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FLESSIONE

La mancanza di uno stoccatore di rango, a causa del grave infortunio di Di Benedetti, e le assenze di Masetti, vanificano il lavoro di Barbesino. La Roma arriva soltanto decima nel campionato 1936-37, nonostante l'arrivo di Serantoni. La dirigenza cerca di correre ai ripari procedendo all'acquisto di Michelini, ma il tasso tecnico della squadra sta ormai scemando.

Nel 1936-37, nonostante un altro grande acquisto come quello del nazionale Serantoni, arrivato a Roma sul termine di una carriera che lo aveva visto costantemente su alti livelli (tanto da divenire uno dei pupilli di Pozzo) la Roma accusò una vistosa flessione, arrivando solo decima, risultato che metteva a nudo in maniera abbastanza clamorosa il momento di difficoltà della squadra. Tra le cause di questa brutta annata la forzata perdita del bomber Dante Di Benedetti, bloccato dal menisco proprio nel momento in cui aveva raggiunto il vertice della sua carriera ed era stato convocato in Nazionale, e la prolungata assenza di Guido Masetti, al cui posto si avvicendarono, con risultati non proprio lusinghieri, i vari Valinasso, Nardi e Francalancia, le cui esitazioni provocarono lo smottamento difensivo. I problemi derivanti dalla mancanza di validi terminali offensivi e di un portiere in grado di ovviare alle eventuali assenze del titolare si rivelarono praticamente insormontabili per Barbesino, cui non restò che prendere atto delle mancanze di una squadra che aveva visto nel corso degli ultimi anni scemare il suo tasso tecnico. 
La dirigenza giallorossa reputò a questo punto di dover intervenire per colmare il buco creato dall'infortunio di Di Benedetti e la scelta cadde su Danilo Michelini forte attaccante proveniente dalla Lucchese che nel corso della sua prima annata in casacca giallorossa mise a segno ben 16 reti, ripagando l'investimento fatto su di lui e la fiducia concessa. Nel seguito della propria carriera Michelini, che sembrava avviato a diventare uno dei migliori attaccanti italiani, non sarebbe però riuscito a confermare le grandi prestazioni degli inizi. Nonostante l'ottima resa del nuovo acquisto, la squadra non riuscì a tornare ai livelli cui era solita e la stagione si chiuse con un desolante decimo posto.

FINE DI UN'EPOCA

La fuga degli argentini è un vero spartiacque nella storia della Roma, che da questo momento è costretta a rinfoderare i propositi di scudetto. L'addio di Bernardini e di Ferraris IV, simboli della Roma testaccina, segna la fine di un'epoca in casa giallorossa. Per sua fortuna, la Roma trova un valido sostituto in Aristide Coscia.

La fuga dei tre fuoriclasse argentini, si trasformò in un vero e proprio spartiacque per la società giallorossa. Il decadimento di carattere tecnico che era stato provocato dall'addio di Guaita e Scopelli, in particolare, sembrò inaugurare una nuova epoca per la Roma che da quel momento fu costretta a riporre in sottordine le grandi ambizioni che ne avevano contrassegnato i primi anni. La società giallorossa continuò ad inanellare buone stagioni, arrivando al sesto posto nel 1937-38 e al quinto in quella successiva, sotto la guida del vercellese Guido Ara, ma molto diverso era stato lo slancio del primo periodo, allorchè la Roma aveva messo in serio imbarazzo il predominio sino ad allora esercitato dagli squadroni del Nord.
Al comportamento non proprio esaltante della squadra si aggiunse in questo periodo l'addio di due grandissimi idoli della tifoseria romanista, Fulvio Bernardini e Attilio Ferraris IV. Il primo ritenne conclusa la sua parabola agonistica ad altissimo livello dopo che gli era stato preferito Spitale e andò a concludere la carriera in una squadra cittadina la Mater, nella quale svolse anche le funzioni di allenatore, cominciando in quel ruolo una carriera altrettanto prestigiosa che lo avrebbe portato nuovamente ad incrociare il suo destino con quello della Roma. Il secondo, dopo la parentesi laziale, era andato a Bari per poi tornare in maglia giallorossa per gli ultimi spiccioli di una carriera che avrebbe avuto il suo epilogo a Catania. Naturalmente, la società si mise all'opera per cercare validi sostituti nel reparto di mezzo, puntando su giocatori che potessero dare garanzie nel presente immediato e nel futuro. C'era da considerare anche il fatto che, a livello simbolico, Bernardini e Ferraris IV avevano rappresentato, agli occhi della tifoseria, la Roma di Testaccio e non era facile trovare elementi in grado di rimpiazzarli nel cuore della stessa. Tra i loro sostituti, si mise in luce soprattutto l'interno Aristide Coscia, un mandrogno di grandi qualità prelevato dall'Alessandria che riuscì a ritagliarsi un ruolo di primo piano nelle vicende giallorosse di quegli anni e che sarebbe stato uno dei principali protagonisti del primo scudetto giallorosso.

