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DA UN MAGO ALL'ALTRO

Evangelisti lascia la presidenza. Dopo il breve interregno di Ranucci, arriva Alvaro Marchini, costruttore dotato di mezzi finanziari notevoli, il quale chiama Allodi ed Herrera, Arriva solo il secondo, col quale parte il piano di ricostruzione della squadra. La Roma dei giovani si fa rispettare, ma poi arriva la morte di Giuliano Taccola. I rapporti tra Marchini ed Herrera si guastano del tutto.

L'ormai improcrastinabile cambiamento, si concretizzò prima col breve interregno di Ranucci, e poi con l'avvento di Alvaro Marchini alla presidenza. Marchini era un costruttore dotato di ottimi mezzi economici e di idee, che cercò subito di dare una sterzata alle strutture societarie. La sua prima mossa, fu quella di chiamare come direttore generale Italo Allodi, legandolo alla parola data con un anticipo di cento milioni. proprio in quel momento, però, si stava chiudendo una fase societaria alla Juventus e il presidente bianconero Boniperti, fece la stessa mossa di Marchini, chiedendo ad Allodi di far rotta su Torino. Allodi scelse la Juventus e restituì l'anticipo a Marchini, il quale fece l'errore di accettare la rottura della parola data. Nel frattempo, però, Marchini aveva dimostrato di avere grandi progetti, chiamando sulla panchina giallorossa il Mago vero, quell'Helenio Herrera che con l'Inter aveva vinto tutto quello che c'era da vincere. La campagna acquisti, vide invece la società puntare su giovani talenti da sgrezzare: arrivarono così i due giovani difensori dell'Inter Bet e Santarini, il roccioso mediano cileno Benitez e Vito D'Amato, attaccante formatosi nella Lazio e ormai in fase calante, oltre al ritorno del mediano Elvio Salvori. Inoltre, Herrera puntò su giovani del vivaio come l'attaccante Fausto Landini e il difensore Spinosi, mostrando di credere in un progetto a medio termine che avrebbe dovuto portare ad una crescita complessiva dell'organico senza dover ricorrere a spese folli. Il torneo 1968-69, iniziò nella maniera più contraddittoria possibile: nell'incontro casalingo con la Fiorentina, la Roma passò in vantaggio dopo soli 33 secondi, grazie ad una rete di Taccola, ormai in fase di decollo, ma perse la partita per 2-1. I giallorossi si riscattarono nella giornata successiva, andando ad espugnare l'Arena Garibaldi, con reti di Taccola e Salvori, per poi pareggiare contro la Juventus e a Napoli. Era un inizio promettente, che dimostrava la giustezza delle scelte operate da Marchini: la Roma era squadra giovane e con ampi margini di miglioramento, grazie ad un manipolo di giovani di grande prospettiva come Bet, Santarini, Capello, Landini, Spinosi, Salvori e altri in rampa di lancio. Un primo momento difficile arrivò in coincidenza con le tre sconfitte consecutive riportare contro Inter, Cagliari e Verona, ma la squadra di Herrera riuscì a reagire vincendo con Bologna e Vicenza. Soprattutto, Taccola stava dimostrando di essere attaccante vero e tosto, capace di finalizzare nel migliore dei modi il gioco svolto dalla squadra e le preziose intuizioni di Cordova e Capello, coppia di interni dotata di strepitose doti tecniche e grande sagacia nell'impostazione. Poi, però, arrivò la tremenda mazzata rappresentata dalla morte dell'attaccante, durante la trasferta di Cagliari: il giocatore, che da settimane era fuori squadra a causa di continue tonsilliti, fu portato in Sardegna da Herrera e fatto allenare sulla spiaggia, sotto un forte vento di maestrale che ne aggravò le condizioni. Sentitosi male sulle tribune dell'Amsicora, fu soccorso dai medici sociali che cercarono di tamponare il progressivo peggioramento delle sue condizioni, spirò il 16 marzo del 1969, lasciando l'ambiente scosso da dolore e polemiche. Polemiche che coinvolsero soprattutto Herrera e Marchini e che causarono la frattura irrimediabile nei rapporti tra i due. Marchini, infatti, non fece nulla per nascondere la sua irritazione per il comportamento intriso di cinismo dell'allenatore, il quale, di fronte alla morte di uno dei suoi giocatori, aveva continuato a privilegiare il lato calcistico a discapito di quello umano, ordinando alla squadra di lasciare Cagliari e di andare in ritiro a Fregene, in vista della successiva partita di Coppa Italia, da giocare a Brescia. Marchini non riuscì a passare sopra a ciò che era accaduto e alla mancanza di umanità dimostrata dall'allenatore: il solco che divideva i due, era ormai incolmabile.

