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IL ROSSO...

Vittorio Staccione, fu uno dei tanti che aderirono in maniera convinta all'antifascismo. Era stato ottimo giocatore tra la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30, con le maglie di Torino e Fiorentina, ma le terribili vicende personali passate, lo avevano costretto a lasciare presto i campi di gioco. Diventato operaio, aveva visto a vicino le condizioni in cui il fascismo stava riducendo l'Italia, diventandone oppositore. Mori a Mauthausen...  

La vera e propria guerra civile, che interessò il nostro paese nell'ultimo periodo del regime fascista, ebbe riflessi, e non poteva che essere così, anche sul calcio italiano. Furono molti i calciatori italiani che decisero di non poter assistere inerti mentre il disfacimento del regime mussoliniano seminava morte e distruzione in un paese spaccato a metà, all'altezza della Linea gotica. Soprattutto nella parte settentrionale del paese, ove si era installato il regime fantoccio di Salò, l'ultima parte della guerra toccò toni drammatici, tra rastrellamenti nazifascisti e bombardamenti alleati, mentre dalle montagne cominciavano a scendere in pianura le formazioni partigiane. E in questa atmosfera di disfacimento, si intrecciarono i destini di molti atleti e allenatori che avevano avuto spesso un ruolo di grande rilievo nelle domeniche spensierate che avevano accomunato gli italiani prima dello scoppio del conflitto. Ci fu chi decise di schierarsi apertamente contro il regime mussoliniano e chi lo fece a favore del regime fascista. Poi ci fu la solita zona d'ombra, quella di chi non seppe decidersi per l'una o l'altra parte e alla quale furono anche ascritti uomini che la loro scelta l'avevano fatta, eccome.
Uno che la sua scelta la fece, in maniera estremamente decisa, fu Vittorio Staccione. Nato il 9 aprile 1904, in una famiglia operaia di Torino, fu uno dei tanti ragazzi che, ad inizio secolo, si innamorarono del nuovo sport appena arrivato dall'Inghilterra e cominciarono a popolare i prati della periferia dando luogo ad interminabili partite, cui non di rado, assistevano i talent scout delle maggiori società cittadine. Proprio nel corso di una di queste partite, Staccione fu notato da uno dei più forti e popolari giocatori dell'epoca, Enrico Bachmann e portato al Torino ad iniziare la trafila dalle minori, che già in quel lasso di tempo costituivano un vero e proprio fiore all'occhiello per il sodalizio granata. Il 3 febbraio 1924, arrivò l'esordio in prima squadra, nella partita contro l'Hellas Verona giocata nel quadro del campionato di Prima Divisione, la serie maggiore dell'epoca, in sostituzione di Aliberti e al fianco di un mostro sacro come Emilio Janni. Dopo aver collezionato due presenze in quel campionato, Staccione fu mandato alla Cremonese, per consentirgli di giocare con continuità e formarsi le ossa al fine di poter rientrare alla casa madre. Come in effetti avvenne, tanto che nel campionato 1925-26, il giovanotto riuscì a raggranellare 6 presenze, fungendo da riserva per Janni o Sperone. Le presenze aumentarono arrivando ad 11 nel campionato 1926-27, quello che sarebbe terminato con la clamorosa beffa della revoca del titolo conquistato dai granata, a seguito dello scandalo Allemandi. E proprio in una partita di quel torneo, nel Torino debuttò un giovane e