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LA GUERRA FERMA IL CALCIO

Il momento vissuto dall'Italia, ormai in guerra, sconsiglia i festeggiamenti. La romanzesca storia della coppa avuta dalla Roma per la conquista del titolo. La fuga di Schaffer porta sulla panchina Geza Kertesz, ma la squadra è ormai allo sbando e dà luogo ad un campionato in tono minore. L'incredibile squalifica a vita di Amadei.

Poichè l'Italia era in guerra, un conflitto che, ad onta dei proclami mussoliniani e delle aspettative di una facile vittoria, si stava rapidamente trasformando in una rotta catastrofica, il momento era il meno adatto per dar luogo a grandi festeggiamenti e perciò le feste per lo scudetto furono molto sobrie. Il segno più vistoso del giubilo che percorse la Capitale nel giorno dello scudetto furono i cappelli piumati indossati da molti dei giocatori romanisti che facevano parte del corpo dei Bersaglieri e che, proprio per questo, avevano potuto godere di un trattamento di favore in vista degli allenamenti. Tra l'altro la coppa che la Roma ebbe per la conquista dello scudetto divenne oggetto di una storia dai contorni molto strani e soltanto a conflitto finito ne fu possibile il ritorno in possesso da parte della società, dopo che tutti la avevano ormai data per persa.
Il calcio italiano era l'unico che in Europa non si fosse ancora fermato per la guerra. Il regime aveva pensato bene di sfruttare lo sport più amato dagli italiani per dare una impressione di normalità. Lo fece solo nel 1943 dopo un torneo che vide la Roma cominciare con Schaffer e finire con Kertesz dopo la fuga di questi. Lo stesso Schaffer, ormai molto malato, sarebbe morto di lì a poco a Monaco chiamando nel delirio i giocatori che aveva portato alla conquista del tricolore. 
La squadra giallorossa terminò al decimo posto un torneo che vide aprirsi l'epoca del Grande Torino. E proprio dopo una gara di Coppa Italia coi granata fu squalificato a vita Amadei. Il fornaretto fu considerato l'autore di un calcio rifilato all'arbitro durante la gara, nel corso degli incidenti che erano scoppiati dopo la convalida di una rete segnata da Ossola in netta posizione di off side. Poichè il responsabile dell'atto non era stato individuato dall'arbitro, Amadei in qualità di capitano divenne il vero e proprio capro espiatorio di un caso che ben presto assunse le sembianze di un accanimento del tutto privo di basi giuridiche. Buona parte del mondo calcistico nazionale e tutto quello romano insorse a difesa del fornaretto, tanto che durante le gare del campionato romano furono firmate petizioni a favore di Amadei da parte delle squadre concorrenti, tra le quali anche la Lazio. Soltanto nel dopoguerra si seppe che era stato invece Dagianti.

DOPO LA TEMPESTA

Roma e Lazio si dividono salomonicamente i campionati romani organizzati nel corso del conflitto. Finita la guerra torna il calcio. La Roma arriva seconda nel girone centromeridionale, ma le sue speranze di poter lottare per il titolo sono immediatamente distrutte dal Grande Torino. Con Baldassarre inizia l'epoca delle ristrettezze.

