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ANCORA A LIVELLI DI ECCELLENZA

La campagna acquisti si riduce ad alcuni rincalzi, segno evidente della fiducia nella rosa. La Roma parte bene, ma esce ben presto dalla lotta per il titolo. Burgess viene sostituito alla nona giornata da Janos Baar, allenatore delle giovanili, che infine conduce la Roma ad un discreto terzo posto, che però segna un passo indietro.

La stagione 1931-32 confermò la raggiunta eccellenza del team giallorosso. La campagna acquisti fu ridotta all'osso e vide arrivare soltanto il portiere Zucca dalla Sestrese e il terzino Nicolich dal Monfalcone, segno evidente che la società riteneva del tutto inutile ritoccare una squadra che aveva dimostrato la sua eccellenza nel corso del torneo appena consegnato agli archivi. 
La Roma, partì subito bene, ottenendo cinque vittorie nelle prime sei partite, tra cui quella contro la Juventus, battuta a Testaccio con un rotondo 2-0. Sembrava la naturale prosecuzione del torneo appena terminato, ma, la marcia trionfale di cui già parlava la tifoseria, si impantanò. Dopo il pareggio con la capolista Bologna, la sconfitta inopinata di Casale, cui fece seguito quella di Firenze, allontanò i giallorossi dalla vetta. Dopo due vittorie, tra le quali quella nel derby, la Roma cadde ancora a Milano contro l'Ambrosiana, per effetto di una rete al penultimo minuto, e in casa col Torino, certificando la sua uscita dalla lotta per il titolo. Sei vittorie di fila, dettero l'illusione di poter tornare nella competizione per l'alloro più importante, ma un pareggio a reti bianche a Vercelli inaugurò il periodo peggiore della squadra, nel corso del quale la Roma perse con l'Alessandria, la Juve (un clamoroso 7-1 per i bianconeri, che intesero in tal modo rifarsi del cappotto del 1931) e il Bologna e pareggiò con la Pro Patria. Alcune battute a vuoto con Fiorentina e Napoli allontanarono definitivamente la Roma dal vertice, anche se un buon finale di stagione, inaugurato dal rotondo successo per 4-1 nella stracittadina di ritorno, permisero infine ai giallorossi di cogliere un prestigioso terzo posto che poteva comunque essere considerato soddisfacente, anche se la squadra non si era mai inserita veramente nella lotta per il titolo. Il buon comportamento della squadra non soddisfò però la dirigenza che dopo sole nove giornate aveva dato i primi segni di insoddisfazione, decidendo di esonerare Burgess e di affidare la guida tecnica a Janos Baar, allenatore delle giovanili, di origine ungherese ed ottimo relation-man in virtù del fatto che aveva imparato molto bene l'italiano e si prestava volentieri al taccuino dei giornalisti.

AMBIZIONI SMODATE

La Roma si dimostra molto attiva sul mercato e acquista Banchero, Dugoni, Pasolini e Scaramelli, tutti pezzi pregiati che danno la misura della ambizioni della società. La squadra però, nonostante la buona resa dei nuovi, non decolla e arriva "soltanto" quinta. A pagare la mancanza di risultati continuano ad essere gli allenatori. 

