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IL BANCHIERE DI TESTACCIO

Fu tra i fondatori della Roma e ne divenne presidente nel 1928, dopo l'addio di Foschi. Poi, però, Renato Sacerdoti, divenne il capro espiatorio del clamoroso affaire innescato dalla fuga di Guaita, Scopelli e Stagnaro. Il "Banchiere di Testaccio", a causa delle sue radici ebraiche era inviso al Regime, che non perse occasione per allontanarlo dalla presidenza. Sarebbe tornato al timone della Roma solo dopo la caduta in serie B, approntando il piano di rinascita...

Renato Sacerdoti, era stato tra i fondatori della Associazione Sportiva Roma e, nel 1928, dopo l'addio di Italo Foschi, ne era diventato Presidente. Sotto la sua guida, la squadra giallorossa si era immediatamente inserita nel giro che conta, come del resto era nei piani che avevano fatto da apripista alla nascita della società. Erano quelli gli anni dei grandi acquisti, Bernardini in primis, della costruzione dello stadio a Testaccio, sulla falsariga del modello inglese, anni nel corso dei quali la Roma aveva fatto intravvedere di poter spezzare il monopolio degli squadroni del Nord. E quando dall'Argentina erano arrivati tre veri fuoriclasse come Guaita, Scopelli e Stagnaro, lo scudetto, già sfiorato nel 1930-31, era sembrato veramente ad un passo. Nell'estate del 1935, Sacerdoti aveva dato luogo ad altri due colpi clamorosi, acquistando i terzini della Nazionale campione del Mondo, Monzeglio e Allemandi. Gli acquisti in questione erano stati salutati con grande entusiasmo dalla tifoseria e avevano spinto la critica specializzata a mettere la Roma in cima alla lista delle favorite. A quel punto, però, era successo il fattaccio: i tre fuoriclasse argentini, probabilmente impauriti dalla possibile chiamata al fronte per la guerra di Etiopia, erano fuggiti e avevano fatto ritorno a casa. Si parlò di un intervento del Presidente federale Vaccaro, gerarca che aveva già guidato la Lazio e che in più di una occasione era entrato in rotta di collisione con la Roma: secondo i beninformati, proprio Vaccaro aveva prospettato agli argentini una partenza per il fronte che invece era già stata scongiurata dai dirigenti della Roma. Era così praticamente tramontato il sogno di poter vincere il primo scudetto della storia giallorossa, anche se la squadra aveva reagito con grande orgoglio arrivando seconda ad un solo punto dal Bologna tricolore. A fare le spese della storiaccia in questione, però, era stato proprio Renato Sacerdoti il quale, a causa delle sue radici ebraiche, era malvisto da settori importanti del Regime ai quali non era parso vero di poter prendere a pretesto la fuga degli argentini per poter colpire Sacerdoti. Il presidente romanista fu accusato di esportazione illecita di valuta e mandato al confino, una misura che era del tutto sproporzionata alla reale entità dell'accaduto, ma che la diceva lunga sulla direzione che stava prendendo il fascismo, ormai supinamente sdraiato sulle direttive provenienti dalla Germania ove il nuovo alleato di Mussolini, Hitler, in linea con le teorizzazioni del Mein Kampf aveva già inaugurato la caccia all'ebreo che sarebbe poi tristemente sfociata nella Soluzione Finale. Sacerdoti era comunque riuscito a non finire nei lager nazisti, a differenza di tanti correligionari della comunità romana rastrellati dai nazisti nel corso dell'occupazione tedesca di Roma e, nel secondo dopoguerra era tornato ad occuparsi della Roma. In particolare, Sacerdoti era stato protagonista di una polemica con Fulvio Bernardini che aveva spinto alle dimissioni il Dottore, appena diventato allenatore e alla rottura di ogni rapporto col povero Tommaso Maestrelli, che sino ad allora era stato uno dei suoi pupilli e che aveva pagato la lealtà a Bernardini finendo ai margini della squadra. L'allontanamento di Bernardini, non aveva però risolto i problemi della società giallorossa, anzi, da quel momento la crisi tecnica cominciata dopo la guerra, aveva toccato il suo apice, portando infine la Roma in serie B. La caduta nella cadetteria, aveva però, se possibile, aumentato la passione della tifoseria romanista che, proprio nell'ora più difficile, si era stretta intorno alla società. Alla guida della quale, fu richiamato proprio Renato Sacerdoti. Il Banchiere di Testaccio, come era noto nell'ambiente romano, aveva varato un piano di rinascita che prevedeva l'immediato rientro della Roma in serie A e il ritorno nel giro di pochi anni nei quartieri alti. E quando in soli due anni, l'operazione di Sacerdoti riuscì in pieno, divenne chiaro a tutti il danno non indifferente che il fascismo, con la sua dissennata politica antiebraica, sfociata nelle famigerate Leggi Razziali, avesse arrecato anche alla Roma.    