promettente portiere, Eugenio Staccione, fratello di Vittorio, nella partita contro la Sampierdarenese giocata il 20 marzo 1927. Nel frattempo, la Fiorentina del marchese Ridolfi aveva messo gli occhi su Vittorio Staccione, vedendo in lui il giocatore capace di apportare muscoli e fosforo in mediana. Il passaggio in viola si concretizzò proprio alla fine di quella stagione, aprendo una nuova fase nella carriera di Staccione, il quale divenne in breve un punto fermo della Fiorentina, tanto che nella stagione 1927-28, giocata dai viola in Prima Divisione, la cadetteria dell'epoca, le presenze furono 13 in 14 gare disputate. Nel campionato 1928-29, la Fiorentina si trovò a disputare la Divisione Nazionale, in un torneo che avrebbe dovuto portare alla formazione della successiva serie A a sedici squadre decisa dalla Federazione. Staccione giocò, sempre con ottimo rendimento, 27 partite su 30, ma la Fiorentina non riuscì ad evitare un inglorioso ultimo posto nel girone B che la condannò alla serie cadetta. Se le cose dal punto di vista sportivo, stavano prendendo una piega non esaltante, dal punto di vista affettivo andavano in tutta altra direzione, poichè nel corso di una delle vivaci serate offerte dalla città toscana, Staccione conobbe una bionda ragazza di Fiesole, Giulia Vannetti che di lì a poco sarebbe diventata sua moglie. Purtroppo, il destino era in agguato e, nel corso di un difficilissimo parto, la giovane "Fiammetta", come era stata affettuosamente ribattezzata, vide morire la bimba tanto desiderata. Inoltre il parto era stato talmente complicato che la stessa Giulia vide aggravarsi in breve tempo le sue condizioni di salute, a causa di di una serie di infezioni che la avrebbero portata di dì a poco alla prematura morte. Vittorio Staccione uscì psicologicamente a pezzi da questa tragedia, e il suo rendimento risentì di quanto successo, tanto da portare ad un rapido declino agonistico che lo portò a calcare i campetti della serie C con la maglia del Cosenza. L'ultima stagione agonistica fu quella del 1934-35, nel corso della quale indossò la maglia del Savoia di Torre Annunziata e al termine della quale avvenne il rientro a Torino, ove cominciò a lavorare da operaio in una lunga serie di lavori a termine che lo misero a conoscenza delle stentate condizioni di vita in cui il regime fascista teneva il proletariato italiano. Fu proprio in quel periodo che Staccione maturò la sua convinta adesione all'antifascismo, tanto da essere ben presto notato e schedato dall'OVRA, la polizia segreta fascista. Il pericolo ormai incombente, non lo fece però desistere dall'impegno contro un regime che aveva portato il paese in guerra e alla fame: il 13 marzo 1944, fu catturato insieme al fratello Francesco dalle SS, in Via San Donato e, dopo essere stato portato a Verona, fu internato nel campo di sterminio di Gusen-Mauthausen il 28 dello stesso mese. Etichettato come oppositore politico, gli fu tatuato sul braccio il numero di matricola 59160. Nel lager Vittorio Staccione riuscì a resistere un anno, nel corso del quale fu ripetutamente percosso dalle SS. Proprio nel corso di uno questi pestaggi, riportò una profonda ferita alla gamba destra che mal curata causò setticemia e cancrena e lo portò infine alla morte, proprio pochi giorni prima che le truppe alleate riuscissero a liberare il campo.        

