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I NERI DELLO JUNIOR CASALE

Nato nel 1909, il Casale sorprende subito il mondo calcistico nazionale. Nel breve volgere di quattro anni, i nerostellati riescono a vincere lo scudetto e ad installarsi saldamente al vertice del calcio italiano dell'epoca. Dopo la guerra comincia il declino, dovuto soprattutto all'impossibilità di reggere ai cambiamenti imposti dalla nascita del professionismo. E quando se ne vanno Monzeglio e Caligaris, comincia la fine della favola. 

E' il 18 dicembre del 1909, quando nell'aula 1 dell'Istituto Tecnico Leardi, nasce una squadra che segnerà una era del nostro calcio. Alle 17.15, infatti, il professor Raffaele Jaffe, insegnante presso lo stesso istituto, coadiuvato da alcuni dei suoi giovani allievi (i fratelli Cavasonza, i fratelli Gallina e Varese) dà luogo alla nascita del Casale Football Club, i cui colori sociali nerostellati diverranno in breve un classico del calcio pionieristico. La prima partita del nuovo club, avviene il 30 gennaio del 1910, contro la Caresanese, di fronte ad una quarantina di spettatori e termina con un beneagurale 4-0. Da quella prima partita, il Casale brucia le tappe e dimostra subito di avere le carte in regola per duellare con avversari di rango, tanto da chiedere di essere iscritta, nel 1910-11, al massimo campionato. La risposta negativa della Federazione, motivata dall'assenza di sufficienti titoli tecnici e morali, provoca una infuocata risposta della dirigenza casalese, una lettera alla Gazzetta dello Sport, nella quale viene lanciato il guanto di sfida alle squadre italiane, a qualsiasi categoria fossero appartenute. La risposta desiderata viene da due grandi dell'epoca, il Torino e la Pro Vercelli, che vincono le sfide in questione rispettivamente per 4-1 e 2-0, testimoniando che il Casale può già considerarsi una realtà del nostro calcio. La Prima Divisione, serie A dell'epoca, viene raggiunta nel 1911-12, dopo uno spareggio contro la Libertas Milano e il Casale dimostra in breve che non si tratta di un vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro. La prima grande impresa avviene il 10 dicembre del 1911, quando a cadere sotto i colpi dei nerostellati è l'Inter. Prima che la stagione termini, il Casale riesce a battere anche la Juventus e a pareggiare a Marassi contro il grande Genoa, a testimonianza della già ottima efficienza raggiunta. Il primo luglio del 1912, in occasione delle Olimpiadi di Stoccolma, avviene il debutto in Nazionale del primo giocatore casalese, Barbesino, giusta ricompensa alla sempre più evidente crescita della squadra. Che viene ulteriormente testimoniata, nel modo più fulgido, dalla prima grande impresa mai compiuta da una compagine italiana a livello internazionale, la vittoria riportata contro gli inglesi del Reading, fortissima squadra dell'epoca che, nel corso della sua tourneè italiana aveva già seminato di reti il suo cammino. Il Casale, vince la partita per 2-1, unica squadra italiana a riuscire nell'impresa, ancora più ingigantita dal fatto che nel prosieguo della tourneè, gli inglesi battono il Pro Vercelli per 6-0 e la nazionale italiana per 2-0!
Che il Casale, non sia un fuoco di paglia, è ormai evidente. Ma nessuno può immaginare ciò che accadrà di lì a breve. Il precampionato 1913-14, vede i nerostellati confermare la caratura tecnica raggiunta, con la conquista della Coppa Negretti e, soprattutto, con le sventagliate di reti rifilate alla rappresentativa lombarda (8-0) e al Novara, un 6-0 reso ancor più clamoroso dal fatto che si gioca in casa degli azzurri. Parte il campionato e il Casale mette le carte in tavola, vincendo il girone eliminatorio con quattro lunghezze di vantaggio sul Genoa. Il girone finale, che deve designare la squadra del nord per la finalissima nazionale, vede il Casale suonare sempre lo stesso spartito, tanto da staccare il biglietto per la finalissima con un turno di anticipo. Il titolo è già nelle mani dei nerostellati, troppo ampio all'epoca il divario tra gli squadroni nordici e le consorelle centromeridionali: il 7-1 di Casale, confermato dal 2-0 di Roma, permettono così a Barbesino e compagni di vincere il titolo. Questi sono i campioni: Gallina, Maggiani, Scrivano, Rosa, Barbesino, Parodi, Caire, Mattea, Gallina II, Varese, Bertinotti, Siviardo, Ravetti, Ferraris e Ghena. A fermare il volo dei nerostellati, è la guerra mondiale innescata dall'attentato di Sarajevo. Quando ritorna la pace, il Casale rimane nel gotha del calcio italiano, ma qualcosa sta cambiando nello stesso, a seguito dell'avvento del professionismo, che rende sempre più difficile la vita di squadre che non hanno la forza economica degli squadroni metropolitani. E il Casale comincia a fare le spese di questa tendenza, perdendo già nel 1920-21 tre colonne come Grosso, Migliavacca e Sartorio. A poco a poco, i nerostellati si trasformano in una fucina di campioni da smistare verso lidi più accoglienti dal punto di vista finanziario. E' il caso di due fuoriclasse come Caligaris e Monzeglio, che dopo essersi formati e affermati a Casale, partono verso la metropoli ove si affermeranno come giocatori di valore mondiale e anche di altri atleti di interesse nazionale come Gabba, Volta, Buscaglia, Albertoni e Castello. Il declino, è dietro l'angolo: nel 1928-29 la squadra che aveva stupito il mondo calcistico nazionale, non ce la fa a classificarsi tra le diciotto elette che vanno a giocare la prima serie A a girone unico della storia. La reazione orgogliosa di società e atleti, produce l'immediato ritorno nella massima categoria, ma il mancato adeguamento ai canoni ormai in voga (basti pensare che mentre le altre squadre si allenano quattro volte alla settimana, i casalesi lo fanno solo il giovedì) pesa come un macigno sul futuro nerostellato. Che con la retrocessione del 1933-34 volge rapidamente al peggio, tanto che nell'arco di sole tre stagioni, il Casale rotola addirittura nella quarta serie. La favola della squadra che a soli quattro anni dalla sua nascita era riuscita a cingere il tricolore, è ormai finita.    

