ARCHIVIO STORICO
 HOME

 STORIE

 SQUADRE

 CAMPIONATI

 GIOCATORI

 COPPA ITALIA

 MONDIALI

 BIG MATCH

 COMMUNITY

 LINKS

 CREDITS

 CONTATTI

 

IL CALCIO IN MANO AI TOTALITARISMI

I regimi hanno sempre puntato molto sulla propaganda. E il calcio, sin dalla sua nascita, ha avuto una grande diffusione in ampi strati della popolazione, diventando il veicolo propagandistico per eccellenza. Mussolini puntò ampiamente sulla Nazionale bicampione di Pozzo, mentre la Germania, che non aveva una grandissima squadra, decise di sfruttare la forza del Wunderteam di Hugo Meisl. Vediamo quanto successe in quei tragici anni...  

Sin dai suoi esordi, il calcio ha incontrato grande favore nelle masse popolari del Vecchio Continente. E di conseguenza, è diventato un veicolo estremamente appetibile per la propaganda dei regimi totalitari. Mussolini fu il primo ad intuire le grandi potenzialità in tal senso dello sport inventato in Inghilterra. Non di rado lo si poteva trovare sulle tribune di Testaccio o della Rondinella ad assistere alle partite di Roma e Lazio, mentre molti dei suoi gerarchi si davano da fare a favore delle squadre per cui tifavano o della propria città, cosa che poteva avere un ritorno di immagine non indifferente,. Clamoroso fu il caso riguardante Silvio Piola, indirizzato di forza alla Lazio dal tesoriere del PNF Marinelli, nonostante il vercellese avesse già firmato un precontratto con il Torino. La propaganda del regime fascista, però, puntò soprattutto sulla Nazionale due volte campione del mondo di Vittorio Pozzo. Gli azzurri, naturalmente, non poterono esimersi dall'acconciarsi alla ridicola imposizione del saluto romano prima di ogni partita, tanto che ai Mondiali francesi del 1938 si ebbero clamorose proteste da parte dei fuoriusciti italiani intervenuti alla gara inaugurale con la Norvegia, quando gli azzurri salutarono il pubblico alla maniera fascista. A pagare questo episodio fu soprattutto il povero Pozzo, il quale, sottovalutando con tutta evidenza la portata di quanto stava facendo, spinse la squadra a non piegarsi alla clamorosa contestazione del pubblico, facendo salutare per ben tre volte alla romana. Dopo il conflitto, il vecchio Commissario Tecnico fu gradualmente isolato dal mondo calcistico nazionale, sino alla morte e, quando fu costruito il nuovo stadio di Torino, fu deciso di non intitolarlo a lui, ritenendolo troppo compromesso col fascismo per avere questo onore. Sicuramente non è una pagina gloriosa del calcio italiano, quella scritta intorno a Vittorio Pozzo, ma a fronte di un atteggiamento compromissorio come il suo, bisogna ricordare che ci fu chi decise di non piegarsi di fronte a quanto stava succedendo, sino a pagarne le conseguenze in modo drammatico. La zona grigia, cui deve essere iscritto d'ufficio Pozzo, ebbe risvolti clamorosi in tutto il continente. Basti vedere cosa successe in