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LA FONDAZIONE - GLI ANNI '50 E LA SAMP DEI VECCHIETTI TERRIBILI - IL PRIMO PERIODO BUIO - I GRIGI ANNI '70 - INIZIA L'ERA MANTOVANI - DALLA PRIMA COPPA ITALIA ALLO SCUDETTO - LA DELUSIONE DI WEMBLEY - DALLA MORTE DI MANTOVANI ALLA SERIE B - ARRIVA GARRONE

INIZIA IL PRIMO PERIODO BUIO

Monzeglio litiga con Ocwirk e la società decide di congedare l'austriaco. Arrivano Boskov e Veselinovic, ma la squadra non gira più e rischia la retrocessione. Monzeglio getta la spugna. Lerici la salva, ma non può più mascherare la crisi tecnica in atto. Torna Ocwirk e si punta sulla pista del Sudamerica: arrivano Toro e Da Silva. La Sampdoria arriva undicesima nel 1962-63, ma la crisi è dietro l'angolo.

L'addio di Ravano, portò alla formazione di un Direttorio formato da Borghi, Cornetto, Corti, Rebuffa e Sanguineti, i quali operarono poi il trapasso dei poteri all'armatore ciociaro Glauco Lolli Ghetti. La prima mossa del nuovo Presidente fu quella di confermare Eraldo Monzeglio in panchina e questa poteva essere considerata scontata, considerato ciò che il tecnico aveva fatto in precedenza. Meno scontata fu la cessione di Ocwirk, originata dai presunti dissapori con l'allenatore. L'interno austriaco poteva essere considerato l'allenatore in campo della squadra e la sua partenza provocava un vero e proprio buco in mezzo al campo cui Lolli Ghetti pensò di rimediare con l'acquisto di due giocatori yugoslavi, Vujadin Boskov e Todor Veselinovic, la cui caratura internazionale era indiscussa ed era stata ripetutamente dimostrata nel corso delle tante partite della loro Nazionale. Il problema grosso, stava però nel fatto che entrambi erano ormai entrati nella fase calante di una grandissima carriera e avevano bisogno di tempo per adeguarsi ad un calcio come quello italiano, noto ormai in tutto il mondo per il catenaccio imperante, cui non erano assolutamente abituati. A deludere fu soprattutto Boskov, il quale dimostrò impietosamente che l'avanzare dell'età ne aveva intaccato in maniera determinante il rendimento, ma anche Veselinovic si limitò ad una quindicina di partite nel corso delle quali riuscì sì a far intravvedere una tecnica di grandissimo rilievo, ma anche la necessità di rifiatare a lungo. La squadra risentì ovviamente della mancanza di una guida come quella di Ocwirk e piombò in una crisi tecnica devastante che la portò in piena lotta per non retrocedere. A pagare le conseguenze del pessimo comportamento doriano fu proprio Monzeglio, il quale dovette lasciare la panchina a sei giornate dal termine a favore di Roberto Lerici, che riuscì a riassestare alla meglio i resti della grande Sampdoria dell'anno precedente e, collezionando otto punti, a conquistare un decimo posto ormai insperato. 
L'ottimo finale di torneo, valse naturalmente la riconferma a Lerici, mentre Lolli Ghetti cercava di tappare le falle che si erano aperte nella squadra traendo lezione da quello che era successo nell'ultimo anno. Boskov e Veselinovic furono perciò rispediti al mittente e al loro posto furono acquistati il solido attaccante brasiliano Da Silva dal Botafogo e il mediano cileno Jorge Toro, il quale si era appena distinto nel Mondiale organizzato dal suo paese per una verve agonistica che non di rado sfociava nella vera e propria violenza intimidatoria. Arrivava inoltre il solido interno Tamborini, col quale si cercava di puntellare un centrocampo che a causa della elevata età media dei componenti della rosa, aveva denotato chiare difficoltà di carattere atletico nell'ultimo torneo. Nelle amichevoli che dovevano introdurre al torneo 1962-63, però, Lerici dimostrò chiaramente di essere ormai nel pallone e la confusione tecnica che stava travolgendo la squadra, spinse Lolli Ghetti ad intervenire esonerandolo e mettendo al suo posto Ocwirk, richiamato da Vienna. L'austriaco si barcamenò alla meno peggio, anche perchè la qualità tecnica della compagine che gli era stata affidata era ormai ben lontana da quella del periodo in cui aveva vestito la maglia blucerchiata. Il cileno Toro, denotava grandi limiti di palleggio e, soprattutto, nel nostro paese non poteva ricorrere al ben noto furore agonistico che aveva messo in mostra in patria. Per fortuna della Sampdoria, Da Silva superò immediatamente le difficoltà di adattamento e con 13 reti contribuì non poco a tenere la squadra fuori dalla zona pericolosa, oltre a supplire al deciso calo di rendimento di un Brighenti che aveva ormai iniziato la fase discendente della sua luminosa parabola agonistica. In difesa si metteva inoltre in ottima evidenza il terzino Tomasin, uno dei giovani lanciati da Monzeglio nel periodo in cui aveva diretto la squadra. Altra nota lieta, era costituita dalla continuità di rendimento di Tamborini, centrocampista capace di abbinare discrete doti tecniche ad un senso tattico di grande rilievo. Dall'altro canto, era ormai chiaro che il livello della rosa stava ormai drasticamente calando e che se non si fossero prese contromisure adeguate, la crisi tecnica era dietro l'angolo.  
 