Anche nel 1932-33 la Roma si piazzò nelle sfere alte della graduatoria, un quinto posto più che discreto, che però non poteva soddisfare le ambizioni della dirigenza e della tifoseria che dopo i risultati degli anni passati, erano sempre puntate al titolo. Tra l'altro la campagna di rafforzamento aveva visto arrivare uno stuolo di ottimi atleti come l'interno Banchero, il terzino Pasolini, il mediano Dugoni e l'interno Scaramelli. Di particolare rilievo erano gli arrivi di Banchero, uno degli interni più classici del nostro calcio e di "Bibola" Dugoni, mediano di grandi risorse caratteriali, ambedue atleti di interesse nazionale che avevano avuto modo di vestire la maglia azzurra. Ma non meno importanti erano le acquisizioni di Pasolini e Scaramelli: il primo era un difensore di grande rendimento che si era fatto le ossa nel Brescia, il secondo un interno forte sul piano della costruzione del gioco, ma anche capace di farsi valere in copertura. Ambedue sarebbero diventati beniamini di un pubblico sempre generoso con chi si sacrificava per i colori sociali.
Naturalmente acquisti di questa fatta concorrevano ad alimentare grandi aspettative, difficili da soddisfare, anche a causa di una concorrenza di primordine e a farne le conseguenze erano, come è logico, gli allenatori, che la dirigenza continuava ad alternare senza dar loro il tempo necessario per dare la propria impronta alla squadra. Baar, nonostante il più che buono terzo posto del 31-32, nella stagione seguente durò appena sei giornate, al termine delle quali, in mancanza di risultati adeguati alle ambizioni, fu avvicendato da Kovacs, altro ungherese. Il nuovo allenatore era un sergente di ferro e pretendeva massima disciplina dai giocatori, soprattutto in fatto di orari. La sua pignoleria e professionalità lo spinsero addirittura a dar luogo ad un corso per allenatori presso la sede sociale, trasformandola in una piccola Coverciano ante litteram. Non durò molto neanche lui, soprattutto per la scarsa pazienza della piazza, cui un quinto posto non poteva bastare. Fu così la volta di Barbesino, tipico rappresentante della scuola piemontese, tutta improntata sulla prestanza fisica e su una disciplina ferrea, che aveva il compito di rinsaldare le fila di una squadra forse troppo allegra per le usanze in voga sui campi italiani.

IL CORSARO NERO

La dirigenza si guarda intorno per potenziare la squadra e decide di puntare sulla pista sudamericana. Arrivano, grazie all'operato dell'ex Lombardo, Guaita, Scopelli e Stagnaro. Guaita, il Corsaro Nero, si dimostra subito un fuoriclasse, ma non meno importante è l'acquisto di Scopelli, una mezzala di grande classe, soprannominato "Coniglietto".

Naturalmente la dirigenza, di fronte a risultati ritenuti del tutto inadeguati, si guardò attorno nel tentativo di trovare quel qualcosa in più che potesse permettere un deciso rafforzamento e decise di sfruttare la carta offerta dalla legislazione federale sugli oriundi, cioè quei giocatori di scuola sudamericana che avevano discendenti italiani. Molte società avevano già tentato questa carta, tra alti e bassi, e clamore aveva destato l'esperimento tentato dalla Lazio, che addirittura aveva dato luogo ad una squadra quasi completamente formata da brasiliani e che per poco non era retrocessa. Molto più fortunata era stata invece la Juventus, che aveva puntato su giocatori argentini e uruguayani come Orsi, Cesarini e Monti, molto più adattabili al nostro calcio. 
La Roma, sull'esempio bianconereo, invece che al Brasile si rivolse perciò al mercato argentino dove l'ex giocatore Lombardo riuscì a trovare tre veri assi come Guaita, Scopelli e Stagnaro. La trattativa fu complicata dalla vera e propria rivolta scoppiata in seno alle tifoserie argentine quando la notizia era trapelata, tanto che lo stesso Lombardo aveva visto messa a serio rischio la propria incolumità, ma infine i tre giocatori poterono approdare a Roma, dimostrando immediatamente (soprattutto Guaita e Scopelli, mentre Stagnaro fu frenato da un gravissimo infortunio e dalla forte concorrenza interna nel ruolo di centromediano) il loro valore. In particolare si mise in luce Guaita, il quale nel 1934-35 riuscì nella straordinaria impresa di vincere la classifica dei marcatori con 28 reti in 29 partite, dopo essersi laureato campione del mondo con l'Italia nel 1934. Ma se Guaita era un attaccante di classe immensa, non meno azzeccato si rivelò l'acquisto di Scopelli, interno straordinario sul piano tecnico e della costruzione del gioco, anche se latente sul piano della tecnica, tanto da essere ribattezzato "Coniglietto" dai suoi tifosi argentini, causa una scarsa propensione alla battaglia che lo portava ad emarginarsi dal gioco nelle fasi più calde della contesa. Anche Scopelli entrò nell'orbita della Nazionale, dimostrando che la scelta di Lombardo era stata molto lungimirante.