Olanda, ove giocatori, dirigenti e tifosi di origine ebraica, furono vessati sino alle estreme conseguenze dal nazismo, con il silenzio e, spesso, la collaborazione di quella parte del mondo calcistico che non aveva la schiena sufficientemente dritta da opporsi a quanto stava succedendo. La vicenda più clamorosa è quella dell'Ayax, la squadra che molti, in Europa e nella stessa Israele, chiamano la "squadra del ghetto". Nata nella zona dove c'è l'antico ghetto ebraico di Amsterdam, la squadra dei lancieri vide giocare nelle sue file quell'Eddie Hamel che sarebbe morto nel 1940 in un lager nazista. Ma mentre lui veniva sopraffatto dalla furia nazista, prosperavano, proprio facendo affari con il regime hitleriano, quei fratelli Van Der Meijden, costruttori edili, che nel dopoguerra avrebbero investito in maniera massiccia nell'Ayax, consentendogli di mettere le basi per diventare uno dei sodalizi più forti del mondo. Di storie come questa è piena la storia del calcio olandese di quegli anni. Ma la zona grigia, non fu solo quella dei paesi caduti sotto il tallone della Germania nazista, se si considera che nel 1938, prima di una amichevole contro la Germania, i giocatori della Nazionale inglese furono immortalati dalle macchine fotografiche mentre facevano il saluto nazista! Del resto, gli inglesi sottovalutarono per molto tempo il pericolo rappresentato da Hitler, seguendo le teorizzazioni di buona parte della classe dirigente moderata britannica, per la quale il vero nemico era la Russia sovietica. Molti non sapevano, o facevano finta di non vedere, quanto stava succedendo in Germania, ove milioni di cittadini di origine ebraica, stavano per essere inghiottiti nell'orrore dei lager. E tra di loro, migliaia di atleti e dirigenti, che avevano concorso generosamente all'evoluzione del calcio tedesco degli anni prehitleriani. Il nome più famoso è quello di Julius Hirsch, il primo ebreo a vestire la maglia della nazionale tedesca e alfiere del Karlshrue, squadra che aveva condotto alla vittoria di due titoli nazionali. Espulso dal suo club da un giorno all'altro, Hirsch avrebbe concluso il suo calvario ad Aushwitz nel 1943. E a fare da parte attiva nella distruzione del suo popolo, c'era quel Sepp Herberger che fu a lungo un mito del calcio tedesco, per aver condotto la nazionale tedesca alla vittoria del Mondiale del 1954 contro l'Ungheria. Vero e proprio genio del calcio, ma anche eminenza grigia nell'opera di repulisti di ogni traccia di ebraismo nel calcio hitleriano, Herberger fece la sua carriera senza curarsi delle montagne di cadaveri lasciate alle sue spalle dal regime che lui servì con il massimo dello zelo. Aveva aderito alla NSDAP sin dal 1933 e dopo la guerra riuscì a riemergere come se nulla fosse successo andando a sedersi sulla panchina della nazionale tedesca. A lui, incredibilmente, andò molto meglio che a Pozzo.