L'UOMO CHE COSTRUI' IL GRANDE BOLOGNA DEGLI ANNI '30

Arpad Weisz fu uno dei migliori, se non il migliore, allenatore della sua epoca. Aveva cominciato la sua strepitosa carriera nell'Inter ove aveva fatto esordire Peppino Meazza e vinto lo scudetto nel 1930. Ma il suo vero capolavoro era stato la costruzione del grande Bologna che "tremare il mondo fa". Poi, le Leggi Razzaili lo costrinsero a scappare in Olanda, ove fu rastrellato insieme alla famiglia e avviato ai lager. Dai quali non sarebbe tornato.

Il nome di Arpad Weisz è stato a lungo rimosso dalla storia del calcio italiano. Eppure si tratta di uno dei migliori allenatori che abbiano operato sui campi della penisola nel periodo tra le due guerre. Il nome di Weisz è indissolubilmente legato al Bologna che "tremare il mondo fa", lo squadrone che nel corso degli anni '30 segnò un'epoca sia in Italia che in Europa. Nato a Solt, nei pressi di Budapest, nel 1896, arrivò in Italia nel 1924 per indossare la casacca del Padova. Un grave infortunio lo spinse presto ad abbandonare e ad abbracciare la carriera di allenatore. Nel 1926 arrivò all'Inter, squadra che da qualche anno era entrata in una fase critica, caratterizzata da una penuria di risultati che aveva infine spinto la dirigenza ad operare una netta sterzata. E proprio l'ungherese era stato individuato come l'uomo adatto ad aprire un nuovo ciclo, capace di riportare i nerazzurri al vertice. Weisz, prima di arrivare nel nostro paese, aveva girato il mondo e, soprattutto, era entrato in contatto con le metodologie in voga in paesi allora all'avanguardia, come Argentina e Uruguay, adottandone le parti che meglio potevano essere adattate al nostro calcio. E con lui, l'Inter tornò presto a volare, grazie soprattutto alle prodezze di un ragazzino scovato dal tecnico nelle minori, tal Giuseppe Meazza che, a suon di reti e prodezze, si era immediatamente segnalato come un vero e proprio fuoriclasse. Nel 1929-30, l'Inter era riuscita a vincere così il suo terzo scudetto, l'ultimo prima dello straordinario quinquennio della grande Juventus e il primo nei tornei a girone unico. Nel 1935, Weisz si trasferì a Bologna e, proprio con i felsinei riuscì ad interrompere la dittatura bianconera, vincendo due scudetti di fila. Ai successi nazionali fecero presto seguito quelli in campo internazionale, tra i quali va segnalata la Coppa dell'Esposizione, una sorta di Coppa dei Campioni ante litteram, nella cui finalissima il Bologna distrusse il Chelsea, con un 4-1 che non ammetteva recriminazioni di sorta. Era quello il punto più alto della carriera sportiva di Weisz o, perlomeno, il punto più alto che l'evolversi della situazione politica italiana gli avrebbe consentito. Anche l'Italia ormai, era entrata nella parte più buia della propria storia, elaborando quelle Leggi Razziali che sarebbero rimaste a perenne testimonianza della vergogna rappresentata dal regime fascista. L'allenatore