...E IL NERO

Cecilio Pisano, fu ottimo centromediano del Liguria e della Sanremese nei tornei che precedettero lo stop dovuto alla guerra. Secondo alcuni osservatori, fu il migliore in assoluto dopo l'inarrivabile Andreolo. Nel corso del conflitto coltivò però una pericolosa amicizie con un ufficiale delle SS che gli valse la condanna da parte della Resistenza. La sua morte non fu mai chiarita: si suicidò o fu ucciso dai partigiani?  

Cecilio Pisano, era nato a Montevideo il 21 novembre del 1917. Dopo aver giocato nel settore giovanile del Penarol, mostrando subito ottime doti in un ruolo chiave come quello di centromediano, al pari di tanti suoi connazionali di origine italiana, aveva approfittato della normativa sugli oriundi che permetteva a chi aveva avi nati nel nostro paese di ottenere la cittadinanza. Arrivato in Italia nel 1937, chiamato dal Liguria, aveva esordito in serie A contro la Roma, il 19 settembre dello stesso anno, ma aveva denotato qualche lacuna dovuta soprattutto alla scarsa conoscenza della nuova realtà ed era perciò stato dirottato in prestito alla Sanremese per la stagione 1838-39, al fine di fargli fare quella esperienza che avrebbe potuto aiutarlo in maniera decisiva in un calcio difficile come quello che già all'epoca distingueva il nostro torneo maggiore e che aveva provocato il fallimento di tanti sudamericani arrivati in precedenza con ottime credenziali. Nel torneo di serie B disputato, aveva fatto valere immediatamente le sue doti, diventando un vero e proprio punto di forza della squadra biancoazzurra, disputando con ottimo profitto 26 partite. A Sanremo trovò anche l'ambiente ideale per vivere, tanto che quando nella stagione successiva fu richiamato dal Liguria, Pisano decise di continuare ad abitare nella cittadina ove si era fatto molti amici e famiglia. 
Con la maglia del Liguria, giocò quattro stagioni, quelle prima dello stop dovuto allo scoppio del conflitto, tre in serie A e una in B, sempre con grande profitto, tanto da essere giudicato da alcuni osservatori il secondo miglior centromediano del calcio italiano, dopo l'inarrivabile Andreolo. Quando la guerra arrivò sul suolo italico, Pisano tornò a svolgere la sua attività calcistica a Sanremo, vestendo la maglia della C.I.L. in un torneo riservato alle ditte che lavoravano per l'occupante nazista. Tra le truppe tedesche di stanza a Genova, c'era un ufficiale delle SS appassionato di calcio, il quale usava invitare a pranzo giocatori del Liguria. Erano inviti assai graditi, vista la penuria di generi alimentari che caratterizzava il periodo e i giocatori in questione non si facevano certo pregare per aderirvi. Una volta toccò anche a Pisano, il quale fu invitato presso la Capitaneria di Genova per un pranzo a base di stoccafisso, insieme ai compagni Von Mayer, Ventimiglia e Martini. Mentre però gli altri tre, ebbero l'accortezza di non continuare quella pericolosa frequentazione, Pisano continuò a coltivare il rapporto con l'ufficiale, entrando così nel mirino dell'antifascismo. Ma non per l'amicizia in questione, bensì per una vera e propria collaborazione stabilita con lo stesso: in pratica, Pisano sarebbe stato un intermediario per la concessione di lasciapassare per il Piemonte, servizio che alla borsa nera di quei giorni comportava lauti pagamenti. A distanza di tanti anni, la risposta sulla verità di una accusa così grave, non è stata ancora possibile, fatto sta che quando i tedeschi si ritirarono da Genova, la sorte di Pisano poteva dirsi segnata. Quando i partigiani arrivarono nel capoluogo ligure, si scatenò la caccia al giocatore, il quale nei mesi precedenti aveva ricevuto la carica di console dell'Uruguay a Genova. una macchina cominciò a girare per la città, chiedendo ai cittadini, tramite l'altoparlante, di dare notizie sul "calciatore del Liguria, il fascista Cecilio Pisano". Infine, i partigiani lo trovarono al Caffè Roma di Sampierdarena, locale che era il covo dei tifosi del Liguria e lo portarono in cima al cosiddetto "Grattacielo" di Sampierdarena. Da questo momento, le versioni su quanto accadde diventano contrastanti. Secondo alcune fonti, Pisano, in preda alla disperazione e per sfuggire ai partigiani, preferì gettarsi nel vuoto. Secondo altri, in particolare per il suo ex compagno di squadra Mario Ventimiglia, il giocatore fu buttato di sotto dagli stessi partigiani, quando era già morto per le percosse ricevute. La verità non fu mai stabilita con precisione e la morte di Pisano può essere considerata l'emblema di un'epoca tremenda anche per un mondo come quello del calcio, che pure sarebbe dovuto rimanere indenne da quello che gli succedeva intorno.     
     

LA ZONA D'OMBRA

La squadra che non ha vinto nulla nella sua storia, è anche quella che ha resistito di più nel calcio di alto bordo, tra le provinciali del Piemonte. L'Alessandria, ha avuto il suo momento d'oro alla fine degli anni '20, quando sfornò campioni come Ferrari, Banchero, Bertolini e Cattaneo. Dopo il declino degli anni '30, è riuscita a tornare in serie A, abbandonandola all'inizio degli anni '60, dopo aver regalato Gianni Rivera al calcio italiano.