ARRIVA UN BASTIMENTO

La Roma prova a trovare i sostituti dei fuggitivi, ma una serie di inconvenienti vanificano il lavoro di Lombardo. Si cerca di ovviare con gli argentini arrivati al molo di Genova, ma i risultati non sono brillanti. Tra i giocatori ingaggiati, il solo Pantò si rivela adeguato. Frizzi e lazzi per Provolone.

La ricostruzione di una squadra di primo piano in questi anni andò avanti tra alti e bassi, essendo difficile rimpiazzare figure di straordinario rilievo come quelle di Bernardini e Ferraris IV. L'ottimo rendimento di Coscia non poteva bastare. A dargli man forte arrivò un ottimo terzino come Brunella, prelevato dal Torino in cambio di Michelini. I dirigenti granata, che pur conoscevano la forza di Brunella, furono spinti a questa cessione dal fatto che il terzino era reduce da un grave infortunio al ginocchio dal quale si stava riprendendo lentamente ed era reputato giocatore a rischio. Negli anni successivi, una volta ristabilito completamente, Brunella sarebbe divenuto uno dei migliori terzi italiani. Nel tentativo di accelerare la crescita tecnica della squadra, i dirigenti giallorossi tentarono ancora una volta la carta d'oltreoceano, ma i risultati non furono esaltanti. Dopo aver trattato veri e propri crack del calcio argentino, come il centromediano Minella del River Plate, Sabio, interno del Boca Juniors e Staggi, attaccante del San Lorenzo, tutti elementi di riconosciuto valore internazionale, arrivarono infatti (era il 1939) i vari Pompei, Campilongo, Spitale, Provvidente e Pantò. Di tutti costoro soltanto Pantò si rivelò un ottimo giocatore ritagliandosi un ruolo anche per gli anni successivi, mentre gli altri si dimostrarono, chi più chi meno, emeriti bidoni con punte farsesche raggiunte dal centravanti Provvidente. Questo giocatore, del quale non si riuscì mai a capire veramente l'età, si presentò affermando di aver segnato carrettate di reti in tutte le squadre in cui aveva giocato, confidando sulla pratica impossibilità di verifica da parte di coloro che lo ascoltavano affascinati. In effetti, Provvidente aveva segnato tanto nel campionato argentino, ma la sua lentezza lo rendeva del tutto inadatto ad un campionato come il nostro. Una volta in campo dimostrò, purtroppo per la Roma, soltanto i difetti che aveva sottaciuto e riuscì soltanto a meritarsi frizzi e lazzi da parte della tifoseria che lo bollò con un nome che era tutto un programma: Provolone.
In un periodo non propriamente esaltante, ci furono comunque giocatori in grado di attirare sulla propria persona le attenzioni di una tifoseria che continuava a seguire con grande assiduità la squadra giallorossa. Tra coloro che si misero maggiormente in luce in questi anni, è da ricordare l'ala Borsetti. Giocatore molto estroso, dotato di ottima tecnica e di buone doti realizzative, Borsetti divenne ben presto uno dei pupilli della tifoseria giallorossa. Ceduto nel 1939 al Torino nel quadro dell'operazione che portò Brunella alla Roma, fu ripreso l'anno successivo andando a far parte della rosa scudettata del 1941.