno di quelli che hanno costruito la leggenda dello sport più bello del mondo. Giocatore di ottima levatura, usava dire, esagerando, che se non si fosse sposato troppo presto, al posto di Meazza e Ferrari ci sarebbe stato lui. Una volta diventato allenatore, passò da un successo all'altro, sempre sulle ali dell'amato catenaccio. Prima alla Triestina, poi al Padova, quindi al Milan e al Torino, il Paron non sbagliò un colpo, vincendo scudetti e coppe, ma anche costruendo veri e propri miracoli, come quello del Padova, ammazzagrandi degli anni '50. 

Il calcio italiano colpito dalle Leggi Razziali Anche il nostro calcio dovette pagare tributo alla sciagurata politica antiebraica di Mussolini. Tra le tante storie, le più clamorose furono quelle di Renato Sacerdoti, presidente della Roma, di Anton "Egri" Erbstein, uno degli artefici della costruzione del Grande Torino e di Arpad Weisz, forse il miglior tecnico dell'epoca che precedette la Seconda Guerra Mondiale. Sacerdoti pagò la fuga di Scopelli, Guaita e Stagnaro col confino, Weisz morì in campo di concentramento, come la sua famiglia ed Erbstein, dopo essere scampato ai campi di sterminio, fu coinvolto nella sciagura di Superga, nella quale perì il Grande Torino. Andiamo a ripercorrere le storie di tre grandissimi personaggi del calcio italiano.

Poveri ma belli Una volta, non era necessario spendere vagonate di soldi per vincere lo scudetto. C'è stato un tempo felice in cui squadre formate con tanta passione e competenza, riuscirono ad arrivare a quello che ormai è diventato una chimera, il titolo. Gli esempi sarebbero tanti, ma qui ci limitiamo a riportarne tre: la Fiorentina di Bernardini del 1955-56, il Bologna, sempre guidato dal Dottor Pedata, che vinse il titolo dopo il famoso spareggio dell'Olimpico nel 1963-64 e la splendida Lazio di Tommaso Maestrelli, campione nel 1973-74. Tutte squadre che sulla carta non avrebbero potuto competere con chi ogni anno provvedeva ad inondare l'Italia di bigliettoni e che invece riuscirono in una impresa che oggi, purtroppo, sembra diventata praticamente impossibile.

Il rosso e il nero La guerra civile che fece seguito al dissolvimento del regime fascista, interessò anche il mondo del pallone. E non poteva che essere così, in una Italia percorsa dagli eserciti in lotta e divisa all'altezza della Linea Gotica. Tante le vicende di cui furono protagonisti diretti calciatori che solo poco tempo prima dovevano solo badare a proteggere le caviglie da eventuali incidenti. Da una parte e dall'altra, ci fu chi si schierò apertamente per una delle due parti in causa e pagò con la vita questa scelta. Poi vi fu la zona grigia, quella nella quale si rifugiava anche chi si era schierato e non poteva farlo sapere. Andiamo a vedere alcune delle vicende più intricate di quell'epoca di lutti.

C'era una volta la Provincia Il calcio degli inizi, fu contrassegnato dalle tante realtà di provincia che puntarono sul nuovo sport proveniente dall'Inghilterra per affermare la propria voglia di ribalta. E in questo quadro, un ruolo preminente fu svolto dalla provincia piemontese, ove si formò una vera e propria scuola, con le sue ramificazioni. Realtà come quella di Casale, coi neri dello Junior capaci di arrivare a vincere lo scudetto 1913-14. O come quella di Vercelli, coi bianchi della Pro che riuscirono addirittura a fare indigestione di titoli, ben sette prima dell'avvento del professionismo che tarpò le ali a chi non aveva adeguati sostegni economici. Per non parlare dei grigi di Alessandria, che non vinsero mai lo scudetto, ma riuscirono a resistere a lungo a realtà economiche di maggior consistenza, grazie a passione e competenza.

Il Dottore che dava scuola agli argentini Fulvio Bernardini, fu grandissimo protagonista del nostro calcio per mezzo secolo. Affermatosi giovanissimo nella Lazio, fu il primo giocatore del centrosud a vestire la maglia azzurra. Lascio la Lazio per l'Inter, provocando una mezza rivoluzione, per poi tornare a Roma dopo due anni, ma sull'altra sponda del Tevere. Era talmente bravo, che la famosa canzone di Testaccio affermava desse scuola agli argentini. E per la sua bravura, Pozzo lo mise fuori dal giro azzurro, preferendogli giocatori più normali. Diventato tecnico, produsse i miracoli della Fiorentina 1955-56 e del Bologna 1963-64. Il suo ultimo lampo, fu la proposizione dei piedi buoni in Nazionale, dopo il disastro tedesco del 1974.

La rivalità più feroce Il derby di Roma, è sicuramente il più sentito tra i tanti che caratterizzano il nostro calcio. La rivalità tra romanisti e laziali è sempre stata irriducibile, sin dagli inizi. Basti pensare ai clamorosi incidenti del 1930-31, che costrinsero i carabinieri a cavallo ad intervenire per interporsi ai gruppi di tifosi capitolini che stavano dando luogo ad una gigantesca zuffa che minacciava di sfociare in una tragedia. I motivi di questa ostilità sono tanti e risalgono alla nascita delle due squadre e alle modalità che le distinsero. Andiamo a rivivere alcuni dei derby più infuocati della storia, a partire proprio dal primo di essi, giocato nel 1929 allo Stadio della Rondinella e risolto da una rete di Volk.

Calcio e totalitarismi Il grande successo incontrato dl calcio, sin dai suoi inizi, presso le masse popolari del Vecchio Continente, spinse i regimi totalitari che stavano sorgendo in tutta Europa, a fare i conti con quello che era un fenomeno di costume. Mussolini fu il primo a darsi da fare per sfruttare il veicolo calcistico a fini di propaganda, ma non il solo. La Germania nazista, dopo l'Anschluss con l'Austria, provò a trarre vantaggio dall'unione di due squadre forti, ma si trovò a fare i conti con il rifiuto del grande Sindelar, che era di origini ebraiche. Anche l'Unione Sovietica, nel 1958, si trovò a fare i conti con l'impossibilità di normalizzare uno spirito ribelle come quello di Streltsov. Andiamo a rivivere quelle clamorose vicende...

Quell'incredibile 6-5 del 6 novembre 1949 Il 6 novembre del 1949 si gioca il più incredibile derby meneghino della storia. La partita, infatti, finisce con un pirotecnico 6-5 che non ha precedenti e rimarrà a lungo impressa negli occhi di chi vi assiste come classico caso di non sense applicato al gioco del calcio. Dopo soli diciannove minuti, infatti, il Milan conduce 4-1 e sembra aver in tasca i due punti. Non è così, perchè la reazione dell'Inter porta le squadre al 4-4 negli spogliatoi, per il riposo. Ormai, però, la partita ha preso una piega favorevole ai nerazzurri, come si incarica di dimostrare il secondo atto della sfida. Che sancisce il clamoroso sorpasso dell'Inter ai danni dei cugini, nonostante la reazione finale di Nordhal e compagni...