Staccione e Pisano, non furono gli unici a morire nel corso del conflitto. Basti pensare a Carlo Castellani, colonna dell'Empoli per tutto il corso degli anni '30, anche lui rastrellato dalle SS e perito a Mauthausen, al quale la città di origine ha dedicato lo stadio, o ad Armando Frigo, morto a soli 25 anni per opera delle truppe tedesche in qualità di appartenente alla Resistenza. Molti altri, furono interessati dalle terribili vicende scatenate dal dissolvimento del regime mussoliniano, nonostante la non partecipazione attiva agli eventi che stavano seminando lutti e distruzione in un paese percorso in lungo e in largo dagli eserciti che si combattevano senza quartiere. 
La vicenda più emblematica del periodo, è probabilmente quella che interessò Vittorio Pozzo, l'uomo che aveva traghettato la nostra nazionale verso la doppia vittoria mondiale del 1934 e 1938. All'epoca dei mondiali del 1990, qualcuno propose di intitolargli il nuovo stadio di Torino, trovandosi di fronte ad un vero e proprio muro. Il perché di questo ostracismo risiede proprio nella complessità della vicenda che interessò Pozzo, al quale, in pratica, fu rimproverata l'aperta collusione col regime fascista messa in opera in particolare nel corso dei mondiali francesi del 1938. Nel corso di quella kermesse, la nostra squadra si trovò di fronte alla aperta contestazione delle migliaia e migliaia di esuli antifascisti che erano stati costretti ad abbandonare l'Italia per non finire nelle galere fasciste. Particolarmente clamorosi furono gli avvenimenti che caratterizzarono la partita di esordio degli azzurri in quel torneo, contro la Norvegia, a Marsiglia. Quel giorno, le tribune dello stadio marsigliese furono gremite dagli antifascisti, i quali utilizzarono la partita come una vera e propria vetrina che fungesse da cassa di risonanza per far sapere al resto del mondo la pratica distruzione di ogni libertà politica e sindacale che il fascismo aveva operato e che, se in Italia non era possibile mettere in opera una efficace opposizione al regime mussoliniano, la stessa esisteva, eccome, all'estero. Quando i giocatori italiani furono chiamati da Pozzo al solito e ridicolo saluto romano, cui erano obbligati da un regime che aveva capito in pieno l'importanza propagandistica del calcio, le tribune di Marsiglia coprirono di fischi e improperi gli stessi. Come lo stesso Pozzo dichiarò nelle sue memorie, gli insulti erano rivolti usando i dialetti di tutte le regioni italiane, cosa che certo non poteva lasciare indifferenti i suoi ragazzi. L'intensità della manifestazione scemò gradatamente e lentamente e a quel punto, il commissario tecnico diede l'ordine di salutare di nuovo col braccio teso. A distanza di anni, e ancora nelle sue memorie, Pozzo disse che volle sfidare apertamente il pubblico in quanto se non avesse fatto così, i suoi uomini avrebbero potuto risentirne dal punto di vista psicologico nella gara con i norvegesi. Che fu difficile e portò l'Italia ad un passo dalla clamorosa ed ingloriosa eliminazione. Sul punteggio di 1-1 e a pochi minuti dalla fine, infatti, i nordici ebbero l'occasione di portarsi in vantaggio, ma un prodigioso Olivieri riuscì a salvare la sua porta, consentendo all'Italia di andare ai supplementari, ove ebbe la meglio e si garantì il diritto a proseguire il cammino che la avrebbe portata al bis mondiale. 
A pagare gli avvenimenti di quel giorno, fu proprio Pozzo. Il quale non era fascista (non aveva mai preso la tessera del partito, come avevano fatto in tanti per tenersi fuori da eventuali guai) bensì di convinzioni monarchiche e, di conseguenza agiva in base al postulato che bisognasse comunque essere fedeli all'autorità costituita. Una convinzione che lo portò comunque ad affiancare la resistenza antifascista nell'ultima fase del conflitto tanto che, nel Fondo Pozzo, posto sotto la tutela del Ministero dei Beni Culturali, esistono documenti che comprovano l'attività a favore della Resistenza. In particolare, un documento del Comitato di Liberazione Nazionale di Biella, recita testualmente: "Si dichiara che il Comm. Vittorio Pozzo ha collaborato fin dal settembre '43 con questo CLN con compiti di organizzare gli aiuti ai prigionieri alleati e il loro passaggio in Svizzera." Purtroppo, neanche l'evidenza documentale è riuscita a scalfire il muro dell'ostracismo decretato dal calcio italiano verso uno dei suoi più grandi interpreti. Il tutto suona come una vera e propria beffa, verso una persona che ebbe il solo torto di non sbandierare il fatto di aver conformato il suo comportamento al senso del dovere in un paese ove molti altri non avevano fatto nulla per cambiare il corso delle cose.