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L'EPOPEA DEL CORSARO NERO

La gracilità difensiva vanifica le prodezze di Guaita e Scopelli. Il Corsaro Nero e Ferraris IV vincono il Mondiale con l'Italia di Pozzo. Attilio passa clamorosamente alla Lazio tra le rimostranze dei tifosi. Per ovviare alle difficoltà difensive, la Roma acquista Allemandi e Monzeglio. La Roma diventa la naturale favorita per il titolo. 

Con l'innesto di Guaita e Scopelli, la Roma divenne fortissima in avanti, ove alle doti realizzative di Guaita si univano quelle non meno fulgenti di Scopelli, capace di costruire il gioco e di concluderlo con eguale efficacia. Alla grande forza offensiva non fece però riscontro nelle annate 1933-34 e 1934-35 analogo valore della difesa, ove le grandi doti di Masetti non bastavano a mascherare alcuni difetti di base che impedirono alla Roma di andare oltre un quinto e un quarto posto che comunque la confermavano nella crema del calcio italiano. 
Altro grande motivo di orgoglio, per i tifosi romanisti, fu la partecipazione di Ferraris IV e Guaita alla conquista del titolo mondiale da parte della Nazionale di Pozzo, nella quale i due atleti rivestirono un ruolo decisivo. Lo stesso Ferraris IV, alla fine della competizione, fu però protagonista di un clamoroso passaggio alla Lazio che provocò non poche polemiche nella tifoseria, privata del giocatore che più di ogni altro era il simbolo della Roma testaccina. La mossa della dirigenza era però motivata da un drastico calo di rendimento di un atleta il cui tenore di vita non era proprio il più adatto a quello di una sportivo, come del resto avrebbe dimostrato il suo rapido declino. 
Proprio per ovviare agli scompensi difensivi messi in mostra nel biennio precedente, la dirigenza giallorossa pensò allora all'acquisizione di ciò che di meglio esisteva sui campi della penisola, cioè alla coppia di terzini dell'Italia campione del Mondo, Eraldo Monzeglio del Bologna e Luigi Allemandi dell'Ambrosiana. Entrambe le trattative andarono a buon fine, ponendo come naturale conseguenza la Roma come la principale favorita nella corsa al titolo 1935-36. Era sin troppo facile prevedere il successo per una squadra che poteva unire una difesa nella quale spiccavano le doti acrobatiche del portiere Masetti e la saldezza granitica di Monzeglio e Allemandi, ad un reparto centrale nel quale la straordinaria tecnica di Bernardini si univa alle geometrie di Scopelli e ad un attacco composto da autentici fuoriclasse come Guaita e Costantino. Tra l'altro i comprimari rispondevano ai nomi di Gadaldi, Frisoni, Scaramelli e Tomasi, tutti giocatori il cui valore era ampiamente comprovato e che offrivano grandi garanzie dal punto di vista della continuità.

UNA FUGA CLAMOROSA

Quando tutto sembra pronto per il primo titolo, gli argentini scappano in patria per paura di essere arruolati per la guerra d'Etiopia. L'attacco si ritrova praticamente decapitato. Barbesino le prova tutte, ma senza successo, sino a quando non decide di provare il giovanissimo Di Benedetti. La Roma termina ad un solo punto dal Bologna.