VERSO IL BARATRO

Lolli Ghetti non interviene con decisione e la crisi tecnica della Sampdoria si aggrava. Nonostante l'acquisto di Barison, la Sampdoria si salva a stento nel 1963-64. Il presidente decide di cambiare registro, ma i risultati sono deludenti. Si prova a riproporre lo schema dei vecchietti da rigenerare, ma è tutto inutile. Pinella Baldini rileva Ocwirk, ma la situazione è ormai fuori controllo. Il baratro della Serie B si avvicina a grandi passi.

Lolli Ghetti, però, non intervenne con la dovuta energia per tappare le falle che si andavano aprendo e, in vista della stagione 1963-64, operò soltanto piccoli ritocchi. L'acquisto di maggior peso era quello di Maryan Wisnieski, uno dei più rappresentativi giocatori francesi, che si era messo in grande evidenza come spalla del grande Just Fontaine ai Mondiali del 1958. Prelevato dal Lens, club nel quale si era formato e ove si era affermato, Wisnieski era un laterale di attacco dotato di tecnica e forza fisica e sembrava una buonissima spalla per il confermatissimo Da Silva. Insieme a lui, arrivavano la mezzala Salvi, una promessa del nostro calcio e, soprattutto, Paolone Barison, ala dotata di fisico da corazziere che al Milan aveva trovato poco spazio. L'acquisto di Barison rappresentò un vero colpo di fortuna, in quanto l'attaccante di Vittorio Veneto, che era esploso sull'altra sponda della Lanterna, ritrovò alla Sampdoria il rendimento dei primi anni sino a riproporsi per la Nazionale. Nonostante il grande rendimento di Barison, autore di ben 13 reti, la Sampdoria non riuscì mai ad ingranare in quella disgraziata stagione. Il primo segnale di allarme arrivò sin dalla seconda giornata, quando una non trascendentale Roma rifilò un punteggio tennistico agli uomini di Ocwirk. E sin dalle prime giornate, divenne chiaro che il tallone d'Achille della squadra era la difesa, ove nemmeno Vincenzi e Bernasconi erano in grado di rimediare alla mancanza di copertura di un centrocampo ove il declino di Bergamaschi non aveva trovato adeguati compensi. La vittoria della quinta giornata con il Catania, un rotondo 4-1, illuse brevemente la tifoseria sulla possibilità di giocare comunque il solito campionato tranquillo o quasi, ma le ripetute sconfitte del periodo successivo, che culminarono in quella del primo derby d'annata, si incaricarono di spazzare via ogni illusione. Neanche tra le mura amiche di Marassi, ove pure negli anni passati la Sampdoria aveva costruito le sue fortune, i blucerchiati riuscivano a dare una impressione di adeguata forza. Dopo aver girato a 14 punti la fase ascendente del campionato, la Sampdoria inanellò quattro sconfitte consecutive che la portarono al limite dello psicodramma. Per fortuna, la clamorosa vittoria per 5-1 di Catania allentò un poco la tensione, ma la disfatta interna con l'Inter rese vana