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CON ANZALONE LA ROMETTA DIVENTA ISTITUZIONE

Appena arriva, Gaetano Anzalone dimostra di non avere idee molto chiare. Il primo errore, clamoroso, è quello di richiamare Herrera, per calamitare il consenso della piazza. E' solo il primo di una catena di clamorosi errori che hanno come logico corollario, l'istituzionalizzazione della Rometta. Ormai le ambizioni di primato sono state riposte e la navigazione a vista diventa un vero e proprio modus operandi.

L'incredibile ripescaggio di Herrera, se accontentava i tifosi, era un primo grandioso segno di debolezza del nuovo presidente, che dimostrava una permeabilità agli umori della piazza che non deponeva certo a suo favore. Se il buon giorno, si vede dal mattino, già la campagna acquisti dell'estate 1971, avrebbe dovuto preoccupare non poco. La squadra, infatti, rimase sostanzialmente quella dell'anno precedente e riuscì a cogliere un settimo posto, che certo non poteva essere accolto con gioia da quella tifoseria che aveva salutato la fine dei tempi cupi all'avvento del Mago. Purtroppo, Anzalone rispetto al suo predecessore non aveva nè i mezzi economici nè l'ambizione. Inoltre era troppo emotivo e non riusciva a ragionare freddamente su ciò che gli accadeva intorno. La squadra andava potenziata: aveva qualche punta di eccellenza (la coppia centrale formata da Bet e Santarini, un ottimo centrocampo in cui facevano spicco Cordova e Salvori), ma anche lacune che andavano colmate. Cappellini non era una prima punta adeguata, ad esempio e bisognava rimpiazzare il vecchio Del Sol. La campagna acquisti dell'estate 1972, fu invece ancora una volta inadeguata: arrivarono due giovani promesse come Giorgio Morini e Spadoni, ma l'arrivo di Muiesan non era propriamente ciò che si aspettavano i tifosi, da troppi anni privi di un attaccante di vaglia. Incredibilmente, la squadra partì a razzo, esibendo un gioco spettacolare e producente e soprattutto un grande Spadoni, capace di esordire con 4 reti nelle prime tre partite. Alla sesta giornata, si presentò una incredibile stracittadina con la Lazio, tornata proprio in quell'anno in serie A: entrambe le squadre erano prime in classifica. La partita fu risolta da un gran tiro di Nanni da trenta metri, ma la squadra, dopo una nuova sconfitta a Torino, seppe risollevarsi andando a maramaldeggiare a Terni e battendo l'Atalanta. La svolta negativa dell'annata, fu la partita con l'Inter, quando una Roma spettacolare sciupò tantissime occasioni da rete e fu punita nel finale da un rigore contestato che provocò l'invasione di campo e la squalifica dell'Olimpico. Da questo momento, la Roma scivolò sempre più in basso, soprattutto a causa di una cronica incapacità offensiva e, dopo il pareggio interno a reti bianche con la Ternana, finalmente Anzalone si decise a cacciare Herrera. La salvezza arrivò solo alla penultima giornata, a seguito dell'1-1 con il Palermo alla Favorita, ma ormai era arrivato il tempo della ricostruzione.
Che fu affidata a Scopigno, il Filosofo che aveva portato il Cagliari ad un incredibile scudetto nel 1969-70. Anzalone decise di portare a Roma l'attaccante di vaglia che tanto serviva, puntando su Pierino Prati, ma fece l'errore di cedere Bet. Arrivò anche Domenghini e stavolta sembrava che le cose potessero andar meglio. Invece, dopo poche giornate Scopigno era già saltato e la squadra si trovava allo sbando. Al posto del Filosofo, arrivò Nils Liedholm, svedese che dopo una straordinaria carriera da giocatore, aveva cominciato quella da tecnico. Il Barone riuscì a riportare la squadra a livelli decorosi, terminando all'ottavo posto un torneo che aveva visto la Lazio di Maestrelli vincere il primo scudetto della sua storia.

L'ECCEZIONE DEL 1974-75

Lo scudetto vinto dalla Lazio, provoca una reazione d'orgoglio. Liedholm chiede ed ottiene il ritorno di Picchio De Sisti e, dopo il solito sofferto inizio, la Roma riesce a chiudere con un terzo posto che mancava da ben due decenni. Sembra l'alba di una nuova epoca e invece Anzalone vanifica tutto con un campagna acquisti assurda, che vede arrivare soltanto Boni e Petrini. La Roma torna così al solito tran tran. 