LA SECONDA COPPA ITALIA E LA BEFFA DI STRASBURGO

Il 1968-69, si chiude comunque con la vittoria in Coppa Italia, terzo trofeo vinto dalla Roma, nella sua storia. In vista della stagione successiva, Herrera sceglie Cappellini come successore del povero Taccola. La stagione è un fallimento, reso ancora più amaro dalla beffa in Coppa delle Coppe, ove la Roma raggiunge le semifinali ed è eliminata solo alla monetina dal Gornik Zabrze. 

Dopo la tragedia di Taccola, la Roma chiuse il torneo all'ottavo posto, che poteva essere considerato un risultato discreto, in considerazione di ciò che era successo. A rendere ottima l'annata, arrivò però la conquista della seconda Coppa Italia. Il cammino della Roma, era cominciato con il derby vinto in estate contro la Lazio, grazie ad una rete di Ferrari. Poi, la Roma, aveva retto agli attacchi della Spal a Ferrara ed era passata la turno successivo grazie alla monetina. Ancora una trasferta, negli ottavi, a Bologna, ove i giallorossi avevano battuto con un sonante 3-0 il Bologna, grazie ad una doppietta di Peirò e ad una rete di Cordova. Tre giorni dopo la morte di Taccola, la Roma, giocò a Brescia e fu sconfitta per 1-0, rifacendosi però all'Olimpico, ove le rondinelle furono sconfitte 3-0, con reti di Capello, Cordova e Scaratti. Già si cominciava a sentire la mancanza di quell'ottimo terminale offensivo che era stato Taccola, ma il tourbillon messo in atto dalla squadra produceva comunque ottimi risultati, che furono confermati nel girone finale che doveva assegnare il trofeo. A giugno, Foggia, Torino e Cagliari, dovettero inchinarsi di fronte alla fame di vittoria dei lupi, i quali vinsero il girone finale con nove punti, senza riportare alcuna sconfitta. Era il terzo trofeo conquistato dalla Roma nella sua storia.
La vittoria in Coppa Italia, sembrava poter aprire un nuovo capitolo nella vita societaria. La campagna di rafforzamento in vista della nuova stagione, vide l'arrivo del centravanti Cappellini dal Varese, dell'ala Franzot dall'Udinese e del piccolo attaccante esterno La Rosa. L'arrivo di Cappellini, in particolare, era stato reclamato a gran voce da Herrera, il quale riteneva Cappellini il miglior sostituto possibile per Taccola. In effetti, l'ex interista aveva dimostrato nel corso della sua esperienza interista buone doti di realizzatore, tanto da arrivare a vestire la maglia azzurra, ma le stesse si stavano ormai affievolendo per effetto di una involuzione che stava trasformando il giocatore in un attaccante più di movimento che da area di rigore. Il risultato di tutto ciò fu una stagione molto negativa per la Roma, che cadde ben presto nell'anonimato del centro classifica, nonostante la conferma delle doti dei tanti giovani che formavano lo scheletro della squadra e che sembravano poter assicurare un roseo futuro alla società. A confermare le potenzialità ancora largamente inespresse della squadra, contribuì in quella stagione il cammino in Coppa delle Coppe, ove gli uomini di Herrera arrivarono in semifinale, dopo aver eliminato gli irlandesi dell'Ards (0-0 e 3-1), il PSV Eindhoven (1-0 e 0-1, qualifazione per sorteggio) e i turchi del Goetzepe (0-0 e 2-0). In semifinale, accadde veramente di tutto, sino a rasentare il grottesco. Dopo aver pareggiato 1-1 all'Olimpico, contro i polacchi del Gornik Zabrze, i giallorossi passarono in vantaggio in trasferta, grazie ad una rete di Capello, barricandosi poi nella propria metà campo. Quando sembrava fatta, arrivò ad un minuto dal termine la rete del pareggio di Lubanski a pareggiare le sorti della contesa, rendendo necessari i supplementari. Durante i quali, lo stesso Lubanski portò in vantaggio i suoi. Non era però finita, perchè la Roma riuscì a pareggiare a sua volta, con una rete di Scaratti per il 2-2 finale che, in base all'assunto della doppia validità delle reti segnate in trasferta, avrebbe dovuto qualificare la Roma. Non era così, però, in quanto il regolamento, che nessuno conosceva, diceva che le reti segnate nei supplementari, non rientravano in questa casistica (il regolamento fu cambiato proprio dopo questa partita). Non lo sapeva nemmeno il telecronista della RAI che seguiva quella partita, il buon Nando Martellini, che annunziò la qualificazione giallorossa, scatenando una prima ondata di festeggiamenti in città, ove si formarono ben presto cortei spontanei dei tifosi romanisti. L'esito era invece rimandato allo spareggio, da disputare a Strasburgo e che si trasformò in una ulteriore beffa per la Roma e la sua tifoseria. La partita finì infatti 1-1, con reti del solito Lubanski e di Capello, e non si sbloccò nemmeno dopo i supplementari, rendendo necessaria la monetina. Il capitano giallorosso, Peirò, scelse testa, ma Herrera lo costrinse invece ad optare per la croce. Uscì testa, spingendo i giocatori polacchi, che avevano scambiato le maglie coi romanisti, all'esultanza. Ancora una volta, Martellini, che aveva visto le maglie giallorosse esultare e non si era reso conto di quanto successo, annunciò perciò la qualificazione della Roma alla finale, provocando una nuova ondata di festeggiamenti. La realtà era invece quella, beffarda al massimo, dell'eliminazione.   

