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IL RITORNO DI SACERDOTI

La tifoseria si mobilita per non far mancare sostegno alla squadra nel momento del bisogno. Torna Sacerdoti, il Banchiere di Testaccio e redige il piano per l'immediato rientro in serie A. Gipo Viani alla guida tecnica della squadra. La Federazione decide che solo la prima in classifica tornerà direttamente nella serie superiore.

La caduta in serie B ebbe l'effetto di risvegliare un ambiente che negli ultimi anni si era un pò disamorato di fronte all'abulìa societaria e al marasma tecnico che sembravano essere diventati il marchio di fabbrica della Roma postbellica. Mentre i tifosi reagivano fondando clubs in ogni angolo della Capitale e attivandosi per fornire il massimo di sostegno alla squadra nel momento più difficile della sua storia, la società vedeva il ritorno di Sacerdoti, il "Banchiere di Testaccio" che elaborò un piano finanziario in grado di garantire l'immediato ritorno in serie A, partendo stavolta dalla guida tecnica che fu assunta da uno dei migliori allenatori della penisola, Gipo Viani il quale preferì la Roma e le difficoltà che lo avrebbero atteso ad una avventura piena di incognite sulla panchina della Juventus. Del resto Viani era tecnico abituato e quasi affezionato alle difficoltà, se solo si considera che si era fatto le ossa come tecnico al Siracusa ove, per rimediare alla cronica mancanza di soldi della società, era solito passare intere notti sui tavoli da poker durante le quali rimediava i soldi che servivano per le trasferte. L'inventore del Vianema (modulo che serviva ad ovviare alle lacune difensive del WM inglese e che Viani aveva varato a Salerno, mandando il suo centravanti a marcare quello avversario e liberando così il centromediano che poteva fungere da libero) naturalmente chiese alla società di non puntare su elementi tecnici, bensì su lottatori e agonisti di vario genere, assai più utili ai campetti spelacchiati della provincia ove le doti caratteriali erano assai più preziose della sapienza calcistica. Era questo un assunto che aveva avuto modo di capire lo stesso allenatore che una volta, durante una partita a Taranto terminata con un a invasione di campo, aveva dato talmente tanti pugni ai facinorosi che tentavano di aggredirlo da ritrovarsi con una denuncia per lesioni! 
La rosa fu rinforzata con elementi adatti alla categoria, Galli, Bettini, Perissinotto, Acconcia e Bortoletto, tutti giocatori che alle buone capacità tecniche sapevano accoppiare quell'agonismo che nella cadetteria era una necessità imprescindibile e senza la quale si rischiavano bruttissime sorprese. Tra l'altro la stagione 1951-52 si presentava ancora più difficile del solito in quanto la Federazione aveva deciso il riordino dei campionati e in conseguenza di ciò soltanto una squadra sarebbe stata promossa in A, mentre la seconda classificata avrebbe dovuto dar luogo ad uno spareggio con una squadra del massimo torneo per l'ultimo posto a disposizione. Considerando che anche il Genoa ambiva ad un immediato ritorno nella serie maggiore, ciò costituiva fonte di ulteriore preoccupazione.

DI NUOVO NELL'OLIMPO

La Roma parte forte e fa subito il vuoto. Le sconfitte col Genoa e col Piombino vengono spazzate via da una serie di vittorie che sgombera il campo dalle preoccupazioni. La terza sconfitta dell'anno, col Brescia, viene assorbita bene. Il 22 giugno 1952, col pareggio a reti inviolate di Verona, la Roma torna nell'Olimpo, nel tripudio della tifoseria.