E lo scudetto della Lazio, costrinse Anzalone a fare le cose per bene in quella estate 1974. Liedholm, infatti, chiese al presidente un solo acquisto di rilievo, quello di Picchio De Sisti, ritenuto indispensabile al progetto di gioco che lo svedese aveva in mente, tutto fondato sull'ossessivo controllo della palla. Anzalone si attivò presso la Fiorentina, ove ormai si pensava chiaramente che Picchio fosse sulla strada dell'avanzato declino e riuscì ad accontentare il tecnico. All'acquisto del piccolo regista, si aggiunse una operazione di contorno, quella riguardante Penzo, un attaccante grezzo, che però prometteva miglioramenti decisi in un prossimo futuro. Non sembrava molto, considerato il rendimento della rosa negli ultimi anni, ma il carisma di Liedholm fece da garanzia. La stagione 1974-75, partì nel migliore dei modi: la Roma vinse il derby di Coppa Italia e si qualificò per la fase successiva. Le prime giornate del campionato, però, sembrarono riportare l'ambiente sulla terra. Un pizzico di sfortuna impedì fece sì che la truppa di Liedholm si presentasse al primo derby di campionato con soli quattro punti in sei partite, contro la rivale concittadina che invece aveva ricominciato a macinare gioco e risultati. Pur sfavoritissima, la Roma riuscì a dominare il derby e a farlo suo con una bellissima rete di De Sisti, cominciando una folle corsa che la avrebbe portata ben presto nei quartieri alti della classifica. Grazie alle grandi prestazioni e alle reti di un ritrovato Prati, la Roma riuscì a terminare il campionato al terzo posto, piazzamento che non raggiungeva da un ventennio. Inoltre mise in luce uno straordinario Rocca, terzino a tutto campo che aveva già conquistato un posto fisso in Nazionale, un grandissimo Cordova, anche lui arrivato in maglia azzurra, il portiere Paolo Conti, esploso proprio quell'anno ad altissimi livelli e Giorgio Morini, mediano solidissimo che aveva completato nella maniera migliore il centrocampo. Le premesse per fare meglio nella stagione successiva, c'erano tutte. Invece, Anzalone dette luogo ad una campagna acquisti minimale, limitandosi all'acquisto di Boni, mediano della Sampdoria e Petrini, attaccante girovago che mai aveva dato grande prova di sé. Il problema, stava nel fatto che nel corso dell'anno precedente, alcuni giocatori avevano fatto il classico canto del cigno, a partire da Prati. Gli osservatori più accorti, avevano puntualmente previsto quello che sarebbe successo nel corso dell'anno: la squadra, privata delle reti di Prati e del rendimento stratosferico cui avevano dato luogo Cordova e De Sisti nel 1974-75, arrivò addirittura decima. A rendere più amaro il tutto, concorse anche il brutto infortunio di cui fu vittima Francesco Rocca, che da quel momento non fu più lui. La tifoseria si arrabbiò non solo per il piazzamento, ma anche perchè la Roma, pareggiando all'ultima giornata con l'Ascoli, impedì alla Lazio di retrocedere, unica cosa che avrebbe potuto regalare un mezzo sorriso.   

L'ADDIO DI ANZALONE AD UN PASSO DALLA SERIE B

Liedholm decide di togliere le tende. Arriva Giagnoni e si tent la strada dei giovani. Esplodono Brino Conti e Di Bartolomei, ma non basta. Nell'estate del 1978, Anzalone provvede all'acquisto di Roberto Pruzzo, ma ormai l'involuzione sta travolgendo tutto. La squadra, ormai in piena crisi, si ritrova a dover lottare per non cadere in serie B e si salva solo all'ultima giornata. Finalmente il Sor Gaetano trae le conseguenze e saluta la compagnia.

Ormai, l'armonia tra presidente ed allenatore, era completamente saltata. Lo si vide dalla campagna acquisti architettata nell'estate del 1976, che vide arrivare una serie di giovani sconosciuti o quasi (Menichini, Musiello, Maggiora, Chinellato e Sabatini) e la partenza di Cordova (che decideva di andare alla Lazio, pur di non allontanarsi da Roma), Morini, Negrisolo e Petrini. A posteriori qualcuno disse che quella campagna inspiegabile salvò la Roma dallo scandalo scommesse, ma rimaneva una realtà tecnica inadeguata. L'ottavo posto finale, fu reso meno amaro da alcune vittorie clamorose, come quelle contro Juventus e Torino (la Roma fu l'unica a batterle) e quella nel derby di ritorno con una splendida rete di Bruno Conti. E proprio l'esplosione del folletto di Nettuno, insieme a quella di Agostino Di Bartolomei, dettero un senso ad una annata in tono minore. Per fortuna, il vivaio giallorosso continuava a sfornare giocatori di livello e ovviava alle lacune di una società che ormai dimostrava chiaramente di non poter reggere il confronto con le realtà più evolute. 
L'era Liedholm era ormai chiusa. Il nuovo tecnico fu Gustavo Giagnoni, il tecnico col colbacco che aveva riportato ai vertici il Torino. Il problema, ancora una volta, fu la campagna acquisti impalpabile, che portò a Roma De Nadai e Sperotto, oltre ad un giovane portiere di riserva, Tancredi, che avrebbe fatto presto parlare di sè. E se cambiavano i fattori (giagnoni al posto di Liedholm), non cambiò il risultato finale, un nuovo malinconico ottavo posto che però era almeno servito ad evitare guai ad una squadra ormai alla canna del gas. A questo punto, Anzalone, procedette ad una mossa a sorpresa, acquistando dal Genoa Roberto Pruzzo, O' Rey di Crocefieschi: in seguito si sarebbe saputo che i soldi li aveva messi il consigliere Dino Viola, nell'ambito di un accordo che avrebbe portato l'uomo di Aulla alla massima carica sociale. E insieme a Pruzzo, arrivò quello Spinosi ancora rimpianto da molti, ma che ormai da tre anni altro non era che una riserva della Juventus. L'acquisto di Pruzzo, bastava e avanzava però per sollevare l'entusiasmo di una tifoseria che negli anni precedenti si era vista recapitare bidoni o mezze calzette, per cui la Roma si presentò ai nastri di partenza del nuovo campionato, convinta di recitare un ruolo di primo piano. Se qualcuno si aspettava una squadra non all'altezza delle aspettative, non poteva però immaginare quello che stava per succedere. Giagnoni saltò subito e fu avvicendato da Valcareggi e Bravi, ma la squadra non riuscì mai a uscire dalle secche della bassa classifica. La salvezza arrivò solo all'ultima giornata, col triste pareggio a reti bianche di Ascoli, ma la vera svolta del torneo, quella che impedì alla Roma una clamorosa retrocessione, avvenne la domenica precedente, nella sfida diretta con l'Atalanta, quando un 2-2 pieno di colpi di scena dette la tranquillità ad una squadra ormai completamente a pezzi. Per fortuna, stava arrivando Dino Viola: l'era della Rometta era finita.