CARTAVELINA CONTRO IL TERZO REICH

Mathias Sindelar, è stato uno dei più forti giocatori del periodo che precedette la Seconda Guerra Mondiale. Attaccante dotato di classe straordinaria, fu la figura di spicco del magnifico Wunderteam austriaco creato da Hugo Meisl. Il 3 aprile del 1938, guidò la sua squadra ad una clamorosa vittoria contro la nazionale tedesca, non prevista dal pronostico e neanche dai nazisti. Che la fecero pagare cara a colui che li aveva piegati...

Il 3 aprile del 1938, si svolse al Prater di Vienna una partita che doveva rimanere nella storia. Si era appena verificata la pratica annessione dell'Austria alla Germania e le nazionali di calcio dei due paesi erano state chiamate ad una partita che sarebbe dovuta essere l'ultima del Wunderteam austriaco. Lo squadrone creato da Hugo Meisl, infatti, si sarebbe dovuto sciogliere dopo la gara e i suoi migliori atleti avrebbero dovuto confluire nella squadra tedesca, dandole quella fantasia di cui necessitava per poter aspirare a vincere la Coppa Rimet del 1938, come era nei desiderata della federazione tedesca, ormai ridottasi a puro strumento di propaganda in mano alla NSDAP. In effetti, sembravano esserci tutte le basi per l'impresa, visto che ai Mondiali italiani, l'Austria era arrivata quarta e la Germania terza e l'unione della forza fisica dei teutonici con la grande fantasia e tecnica che erano il tratto distintivo della selezione austriaca, sembrava garantire la fondatezza del progetto. Il problema, sottostimato dai dirigenti tedeschi, era però l'orgoglio degli austriaci e il loro attaccamento alla piccola Austria sorta dopo la prima grande guerra. Gli austriaci, non si sentivano tedeschi, perlomeno quelli che non erano stati conquistati al nazismo. Tanto che Meisl, che era morto da poco, una volta aveva tenuto a rimarcare la diversità dei suoi uomini dicendo che erano tutti boemi. Se qualcuno pensava che il problema sarebbe stato facilmente appianato, fu clamorosamente smentito dagli avvenimenti di quel giorno.
E qui, bisogna fare un passo indietro, per andare a scoprire il passato di quello che fu il maggiore protagonista della partita. Il 10 febbraio del 1903, a Kozlov, nella Moravia austriaca, nasceva Mathias Sindelar, presso una famiglia ebrea che di lì a poco si sarebbe trasferita a Vienna. Nella metropoli austriaca, la famiglia Sindelar trovò alloggio in un quartiere della cintura operaia, ove visse in precarie condizioni economiche, aggravate presto dalla morte del capostipite, avvenuta nel 1917 in una trincea dell'Isonzo, nel corso di una delle terribili battaglie che caratterizzarono la Grande Guerra sul fronte italiano. La vedova Sindelar, decise perciò di aprire una lavanderia che divenne un prezioso supporto economico per una famiglia che contava anche tre bambine, mentre il piccolo Mathias cominciava a farsi notare per la diabolica abilità con la quale trattava una palla di stracci per le strade del "Favoriten", il quartiere delle fabbriche. Notato dagli osservatori dell'Herta, la sua tecnica portentosa e l'abilità nel dribblare gli avversari gli procurarono ben presto l'attenzione del club più prestigioso della città, il Wiener Amateure, la famosa squadra che avrebbe poi mutato il suo nome in Austria Vienna. Sindelar divenne presto il giocatore più rappresentativo dell'Austria, grazie ad una tecnica portentosa affinatasi nel corso degli esercizi con la palla di stracci e il suo soprannome "cartavelina", dovuto alla esilità del suo fisico, si trasformò presto nel sinonimo di quello che era forse il miglior giocatore del Vecchio Continente. Poi, però, un infortunio al ginocchio sembrò porre fine prematuramente alla sua carriera. All'epoca, infatti, un semplice intervento al menisco era di solito la pietra tombale per la vita agonistica di un calciatore. Non fu così, per lui. Decise infatti di sottoporsi all'intervento, dopo il quale applicò una terapia rieducativa che per l'epoca era una novità e con una feroce applicazione riuscì a tornare sui campi, anche se da allora gli sarebbe rimasta, a ricordo, una vistosa bendatura che aveva il compito di proteggere l'arto dai colpi