La stagione del riscatto partì subito bene e non poteva che essere così, se non si voleva dar fiato alle ambizioni del nutrito lotto di potenziali avversarie. Alla vittoria casalinga con il Fanfulla, fece seguito il pareggio di Vicenza e una serie di sei vittorie di fila che fecero addirittura titolare un periodico sportivo nel seguente modo: "Roma, sei grande, troppo grande per la serie B". Era però troppo presto per abbandonarsi ai trionfalismi, come si incaricò di ricordare la prima battuta d'arresto, che si ebbe proprio con quella che sembrava dovesse essere la rivale più insidiosa sulla strada della A, il Genoa, seguita una settimana dopo da quella di Piombino di fronte ad uno stadio gremito dai tifosi giallorossi giunti con ogni mezzo dalla Capitale. E una delle caratteristiche di questo torneo di Serie B, furono proprio i viaggi della speranza organizzati dai tifosi romanisti, al fine di far sentire sempre il loro affetto alla squadra.
Il doppio infortunio in cui erano incappati non smontò comunque gli uomini di Viani che fecero anzi tesoro della lezione e ripresero a correre ad andatura sostenutissima inanellando altre quattro vittorie in rapida successione, che servirono a mettere fieno in cascina ed evitare di avere le rivali a distanza troppo ravvicinata. La caratteristica migliore della squadra, risultò essere la solidità dell'insieme. La mancanza di brillantezza, fu adeguatamente sostituita dalla mancanza di punti deboli e da un rendimento continuo che era la miglior dote da sciorinare in un torneo ove la squadra giallorossa era attesa su tutti i campi con propositi bellicosi.
La terza sconfitta stagionale venne a Brescia e proprio le rondinelle lombarde divennero nell'ultima parte del torneo il contraltare dei giallorossi che comunque riuscirono a rintuzzare tutti gli attacchi alla loro leadership, presentandosi così a Verona il 22 giugno 1952 per la partita decisiva con due punti di vantaggio sulla più immediata inseguitrice. Fu così sufficiente un sofferto 0-0 per ritornare in serie A e liberare la gioia della tifoseria che aveva sostenuto massicciamente la squadra in questo anno di purgatorio. Il calcio italiano ritrovava così una delle sue principali protagoniste.

UNA ROMA GRANDI FIRME

La Roma fa le cose sul serio per riportare la squadra nel novero delle grandi e acquista Bronèe, Pandolfini e Grosso, dando luogo ad una grande campagna estiva. L'estroso danese pone però l'aut aut a Sacerdoti: o lui o Viani. Il presidente sceglie di mandar via l'allenatore e al suo posto arriva Varglien. Alla fine dell'anno arriva un buon sesto posto.

Tornata in serie A la Roma decise di voltare definitivamente pagina e di lasciarsi alle spalle le sofferenze degli ultimi anni. La dirigenza era ormai decisa a riportare la squadra ai livelli che gli competevano, aderendo a quella che era stata la missione storica che ne aveva caratterizzato la nascita. Da questa risoluzione scaturì una campagna acquisti che vide arrivare a Roma una schiera di grossi calibri come Azimonti, Grosso, Renosto, Pandolfini e Broneè. Helge Broneè, era uno dei talenti più puri espressi dal calcio europeo in quel lasso di tempo. Vero e proprio artista del pallone, era capace di giocate sublimi per poi estraniarsi dalla contesa se qualcosa non gli andava a genio o se un compagno non gli passava la palla per darla a chi era meglio piazzato di lui. Nelle giornate in cui si sentiva di giocare, era capace di vincere le partite da solo e di far divertire il pubblico, ma nelle giornate di luna storta diventava un pericolo pubblico per la propria squadra. L'arrivo di quest'ultimo comportò però il sacrificio di Viani che col danese aveva litigato nel corso dell'annata che i due avevano passato insieme a Palermo. La dirigenza, di fronte all'aut aut posto dall'asso danese, decise di sacrificare Viani, il quale fu sostituito da Giovanni Varglien. Di grande rilievo erano, oltre a quello di Broneè, gli arrivi dell'interno Egisto Pandolfini dalla Fiorentina e del centromediano Pietro Grosso dal Milan, due giocatori già da tempo nel giro della Nazionale e che provvedevano ad alzare in maniera esponenziale il tasso tecnico della squadra. Pandolfini era un interno capace di costruire con geometria euclidea il gioco e di andarlo sovente a concluderlo nel migliore dei modi. Grande stupore aveva destato la sua cessione da parte della Fiorentina, considerando il valore del giocatore, ma il pressing di Sacerdoti aveva infine consentito la sua acquisizione, che andava ad integrare nel migliore dei modi i vari Bronèe, Bortoletto e Venturi. Grosso era invece un centrale difensivo che faceva onore al suo nome e poteva esibire doti fisiche ed agonistiche che gli consentivano sovente di mettere il bavaglio all'attaccante che gli veniva affidato. 
Dopo una partenza a tavoletta, che vide la squadra giallorossa issarsi addirittura in cima alla classifica, si verificò una lieve flessione dovuta soprattutto alla mancanza di uno sfondatore in attacco, capace di coronare nel migliore dei modi la mole di gioco creata dal quadrilatero. Alla fine della stagione, arrivò un buon sesto posto finale che, se non era pari alle ambizioni di inizio stagione e alle attese di tifoseria e dirigenza, era comunque il segnale che la Roma aveva iniziato un nuovo periodo di benessere tecnico.