Nel corso delle annate 1943-44 e 1944-45, mentre il nostro paese era il teatro di una guerra senza quartiere e spaccato all'altezza della Linea Gotica, il calcio si limitò allo svolgimento di tornei a carattere regionale o cittadino, il cui scopo precipuo era quello di mantenere in allenamento gli atleti, perlomeno quelli che non erano partiti per il fronte o erano riusciti a rimanere illesi tra vicende belliche sempre più aspre. Fu quello che successe anche a Roma, ove la squadra giallorossa e la Lazio si divisero salomonicamente i tornei cittadini in questione. In un momento in cui la guerra mieteva vittime in tutta Europa, anche la rivalità cittadina non poteva che prendere atto di un dramma ben più grande di quello derivante da una sconfitta o da una vittoria a pallone. 
Il calcio vero tornò soltanto nel 1945, quando le distruzioni operate dalla guerra consigliarono la Federazione a far svolgere un campionato diviso in gironi territoriali, le cui vincenti avrebbero dovuto dar luogo ad un torneo finale. La Roma fu naturalmente inclusa nel girone centromeridionale insieme a Lazio, Napoli, Salernitana, Siena, Fiorentina, Pro Livorno, Palermo e Bari e si pose come obiettivo minimo l'accesso al girone finale che dava la certezza di poter partecipare al torneo a girone unico dell'anno successivo. Nessuno sapeva in quale grado di efficienza si sarebbero ripresentate le squadre e la dirigenza romanista sperava che la squadra potesse ripetere, almeno in parte, le grandi prestazioni del 1941-42, ritenendo evidentemente una eccezione il pessimo comportamento dell'anno successivo. Della squadra che aveva vinto lo scudetto, rimaneva però poco, visto che mancavano Coscia, passato alla Juventus, Masetti, che aveva abbandonato l'attività, e la splendida mediana composta da Mornese, Bonomi e Donati. Ciononostante, la mancanza di informazioni certe sul resto del lotto, spingeva l'ambiente giallorosso ad una cauta fiducia, soprattutto in considerazione della presenza di Amadei, sul quale erano riposte le speranze e le ambizioni di una tifoseria che continuava a pensare di poter competere ad alti livelli.
Se però le aspettative erano grandi, il comportamento della squadra non si rivelò proprio all'altezza delle stesse. Dopo aver terminato al secondo posto il girone meridionale, la squadra giallorossa dovette immediatamente rinfoderare qualsiasi ambizione nel girone finale, dopo un catastrofico primo match col Torino, che i granata vinsero per 7-0. La Roma, che nel frattempo aveva visto l'avvento di Baldassare alla presidenza, chiuse il torneo finale al sesto posto, ma era ormai chiaro che il divario col calcio nordico era tornato quello di 20 anni prima.

CRISI FINANZIARIA

La crisi finanziaria si riverbera sulla qualità del materiale tecnico. Amadei pone l'aut aut: potenziamento o cessione. Si verifica la seconda ipotesi e il Fornaretto è ceduto all'Inter in cambio di Maestrelli e Tontodonati. Si cerca di attingere al calcio sudamericano, ma l'esito è sconfortante: il solo Pesaola si rivela all'altezza della situazione.

Le annate successive al conflitto furono sconfortanti. La crisi finanziaria nella quale versavano le casse societarie si riverberò in modo durissimo sulla qualità della squadra, ove il solo Amadei (che nel frattempo era stato graziato, per fortuna della Roma) continuò a dimostrarsi giocatore di livello superiore, dando luogo ad una serie di prestazioni di altissimo livello che non furono notate solo da Pozzo, il quale continuò ad ignorare il romanista, preferendogli elementi che avevano il solo vantaggio di giocare negli squadroni settentrionali. 
Gli acquisti che di annata in annata vennero effettuati dalla società giallorossa, si rivelarono in proporzione alla parsimonia con cui venivano effettuati gli investimenti e molto spesso si decise di ricorrere a giovani provenienti dal vivaio che però si rivelarono di scarsa levatura. La lotta per la sopravvivenza divenne perciò una abitudine dolorosa per la Roma e di fronte a questo andazzo anche Amadei decise di far conoscere il suo pensiero: o grande squadra o cessione. Anche in questo caso però la scelta fatta non fu azzeccata. Di fronte alle offerte di Torino (Gabetto e un altro giocatore delle rosa) e dell'Inter, la Roma optò per la seconda. Arrivarono così Maestrelli e Tontodonati dal Bari, buoni giocatori ma certo non dei campioni e in cambio partì l'unico elemento di classe superiore. Nè migliori furono i risultati quando la dirigenza giallorossa cercò di trovare validi elementi sul mercato sudamericano, ove agli arrivi di Pesaola e Valle fecero riscontro grandi delusioni. E intanto la squadra continuava a inanellare delusioni su delusioni.
 Di fronte ai pessimi risultati che continuavano a distinguere una squadra che sembrava aver del tutto smarrito la via della vittoria, nel 1947-48 la Roma cercò di correre ai ripari con l'ingaggio di Gyula Zsengeller. Il giocatore ungherese era stato un vero fuoriclasse e aveva segnato oltre 600 reti in carriera, ma ormai era agli sgoccioli della stessa e in fase di avanzato declino, anche se continuava a dispensare i lampi di una classe cristallina. Il suo apporto fu abbastanza buono, ma certo non sufficiente a risollevare la Roma a livelli elevatissimi. Con il suo arrivo si apriva un lungo periodo nel corso del quale la società giallorossa si illuse di poter risolvere i suoi problemi tecnici ingaggiando nomi ai quali, spesso, non corrispondeva un rendimento adeguato.