ungherese, fu costretto nel gennaio 1939 a prendere la propria famiglia, la moglie Elena e i figli Roberto e Clara, e a fuggire verso Parigi, nella speranza di trovare una squadra da allenare che non si sarebbe mai realizzata. Anche la Francia era stata ormai contagiata dalla pazzia nazista ed era impregnata da un antisemitismo estremo del quale fu pessimo esempio quell'Alexandre Villaplane che era stato capitano della nazionale francese ai mondiali del 1930 e che nel 1940 sarebbe addirittura diventato collaboratore della Gestapo. Quello che era stato uno dei migliori allenatori della sua epoca, dovette perciò scontrarsi con un muro di ostilità che fece svanire qualsiasi possibilità di una offerta di lavoro. L'offerta arrivò invece dall'Olanda, da una squadretta di periferia, il Dordrechtsche e Weisz non se la fece scappare, sperando che potesse essere l'inizio di una sorta di rinascita. Il Dordreschte era una delle più antiche società olandesi, ma non aveva mai raggiunto grandi risultati. Quando ne prese le redini, si trovava in piena lotta per non retrocedere e in effetti la salvezza arrivò soltanto grazie ad uno spareggio. Nell'anno successivo, però, la cura Weisz cominciò a produrre i suoi effetti portando la squadra ad un ottimo quinto posto, impreziosito dal successo contro il Feyenoord. Nel 1940, però, i nazisti occuparono l'Olanda e il cerchio malefico voluto dal nazismo intorno agli Ebrei cominciò a stringersi anche per coloro che erano riusciti a riparare in quel paese illudendosi di potervi trovare la salvezza. Weisz riuscì anche nel torneo successivo a portare il Dordreschte al quinto posto, ma il 29 settembre del 1941 arrivò il diktat nazista in base al quale l'ungherese non poteva più esercitare il suo mestiere. La cittadina si strinse intorno alla famiglia, permettendogli di sopravvivere, ma senza avere la possibilità di trovare i soldi necessari all'espatrio. Il 2 agosto 1942, l'intera famiglia Weisz fu rastrellata e avviata ai campi di concentramento. La prima tappa fu Westerbork, dove rimasero sino al 2 ottobre, per poi salire sul treno per Birkenau, ove il capofamiglia fu diviso dalla moglie e dai figli per essere avviato al lavoro in Alta Slesia. Il 5 ottobre 1942, Clara Weisz e i figli Roberto e Clara furono uccisi ad Auschwitz. Arpad Weisz sopravvisse grazie alla sua forte fibra sino al 31 gennaio 1944. Le Leggi Razziali volute da Mussolini avevano prodotto le ennesime vittime.  

LA BEFFA DEL DESTINO

Anton "Egri" Erbstein, era stato più fortunato del suo connazionale Weisz. Dopo aver mostrato le sue doti a Lucca, era stato chiamato a Torino da Ferruccio Novo e aveva cominciato a costruire il Grande Torino. Era scappato per non incappare nelle Leggi Razziali e ce l'aveva fatta. Ma il destino aveva in serbo una beffa per lui: sopravvissuto al nazismo, avrebbe trovato la morte nella Sciagura di Superga insieme alla sua creatura sportiva.  