degli avversari. Tornò come se non fosse successo nulla e ricominciò a giocare da par suo. Nel corso di una partita disputata dall'Austria a Londra contro l'Inghilterra, nel 1932, segnò una rete la cui bellezza è resa bene dalle parole dell'arbitro, il belga Langenus: "Il goal di Sindelar fu un autentico capolavoro. Sindelar partì dalla metà campo e, con il suo inimitabile stile, superò semplicemente chi gli si parava davanti, alla fine fece due dribbling tornando indietro e depose la palla in rete." Sempre Langenus, aggiunse però una piccola inesattezza al suo racconto, anche perchè non aveva doti paranormali: "Una rete  così non era mai stato realizzata avendo gli inglesi come avversari. Nè prima, nè dopo." In effetti il bravo direttore di gara belga, non poteva sapere che nel 1986 un certo Maradona ne avrebbe segnata una simile, sempre ai bianchi d'Inghilterra. Dopo questa impresa,ne seguirono molte altre, come quella compiuta contro l'Ungheria, quando Sindelar realizzò tre delle otto reti con cui il Wunderteam demolì l'Ungheria (a due), fornendo gli assist per le altre cinque. Non era perciò una esagerazione dire che era il calciatore europeo più forte e più famoso della sua epoca. Naturalmente, su di lui si appuntarono gli sguardi dei tedeschi, quando fu elaborato il piano che avrebbe dovuto portare la Germania a vincere la Coppa Rimet. C'era però quel piccolo particolare sulle origini ebraiche di Sindelar a porre una inquietante ombra su tutta la vicenda. Se all'inizio sembrò che si potesse appianare la vicenda, quello che successe nel corso della partita tra Austria e Germania, dimostrò che ciò era praticamente impossibile. Di fronte a 60.000 persone, infatti, il Wunderteam, o meglio ciò che rimaneva di esso, dopo la morte di Meisl, sconfisse la Germania per 2-1 e, naturalmente, Sindelar fu il protagonista più fervido di quella impresa. E non poteva che essere così, visto che negli ultimi anni, aveva dovuto assistere attonito alla montante marea antisemita fomentata dai nazisti e che aveva colpito moltissimi suoi amici e conoscenti, a partire dai dirigenti dell'Austria Vienna, i quali erano stati rimossi a forza dai loro incarichi, nonostante il ruolo attivissimo che avevano avuto nel corso dell'ascesa di questa squadra, che, negli anni '30, aveva dominato la scena europea. Forse, mentre giocava, a Sindelar tornarono alla mente gli avvenimenti degli ultimi anni, o forse la sua intatta classe era semplicemente troppa per i monotoni avversari, fatto sta che proprio lui fu autore di una delle prove più belle di una strepitosa carriera e sua fu la rete decisiva del 2-1 che fece impazzire di gioia le migliaia di austriaci che interpretarono nella vittoria di quel giorno una ultima, orgogliosa, affermazione di spirito nazionale. Alla fine della gara, i giocatori austriaci avrebbero dovuto sfilare davanti alla tribuna delle autorità, per poi salutare col braccio teso i gerarchi che la affollavano. Sindelar, e con lui il fidato compagno Karl Sesta, si rifiutarono di fare quel semplice gesto, che non sentivano loro. Per Sindelar, fu la condanna definitiva. Da quel momento, nonostante Herberger avesse provato a convincerlo a partecipare ai Mondiali, non ci fu per lui alcuno schermo protettivo. Il 23 gennaio del 1939, fu trovato morto nella sua casa, accanto alla sua compagna, una ebrea italiana, Carla Castagnola, ormai entrata nel coma che la avrebbe condotta alla morte pochi giorni dopo. La polizia austriaca, di solito meticolosa, chiuse in fretta e furia l'inchiesta, affermando che il decesso di Sindelar fosse dovuto ad avvelenamento da monossido di carbonio, conseguente alla perdita di una stufa difettosa. Non ci credette nessuno, troppo forte il sospetto che ad organizzare l'omicidio fosse stata la Gestapo. Nel frattempo, la sede dell'Austria Vienna era tempestata di telegrammi di cordoglio provenienti da tutta Europa, anticipazione di quanto sarebbe successo al funerale, quando ben 40.000 persone, nonostante i tentativi nazisti di ostacolare il tutto, si presentarono per dare l'ultimo saluto a quello che era stato definito il Mozart del football.        
    

