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L'ADDIO DI GIANNI: ARRIVA MARINI DETTINA

Stanco delle critiche, Gianni se ne va. Al suo posto subentra, in qualità di Commissario, D'Arcangeli. Il caos societario rafforza il ruolo di Carniglia, che però sfrutta male il suo nuovo ruolo. La campagna acquisti del 1962-63 si rivela poca cosa. Il pessimo inizio di campionato segna la fine di Carniglia. Il nuovo presidente è Marini Dettina. Arriva Sormani, mister "Mezzo miliardo".

Il disordine societario, fu sfruttato da Carniglia per rafforzare il suo ruolo e imporre le scelte che riteneva indispensabili alla fortune della squadra. Arrivarono così il terzino svedese Orvar Bergmark, difensore fortissimo, ma ormai agli sgoccioli di una carriera che ne aveva fatto un idolo in patria, Galvanin e Tarantino, che non avrebbero mai messo piede in campo. La campagna acquisti fu terminato a novembre inoltrato, quando arrivò una nuova vecchia gloria, quel John Charles che aveva fatto mirabilie in maglia bianconera, ma che ormai aveva smarrito gli slanci degli anni giovanili. Infine, Carniglia impose l'innesto del figlio nella rosa di prima squadra, episodio farsesco che certo non deponeva a suo favore, viste le doti non eccelse del pupillo. E naturalmente il tecnico approfittò della sua nuova posizione, per cercare di regolare il suo personalissimo conto con Manfredini, che si vide preferito Lojacono. Dopo la sconfitta di Ferrara, favorita dall'infortunio a Cudicini che aveva costretto Lojacono ad andare in porta, Manfredini riprese il suo posto al centro dell'attacco e si divertì a sforacchiare a ripetizione le difese avversarie, segnando 19 reti in 25 partite disputate. Naturalmente, a favorirne il ritorno, era stato l'allontanamento di Carniglia, avvicendato da Foni sulla panchina, nel tentativo di dare una sterzata ad una situazione di totale confuzione. Neanche le prodezze di Piedone, però, riuscirono a scollare la Roma dal tradizionale quinto posto che ormai sembrava una maledizione. In particolare risultò del tutto insufficiente l'apporto di Charles, autore di quattro centri in dieci partite, e di Bergmark, impiegato in due sole occasioni nel corso delle quali fece capire di essere ormai arrivato agli sgoccioli. 
A parziale consolazione di una tifoseria perplessa, era intanto arrivata la schiarita societaria, che aveva portato alla presidenza Marini Dettina. Il quale, nell'estate del 1963. si invaghì di un brasiliano che aveva fatto faville a Mantova, Angel Benedicto Sormani e sborsò la bella somma di mezzo miliardo per assicurarsene le prestazioni. Con Sormani, arrivavano il forte terzino Ardizzon, dal Venezia, il jolly difensivo Malatrasi, prelevato dalla Fiorentina, Frascoli e Schutz, un interno tedesco che col Borussia Dortmund si era segnalato tra i migliori giocatori del suo paese. Partivano invece Guarnacci e Menichelli, elementi dei quali si sarebbe ben presto sentita la mancanza. Foni fu confermato alla guida della squadra e già nel ritiro svizzero di Thun, si cominciarono ad avvertire sinistri scricchiolii: Orlando, Manfredini, Carpanesi e Corsini si videro rispedire a a casa per i disaccordi legati all'ingaggio. La partenza del torneo 1963-64, fu scoppiettante: 3-1 al Bari in trasferta e 6-0 alla Sampdoria in casa. Sembrava che finalmente Foni avesse trovato la quadratura del cerchio, ma il seguito del campionato si incaricò di smontare l'illusione, tanto che già il 3 novembre, il tecnico si vide costretto a rassegnare le dimissioni. Il suo successore fu Luis Mirò Duarte, ex tecnico del Barcellona, il quale però non riuscì ad invertire la rotta, tanto che al termine della stagione la squadra finì ad un desolante dodicesimo posto, addolcito solo parzialmente dalla prospettiva di una finale di Coppa Italia da giocare in ottobre, quando già il torneo successivo era iniziato.