Una storia incredibile, è quella di Anton Egri Erbstein. Anche lui ungherese di nascita, aveva girato il mondo e soprattutto, aveva giocato negli Stati Uniti, nella squadra dei Brooklin Wanderers. Era poi arrivato nel nostro paese, ove, dopo aver appeso le scarpette al chiodo, aveva intrapreso la carriera di allenatore. E nella veste di tecnico, aveva assunto il calcio come filosofia e impegno morale, come scuola di vita e come mezzo di espressione di doti non soltanto sportive, ma anche civili. Dopo aver mostrato il suo valore alla Lucchese, che aveva portato nella massima divisione partendo dalla serie C, anche per lui era arrivata la chiamata di Ferruccio Novo, l'uomo che stava costruendo la più grande squadra di calcio mai apparsa sui campi italiani, il Grande Torino. Arrivato in granata nel 1938-39, in qualità di direttore tecnico, Erbstein aveva avuto un grandissimo ruolo nella costruzione della squadra che aveva dominato il calcio italiano tra il 1943 e il 1949. Oltre alla grande preparazione tattica e alla capacità di sapersi adattare all'evoluzione imposta dall'avanzata del tempo, Erbstein  capì che il calcio poteva trarre grandi vantaggi aprendosi alle innovazioni provenienti dall'esterno, soprattutto usufruendo di tutto ciò che poteva migliorare la resa fisica ed atletica dei giocatori, diminuendo gli sbalzi di rendimento dovuti ad una preparazione casuale e che non teneva in alcun conto le differenze di caratteristiche tra i vari componenti della rosa. In ragione del suo diploma in educazione fisica e degli studi che aveva continuato a condurre sulle più avanzate tecniche di preparazione degli atleti, adottò un'altro accorgimento di grande importanza per una epoca in cui non esisteva ancora la possibilità di sostituire i giocatori infortunati, quel riscaldamento prepartita che serviva ad evitare fastidiosi contrattempi muscolari ai giocatori che sin troppo spesso esponevano la propria muscolatura ai pericoli di un difettoso approccio alla contesa, lasciando molto spesso la squadra con un uomo di meno. Sul piano prettamente tecnico, l'ungherese fu un vero e proprio precursore, preconizzando l'avvento di tecniche che si sarebbero affermate molto più tardi, come il pressing, il movimento senza palla e il football atletico a tutto campo. 
Ma le conoscenze in questione non erano in fondo la maggiore caratteristica di Erbstein. Ciò in cui veramente si differenziava dai tecnici dell'epoca era la capacità di creare un rapporto di fiducia coi giocatori, grazie ad una sensibilità umana che non di rado affascinava l'interlocutore. In un'epoca in cui l'allenatore tendeva ad improntare i rapporti coi giocatori su un piano puramente disciplinare, egli puntò sul dialogo costante con gli stessi, arrivando ad interessarsi anche di aspetti che esulavano dal piano puramente professionale. Provvisto di grandi doti dialettiche seppe creare nella squadra una atmosfera di grande cameratismo che, a detta di Pietro Ferraris II, ebbe una parte fondamentale nei successi del Grande Torino, agevolato in questo anche dalla cura certosina che Novo riservò nel corso della guerra alle esigenze dei suoi uomini, assicurandosene la riconoscenza. La considerazione che i giocatori del Grande Torino avevano per lui era immensa, ed era dovuta proprio alla finezza con la quale Erbstein coltivava il rapporto umano. Quando le Leggi Razziali avevano colpito la comunità ebraica italiana, Erbstein era dovuto espatriare e aveva raggiunto l'Olanda, lasciando il paese poco prima che fosse occupato dai nazisti. Tornato in Ungheria, era riuscito a tenersi in contatto con Novo e, alla fine della guerra, aveva potuto far ritorno in Piemonte, riprendendo il ruolo di eminenza grigia che già aveva ricoperto in passato. Scampato ai campi di sterminio, il destino lo aspettava evidentemente al varco. Salito sull'aereo che riportava il Grande Torino a casa, dopo l'amichevole giocata contro il Benfica in Portogallo, Erbstein trovò la morte insieme ai suoi ragazzi sul muraglione della Cattedrale di Superga, entrando con loro nella leggenda del nostro calcio.