l'impresa siciliana. Fu il secondo derby stagionale, con un Genoa che navigava tranquillamente a centroclassifica, a dare la svolta positiva. La vittoria per 1-0 arrecò all'ambiente doriano l'entusiasmo che spinse la squadra ad inanellare una serie di partite positive che culminarono nell'impresa di San Siro, quando la Sampdoria riuscì a difendere la rete del vantaggio con una difesa strenua. La salvezza matematica arrivò solo grazie allo 0-0 tra Messina e Modena, che neutralizzava la sconfitta di Torino e permetteva ai doriani di scampare alla retrocessione per la miglior differenza reti nei confronti dei canarini. Di fronte al pericolo scampato, Lolli Ghetti cercò di dare una svolta capace di portare fuori la squadra dalle secche di una crisi tecnica che era ormai sotto gli occhi di tutti e dette luogo ad una campagna acquisti scoppiettante. In difesa arrivava Alfio Fontana, uno dei migliori terzini italiani nel periodo a cavallo tra gli ultimi anni '50 e i primi anni '60, prelevato dalla Roma con l'evidente intento di rigenerarlo. La mediana, vedeva l'innesto di un'altra vecchia gloria del calcio italiano, quell'Enea Masiero che era stato un punto di forza dell'Inter negli anni passati in nerazzurro. Dalla Fiorentina arrivava Francisco Ramon Lojacono, interno dalle grandi doti balistiche, ma in evidente calo di rendimento, mentre dalla Roma arrivava anche quel Benedicto Angel Sormani che dopo essere costato una barca di quattrini alla dirigenza romanista, aveva clamorosamente fallito sulla sponda giallorossa del Tevere. L'intento di Lolli Ghetti era evidente e puntava a ripetere lo schema dei terribili vecchietti che avevano fatto la fortuna di Ravano alla fine del decennio precedente. Purtroppo, la scommessa di Lolli Ghetti si rivelò un azzardo. Lojacono era chiaramente in disarmo, mentre Sormani era praticamente da ricostruire come giocatore, ancora in preda ad una evidente crisi di fiducia. Il nuovo tecnico, il vecchio Pinella Baldini, si trovò così nel mezzo di una tempesta: nonostante le ottime prestazioni di due giovani del vivaio, lo stopper Francesco Morini e il regista Mario Frustalupi, la Sampdoria dette luogo ad una nuova stagione di trepidazioni, che la vide salvarsi per miracolo ai danni dei cugini del Genoa. Era però evidente che non si poteva andare avanti in questo modo.            

PER LA PRIMA VOLTA IN SERIE B

La rivoluzione dell'estate del 1965 non dà i frutti sperati. Poco prima dell'inizio della stagione, Lolli Ghetti passa la mano a Enrico De Franceschini. Il nuovo presidente, non appena la squadra si trova in difficoltà, decide di chiamare Fulvio Bernardini sulla panchina. Nemmeno il Dottore, però, può fare miracoli. La retrocessione della Sampdoria è decretata dall'errore dell'arbitro Bernardis che, a Roma contro la Lazio, non concede un rigore "solare".  