LO SCONTRO TRA MARCHINI ED HERRERA ARRIVA ALL'EPILOGO

Il dissidio tra Marchini ed Herrera è ormai insanabile. E arriva all'epilogo in seguito alla cessione di Capello, Landini e Spinosi alla Juventus. Herrera, che ha accettato l'operazione, fa capire di non aver mai dato il suo placet e sancisce in pratica il suo defenestramento. Che arriva a primavera del 1970. Marchini decide di lasciare e al suo arriva Anzalone, con Herrera al seguito.

L'appassionante vicenda europea, aveva lasciato sullo sfondo il dissidio tra Marchini ed Herrera, che però stava ormai per raggiungere l'apice. L'irriducibile diversità dei due, soprattutto quella caratteriale non poteva sfociare in una pace, seppure armata, e a rendere pubblico il conflitto fu la vicenda riguardante i cosiddetti "gioielli", Spinosi, Landini e Capello, sui quali si era posato lo sguardo rapace della Juventus. Allodi avanzò la sua proposta, pur sapendo in partenza che l'operazione sarebbe stata molto difficile, proprio in considerazione di ciò che i tre giocatori rappresentavano agli occhi della tifoseria romanista. Invece Marchini, incautamente, decise di aderire alle richieste bianconere, scatenando una vera e propria rivolta popolare, anche perché la contropartita juventina sembrava veramente inadeguata: un giocatore ormai sul viale del tramonto, Luisito Del Sol, un altro sul quale non si poteva fare in pratica affidamento, il lunatico Zigoni, e due giovani carneadi, Bob Vieri e Viganò, oltre ad un bel pacchetto di milioni. La stampa capitolina si mise a capo dei rivoltosi e, in particolare, fu il Messagero a condurre la campagna di stampa contro le cessioni in proposito, senza però far recedere Marchini dall'operazione. Nel bailamme che si venne a creare, Herrera, che pure aveva approvato le cessioni dei gioielli, non supportò adeguatamente Marchini, portando a maturazione il contrasto col presidente. La campagna acquisti si chiuse con l'arrivo di Amarildo, brasiliano di chiara fama, ma ormai in fase calante dopo una grande carriera trascorsa a Milano e Firenze, troppo poco, in tutta evidenza, per ammansire una tifoseria avvelenata.
La stagione, partì naturalmente tra mille polemiche, anche se il buon avvio della squadra fece rapidamente cambiare gli umori. Proprio i nuovi acquisti, si misero in luce tra i migliori, dando alla squadra una certa omogeneità che le consentì di rimediare alla sconfitta iniziale dell'Olimpico con la Fiorentina, in una partita che fu caratterizzata. Sei risultati utili consecutivi, proiettarono gli uomini di Herrera alla partita di Torino contro la Juventus, nel corso della quale la direzione arbitrale, suscitò le furibonde proteste di Marchini, il quale arrivò a dire alla stampa che il signor Francescon era arrivato a Torino in treno e ne era ripartito con una bella Fiat. Il presidente fu naturalmente squalificato, ma la squadra non si disunì, continuando a sciorinare un buon calcio. Del Sol, dimostrò di essere tutt'altro che finito, mentre Amarildo dispensava gli ultimi scampoli di una classe di cui nessuno aveva mai dubitato. Anche Zigoni, sembrò mettere da parte le lune storte che quà e là avevano irretito la sua sopraffina tecnica, mentre in difesa l'esplosione del duo centrale costituito da Bet e Santarini fece rapidamente dimenticare alla tifoseria la partenza di Spinosi.
Alla fine della stagione arrivò un sesto posto dignitoso che, però non era stato ottenuto da Helenio Herrera, allontanato dalla guida tecnica da un Marchini che ormai non lo sopportava più. Ma la guerra civile che stava caratterizzando la situazione societaria, non era certo arrivata alla fine. Quando Marchini si accorse che in seno al consiglio si era formata una fazione a lui ostile, che aveva ben presto trovato sponda nella stampa e nella tifoseria, decise che la misura era colma e rassegnò le dimissioni. Era il 13 giugno 1970: al suo posto arrivava un altro costruttore edile, Gaetano Anzalone, il quale come prima mossa provvide al ripescaggio del Mago, al quale venne perdonata anche l'incredibile conferenza stampa nel corso della quale aveva detto che l'unico scudetto vinto dalla Roma era stato un grazioso regalo di Benito Mussolini!