LA COPPA ITALIA NON MASCHERA LA CRISI

Marini Dettina porta Lorenzo sulla panchina. La vittoria della Coppa Italia 1963-64 non maschera la crisi in atto. L'addio di Lorenzo, apre la strada ad Oronzo Pugliese, il Mago di Turi, ma ormai le grandi ambizioni sono state riposte: Vengono ceduti Picchio De Sisti alla Fiorentina e Schnellinger al Milan. Cominciano gli anni della Rometta. 

A giocare quella finalissima, contro il Torino, non fu comunque Mirò, poichè Marini Dettina, nel corso dell'estate, aveva dato luogo ad un nuovo colpo di teatro, procedendo all'assunzione di Juan Carlos Lorenzo, tecnico argentino che si era messo in grande evidenza alla guida della Lazio. Era un tentativo estremo di mettere un freno alla crisi economica che attanagliava le casse societarie e che si era tradotta in una campagna acquisti abbastanza anonima. L'unico vero acquisto era stato quello di Nicolè dalla Juventus, che si accoppiava alla fine del prestito del forte difensore tedesco Schnellinger al Mantova. Sormani, che aveva totalmente fallito la stagione precedente, fu ceduto alla Sampdoria in cambio di Tamborini e Tomasin, mentre sul fronte delle partenze, si registravano le cessioni di Orlando (ennesimo prodotto del vivaio che se ne andava) Schutz, che aveva dimostrato scarse doti di adattamento al calcio italiano, al Messina e Malatrasi. La stagione iniziò benissimo per i giallorossi, grazie al primo trionfo della storia in Coppa Italia. Dopo il pareggio a reti bianche della prima finalissima disputata all'inizio di settembre all'Olimpico, Marini Dettina decise di cedere alle pressioni della dirigenza del Torino, che conoscendo le gravi difficoltà finanziarie in cui si dibatteva la Roma avevano proposto di giocare la seconda partita a Torino lasciando in cambio buona parte dell'incasso. Naturalmente, la dirigenza granata era sicura di vincere il trofeo, ma i suoi piani furono mandati all'aria da una tignosissima Roma, che dopo aver resistito all'arrembaggio torinista, fu capace di siglare, con Nicolè, la rete della vittoria a soli cinque minuti dalla fine. Era il primo novembre del 1964 e il miglior commento alla vittoria nel secondo trofeo nazionale, fu quello di un commosso Biancone, il quale aspettava dal 1942 di poter festeggiare un nuovo trionfo in patria. 
Ma se l'inizio era stato ottimo, il finale non lo fu altrettanto. Lorenzo non riuscì mai a venire a capo dei problemi di una squadra che nel corso degli anni aveva visto deteriorarsi il materiale tecnico. Di suo, il tecnico argentino ci mise un inspiegabile ostracismo sancito ai danni di Angelillo, che fu uno dei motivi principali del deludente ottavo posto finale. Era la fine per Lorenzo, mai amato dalla tifoseria a causa della sua provenienza laziale: il 10 giugno, Marini Dettina traeva le somme e licenziava il tecnico, chiamando al suo posto il Mago di Turi, al secolo Oronzo Pugliese, il contraltare italico di Helenio Herrera, il Mago dell'Inter. La rosa di prima squadra muta profondamente: arrivarono il peruviano Benitez, mediano dotato di doti agonistiche e discreta tecnica, Benaglia, Barison e Da Silva, partirono De Sisti, Angelillo, Schnellinger e Nicolè. Particolarmente doloroso l'addio di Picchio De Sisti, che sarebbe tornato nella Capitale solo dieci anni dopo, ma non meno rilevante, sul piano tecnico fu la cessione di Schnellinger, uno dei più forti difensori del periodo, il quale sarebbe divenuto una vera e propria colonna del grande Milan euromondiale di Rocco. Pugliese riuscì a far fronte alla modestia del materiale messogli a disposizione dalla società, ma l'ottavo posto finale segnava in pratica la nascita della Rometta, squadretta simpatica, ma assai malleabile sul piano tecnico, lontana parente di quella che nel corso degli anni passati aveva squadernato grandi ambizioni. Nel frattempo, la presidenza era stata assunta da Franco Evangelisti.   