Quando già la stampa specializzata indicava la Roma come unica candidata al titolo, e la tifoseria non si premurava di nascondere una euforia ai limiti del trionfalismo, sui piani della dirigenza romanista si abbattè però, come un fulmine a ciel sereno, la clamorosa fuga del trio argentino, che in pratica lasciò la squadra monca nelle sue propaggini offensive. Era praticamente impossibile infatti ovviare a mercato ormai chiuso all'assenza di Guaita e Scopelli, mentre per Stagnaro il problema fu assai meno grave, vista la presenza del sempre gagliardo Bernardini, che poteva tranquillamente rivestire il vecchio ruolo di centromediano, nel quale si era affermato. 
Dopo il rimpatrio dei tre in Argentina, Barbesino si ingegnò a trovare una soluzione di ripiego in grado di ovviare agli scompensi che ne erano derivati, arrivando addirittura a provare il terzino Gadaldi, per le sue rinomate doti acrobatiche e l'ottima tecnica di base, al centro dell'attacco, senza però che i risultati fossero di una qualche rilevanza. L'unica fortuna del tecnico, fu la tenuta di una difesa d'acciaio, nella quale Allemandi e Monzeglio dimostrarono ampiamente le proprie capacità, garantendo a Masetti una copertura straordinaria. Naturalmente oltre a non subire, la Roma doveva anche segnare per poter vincere le partite e nella parte iniziale del torneo, il problema della rete si dimostrò in tutta la sua drammaticità. La pur ottima cifra di gioco garantita dal centrocampo, veniva costantemente vanificata dalla mancanza di un terminale offensivo di adeguato valore. 
Fu proprio nella prima parte del campionato che la Roma acquisì lo svantaggio nei riguardi del Bologna che si sarebbe rivelato esiziale al tirar delle somme. In preda alla disperazione, il tecnico decise infine di provare un ragazzino delle minori giallorosse, Dante Di Benedetti, trovando d'incanto nella grezza potenza del giovanissimo attaccante il toccasana ai mali offensivi della squadra. Col suo innesto la Roma prese finalmente a volare, arrivando ad insidiare il Bologna e il Torino che avevano sin lì dominato il torneo. Il risultato finale fu un clamoroso secondo posto, ad una sola lunghezza dal Bologna, e tanti rimpianti per quello che avrebbe potuto essere senza la incredibile fuga degli argentini...

COMPRIMARI DI LUSSO

La fuga dei tre argentini viene colmata dai giallorossi serrando le file di difesa e centrocampo. In grande spolvero il terzetto difensivo formato da Masetti, Allemandi e Monzeglio, ma anche la mediana, ove Fulvio Bernardini giganteggia e offre il suo contributo risolutivo nella costruzione del gioco. Meno bene, ovviamente, l'attacco.

La fuga di Guaita proiettò sulla ribalta giocatori di discreta levatura come Otello Subinaghi e Domenico D'Alberto, che la Roma aveva preso in funzione di rincalzi di lusso e che proprio in questa veste avrebbero potuto dare un contributo decisivo alle fortune della squadra. La risposta offerta da entrambi fu molto buona, soprattutto in considerazione del fatto che non avevano avuto sino ad allora particolari esperienze nel calcio d'alto bordo, ma certo non sufficiente a riempire il vuoto che si era aperto in attacco con l'addio di Guaita. In particolare i due non erano abituati a fungere da prima punta e questo provocò grandi difficoltà nella finalizzazione della manovra offensiva che, priva di un terminale adeguato, dette risultati molto inferiori al necessario, soprattutto in avvio di torneo quando le squadre avversarie intuirono le difficoltà della Roma e si regolarono di conseguenza. Quando Barbesino si decise a buttare dentro Di Benedetti, al quale non mancavano le doti di coraggio e potenza tipiche della prima punta, la mole di gioco creata dalla squadra fu finalmente oggetto di adeguata finalizzazione, consentendo la rapida risalita che portò la Roma a sfiorare la conquista del suo primo titolo.
La sintesi della stagione romanista e del rendimento discreto ma nulla di più dell'attacco fu offerto dalla "Gazzetta dello Sport" che così descriveva il gioco della Roma: "Si deve alla difesa il merito dell'incalzante marcia giallorossa. Le squadre che devono affrontare la pattuglia romanista sono costrette ad imporsi una consegna: superare la mediana e compiere ogni sforzo per battere la difesa. Siccome non si teme eccessivamente l'attacco romano, si picchia con tutto l'impeto, con tutta la forza, contro i baluardi estremi giallorossi, nel proposito di scardinarli. Ma deve essere tanto forte il terzetto composto da Masetti, Monzeglio e Allemandi e deve saper compiere così bene il proprio dovere la mediana che gira attorno al classico Bernardini, che, nella fatica per arrivare al traguardo, gli avversari ci rimettono tutto. Ragione per cui non sempre riescono a contenere l'impeto, le puntate, gli attacchi in contropiede degli avanti romanisti. Essi, alla fine, sono riusciti ad attrezzarsi e costituiscono oggigiorno un reparto tutt'altro che privo di numeri."