I tremori della stagione 1964-65, spinsero il Presidente a dar luogo ad una vera e propria rivoluzione, a seguito della quale si decise di puntare su giovani in cerca di affermazione e sulla cui fame di gloria si pensava poter costruire un nuovo corso. Dopo essersi fatto le ossa nei campionati minori, tornava Enrico Dordoni, mediano formatosi nella società e reputato ormai pronto per la massima serie. Tornavano anche Salvi, dal Milan e il centravanti Cristin, che era stato spedito a Monza. Inoltre erano da registrarsi gli acquisti di altri giovani come Pienti e Giampaglia. Ma non solo loro, visto che Lolli Ghetti aveva provveduto a rilevare il cartellino di Mario David, robusto centromediano sulla breccia dalla metà del decennio precedente, e di Carlo Novelli, attaccante che aveva girato mezza Italia nel corso della sua carriera, senza mai raggiungere grandissimi livelli di rendimento. Era evidente l'intento di dare una salutare sterzata all'ambiente, puntando sull'entusiasmo di ragazzi che erano in cerca della definitiva affermazione. Purtroppo, la confusione tecnica e societaria era ormai all'apice. Proprio alla vigilia del campionato, Lolli Ghetti decideva di passare la mano all'armatore Enrico De Franceschini, dando un segnale non proprio positivo all'ambiente: il suo addio poteva infatti essere interpretato come la definitiva resa ad una situazione non brillante. Alla prima giornata, la Sampdoria impattava a Marassi col Torino, replicando a Cagliari nella settimana successiva. Sembrava ancora una volta possibile una aurea mediocrità che era diventato il marchio di fabbrica doriano in quel lasso di tempo. Gli osservatori più attenti, avevano però già intuito che le cose non stavano così e che la squadra rischiava di fare la prte delvaso di coccio in mezzo a quelli di ferro. Poi, arrivò la sconfitta casalinga con la Roma a complicare ulteriormente le cose. Nonostante la vittoria con il Foggia, la crisi della squadra stava travolgendo il povero Baldini, il quale non sapeva più a quale santo appellarsi. Intervenne allora De Franceschini, il quale prese contatto con Fulvio Bernardini, uno dei migliori allenatori italiani di ogni epoca, il quale dopo aver vinto lo scudetto con la Fiorentina, si era ripetuto con il Bologna e aveva portato la Lazio a vincere la Coppa Italia nel 1958. Il Dottore accettò la sfida propostagli dal Presidente doriano, ma anche la sua sapienza, poco poteva di fronte alla pochezza di una squadra ove i giovani non riuscivano a confermare le promesse della vigilia e i vecchi denotavano chiaramente l'usura del tempo. Dopo aver chiuso a sili 13 punti il girone di andata, la Sampdoria iniziò la seconda parte del torneo con una sconfitta a Torino, subito seguita dal pareggio interno con il Cagliari di Riva e dalla sconfitta di Roma contro i giallorossi. Una nuova sconfitta interna col Milan e quella esterna a Foggia, resero chiaro che la squadra non rispondeva più alle sollecitazioni di Bernardini e la crisi morale della stessa aveva ormai toccato il suo punto più alto. Quando anche il Brescia violò Marassi, le residue speranze della tifoseria lasciarono il passo alla disillusione più completa. Ancora due sconfitte con il Bologna e la Fiorentina azzerarono le possibilità di salvezza dei doriani, anche se nell'ultima parte del torneo si ebbe un tardivo risveglio, iniziato dallo scontro diretto col Catania al Cibali, che vide gli uomini di Bernardini prevalere per 3-2. Un nuovo mezzo passo falso casalingo col Vicenza, vanificò in parte quell'impresa, ma una nuova vittoria esterna a Varese risvegliò le speranze. Quando anche l'Atalanta fu battuta a Marassi e l'Inter fermata sul pareggio a San Siro, sembrò che potesse avverarsi quelo che sino a poche settimane prima era da considerarsi un miracolo. La squadra sembrò improvvisamente trasformata e continuò la striscia positiva andando a vincere contro la Spal, nella settimana che precedeva lo scontro diretto dell'Olimpico con la Lazio. Quel giorno, fu l'arbitro Bernardis di Trieste a seppellire buona parte delle residue speranze della Sampdoria, negando agli uomini di Bernardini un rigore definito solare da tutta la stampa nazionale, per atterramento di Cristin ad opera di Gori. Alla penultima giornata, i doriani vinsero anche col Napoli, ma ormai la salvezza passava per la combinazione dei risultati dell'ultima giornata. Il 22 maggio 1966, la Sampdoria fu sconfitta per 2-1 dalla Juventus al Comunale di Torino, mentre in concomitanza, il Brescia si faceva rimontare due reti dalla Spal, condannando i blucerchiati alla prima, amara retrocessione.