ORMAI E' ROMETTA

Il nuovo presidente, Franco Evangelisti, chiama il Mago di Turi, Oronzo Pugliese, alla guida tecnica. Viene ceduto anche Cudicini, che raggiunge Schnellinger al Milan. Una rosa ormai depauperata, galleggia a stento a metà classifica. La grande illusione del 1967-68: dopo sette giornate la Roma è prima, ma poi i nodi vengono al pettine e la squadra crolla.

La stagione 1966-67, partì con Oronzo Pugliese sulla panchina. Il Mago di Turi, aveva acconsentito ad alcune cessioni di rilievo come quelle di Tomasin, Ardizzon e Cudicini, accontentandosi di acquisti di scarso rilievo come quelli di Nevio Scala e Olivieri. Unici innesti di rilievo erano quelli di Pizzaballa, acrobatico portiere prelevato dall'Atalanta e di Joaquin Peirò, attaccante spagnolo che all'Inter aveva avuto poco spazio. Una campagna acquisti così congegnata, la diceva lunga sul ridimensionamento delle ambizioni ormai in atto. Pugliese fece da parafulmine , grazie ad atteggiamenti pensati ad uso e consumo dei media, verso la stampa, garantendo un minimo di tranquillità ad una rosa che ormai era ridotta ai minimi termini, ma non poteva certo cavare il sangue dalle rape. Il cammino della Roma in quel torneo fu estremamente discontinuo: ad ogni vittoria di rilievo, seguiva l'inevitabile caduta, cosicchè il decimo posto finale fu praticamente inevitabile ed ebbe il pregio di risparmiare alla squadra patemi ancora maggiori. Tra le note "esaltanti" dell'annata, il successo nel derby di andata, giocato il 23 ottobre 1966, grazie ad un colpo di testa del giovane Enzo. Non era molto, ma in tempi di vacche magre, serviva a dare un minimo di soddisfazione ad una tifoseria che continuava a seguir con immutata fede la propria squadra.
Si passava così alla stagione 1967-68, senza quei mutamenti di rotta che sarebbero stati necessari per ridare fiato alle ambizioni. Pugliese fu confermato alla guida tecnica, mentre la campagna acquisti vedeva l'arrivo del brasiliano Jair dall'Inter, dell'interno Ciccio Cordova, giovane promessa scovata a Brescia, dell'altro interno Capello, prelevato dalla Spal, del mediano Ambrogio Pelagalli dall'Atalanta e dell'attaccante Taccola dal Genoa. Tra le cessioni, la più rilevante era quella di Barison, poderoso attaccante che nei due anni trascorsi a Roma, si era fatto molto apprezzare dalla tifoseria. Il 1967-68, fu l'anno della grande illusione: dopo sette giornate, infatti, la Roma si ritrovò al comando della classifica, dopo aver pareggiato a Milano con l'Inter e aver battuto il Napoli e la Fiorentina all'Olimpico e la Juventus a Torino, con una rete di Capello. Nelle tre giornate successive, tutto il capitale accumulato, fu però disperso, riportando la squadra di Pugliese alla sua reale dimensione: il pareggio con il Vicenza all'Olimpico, la sconfitta di Varese e quella interna col Cagliari di Gigi Riva, fecero chiaramente capire che quello iniziale era stato solo un fuoco di paglia. La Roma, rimase senza vittorie addirittura dal 31 dicembre alla metà di marzo, scontando soprattutto l'anemia dell'attacco, dove alle ottime prestazioni di Taccola non fecero riscontro quelle di un Jair spaesato e soltanto a tratti capace di far balenare le doti messe in mostra all'Inter. Il picco negativo dell'annata, fu toccato a metà gennaio, quando nello scontro tra maghi, l'Inter di Herrera rifilò un umiliante 6-2 alla Roma di Pugliese, ristabilendo le reali gerarchie del settore. La classifica finale, vide la Roma terminare l'ennesimo campionato anonimo al decimo posto, pochi punti sopra la zona retrocessione: era ora di cambiare.