IL COLPO ALLA STRELTSOV

Eduard Streltsov era atteso ai Mondiali del 1958 come uno dei possibili grandi protagonisti della kermesse iridata. Proprio pochi giorni prima dell'inizio, però, fu fermato da una infamante accusa, uno stupro consumato ai danni di una coetanea. Nonostante prove incerte, firmò una confessione che ne stoppò la carriera e lo portò ad una condanna a dodici anni di lavori forzati in un gulag. Sarebbe tornato a giocare solo nel 1965.

Ma se fascismo e nazismo, avevano capito la grande importanza del calcio a fini di propaganda, anche il regime sovietico non fu da meno. Basti ricordare l'enfasi con cui in epoca staliniana, e anche dopo, furono salutati i grandi successi degli atleti targati CCCP, per capire come i risultati sportivi potessero apporre un timbro non da poco agli sbandierati progressi del sistema sovietico nella gara con il capitalismo occidentale. E anche il regime sovietico non fu da meno nel calpestare come un cingolato tutti coloro che avevano il grande torto di non sentirsi parte di quel sistema e di voler guardare il mondo senza la lente deformata dell'ideologia. Come, ad esempio, Ėduard Anatol'evič Strel'cov, per noi più semplicemente Eduard Streltsov. Nato a Mosca il 21 luglio del 1937, proprio mentre iniziavano le fastose celebrazioni per il ventennale della rivoluzione leninista, sin da giovanissimo si mise in luce come straordinario talento nella Torpedo Mosca, di cui divenne ben presto il simbolo. In poco più di tre anni (dal '54 al '57, stagione in cui arriverà settimo nella classifica del Pallone d'oro) Streltsov mise a segno quasi 50 reti e, soprattutto, mise in mostra un repertorio da fuoriclasse assoluto. Il suo gioco aveva poco di quello in voga sui campi sovietici dell'epoca. Fantasioso, estroso, amante del colpo di tocco (ancora oggi, in Russia, lo chiamano il colpo alla Streltsov), appena diciassettenne fece una tripletta in amichevole alla grande Svezia. Era nata una stella. da quel momento quel ragazzino con i capelli col ciuffo ribelle, che era il maggior protagonista della dolce vita moscovita, grande amante delle feste, delle donne e della vodka, divenne un vero e proprio mito per la gioventù sovietica. Il regime non poteva naturalmente ignorare il fenomeno Streltsov. Certo, faceva paura l'indocilità del personaggio e la sua irrefrenabile corsa ad infrangere le regole, ma i dirigenti sovietici decisero di ignorare gli svantaggi della situazione e di usare a loro vantaggio il lato che poteva venire utile. Come era in uso in tutti i campi, fu approntato un piano che avrebbe dovuto portare Streltsov a fungere da simbolo della rinascita dello sport sovietico. Ma Streltsov fece ben presto capire di non poter essere controllato o usato come un semplice strumento, a causa di uno strenuo individualismo che lo spinse a considerare sacra la sua libertà, sia in campo che fuori. Nel 1958 arrivò addirittura a rifiutare il trasferimento dalla sua amata Torpedo a una delle due squadre del Soviet, sia al Cska Mosca, la squadra dell'Armata Rossa, che alla Dinamo Mosca, quella del KGB, nonostante, in questo ultimo caso, l'insistenza del mitico Yashin. E qui cominciarono i suoi guai, poichè il suo comportamento ribelle cominciò ad essere mal visto in un sistema ove ogni personalismo era bandito e visto come un potenziale pericolo capace di portare alla rottura dell'ingranaggio minuzioso messo in opera dall'alto. L'occasione per rimettere al suo posto il giovane ribelle fu fornita da una frase di troppo, forse pronunciata ad una festa al Cremlino, nel corso della quale sembra che avrebbe rifiutato di sposare la figlia di Yekaterina Furtseva, la più importante figura femminile del regime sovietico, aggiungendo come chiosa finale: "Non la sposerei mai quella scimmia". In un primo momento non successe nulla, tanto che Streltsov continuò la preparazione per quei mondiali del 1958 che avrebbero dovuto fare da vetrina alla sua esplosione internazionale. Proprio pochi giorni prima del via, però, arrivò lo stop delle autorità sovietiche. Nonostante prove incerte e contraddittorie, infatti, Streltsov fu rinchiuso nella prigione della Butirka, con l'accusa, infamante, di aver stuprato una sua coetanea nel corso proprio di quella festa. Con la naturale ingenuità dei ragazzi della sua età, il giocatore firmò una confessione di quanto successo, previa garanzia di poter comunque partecipare alla kermesse iridata in terra di Svezia, firmando così la sua condanna. Prese infatti dodici anni di lavori forzati in un gulag, che spezzarono a metà la sua carriera e gli impedirono di far vedere il suo talento in quella stessa competizione che vide l'esplosione di quello che avrebbe potuto essere il suo naturale rivale, Pelè. Liberato nel 1963, tornò a giocare solo due anni più tardi. Ormai i duri anni passati in miniera, avevano fatto il loro lavoro e Streltsov non era più il fuoriclasse che tutti aspettavano in Svezia. Erano comunque rimaste delle tracce dell'antica classe e, soprattutto quell'estro così odiato dal regime e il colpo di tacco, il colpo alla Streltsov, era rimasto intatto. Bastava ed avanzava per tornare a vestire quella maglia con la scritta CCCP, tanto da finire la sua carriera con 38 gare disputate in Nazionale, condite da 24 reti. Ma l'ultimo, avvelenato frutto di quel periodo trascorso al lager, avrebbe fatto il suo effetto molti anni dopo, esattamente nel 1990, quando i suoi polmoni non ressero all'avvelenamento progressivo riportato durante il duro lavoro in miniera e lo condussero prematuramente alla tomba. Aveva però prodotto il suo ultimo colpo alla Streltsov, poichè era riuscito a resistere sino alla fine del regime che lo aveva oppresso per tanti anni e che era crollato proprio pochi giorni prima...