I BIANCHI DI VERCELLI

Il simbolo più luminoso della provincia piemontese, nei primi anni del nostro calcio, è, senza alcun dubbio, la Pro Vercelli. Dopo la nascita, avvenuta nel 1903, i bianchi vercellesi diventano ben presto un vero fenomeno, proponendosi come contraltare del Genoa. Ai cinque scudetti vinti nell'anteguerra, se ne aggiungono altri due negli anni '20, prima dell'inesorabile declino causato dall'avvento del professionismo.  

La Pro Vercelli, è la squadra che ha simboleggiato al meglio, per i risultati ottenuti e per il modo in cui ha incarnato gli stilemi della stessa, la famosa scuola piemontese del calcio pionieristico. Nata nel 1903, su impulso di Marcello Bertinetti, un liceale col pallino dello sport (oltre al calcio, avrebbe praticato ad alti livelli la scherma, diventando campione olimpico di spada e sciabola), la Pro Vercelli fa i suoi esordi in bianconero, i colori della Juventus, ma ben presto, per effetto del destino, manifestatosi sotto forma di un bucato sbagliato che stinge completamente la tinta scura, assume quel bianco che la renderà celebre. Dopo gli esordi a Campo di Marte e in Piazza della Fiera, e il trasferimento su un campo attiguo al futuro Stadio Robbiano, ben presto arriva per Bertinetti e amici (Giuseppe Milano, Sessa, Rampini, Francesco e Alessandro Visconti, Francia, Berra, Servetto e Albertini) il momento di allargare il raggio di azione. La prima trasferta delle casacche bianche si verifica a Santhià, e la vittoria riportata è la prima di una lunga fila che ben presto alimenta un entusiasmo dirompente. La crescita tecnica della squadra è incontestabile e ben presto la fama della Pro Vercelli travalica i confini regionali. Sono ormai in molti ad affermare che i bianchi sono in grado di dare filo da torcere agli squadroni dell'epoca, a partire dal Genoa e, nel 1908, la Pro Vercelli ha l'occasione di confermare questo assunto, essendo chiamata a disputare il titolo italiano a Juventus, Andrea Doria e Milanese, mentre Milan, Genoa e Torino si rifiutano di partecipare a causa della decisione della federazione di escludere i giocatori stranieri. Pur decapitato, questo torneo è un primo valido banco di prova e i vercellesi non si lasciano sfuggire l'occasione per confermare tutto il buono che si dice di loro. Un pareggio e una vittoria contro la Juventus, La Milanese e l'Andrea Doria, consegnano a Bertinetti e compagni il primo titolo. Sin dagli esordi, si segnala la fortissima mediana composta da Ara, Milano e Leone, che ben presto si troverà trapiantata in Nazionale, ma non solo loro, poichè l'omogeneità della squadra è uno dei segreti della grande forza palesata sin dagli esordi. L'altra grande dote, spesso contestata dagli avversari, è il grande vigore, che spesso sconfina in un agonismo spinto all'eccesso, tanto che non di rado gli stessi finiscono le partite con qualche uomo di meno. Alle doti tecniche ed atletiche, va aggiunto un altro segreto che dà ulteriore slancio alla squadra, le doti umane che ne fanno una vera famiglia. Basta un episodio per capire l'atmosfera che regna nelle fila vercellesi: quando si viene a sapere che Rampini riceve un sigaro dal presidente Bozino per ogni rete segnata, scoppia un piccolo scandalo, che però rientra immediatamente quando si sa che lo stesso Rampini vende gli stessi sigari per aiutare il fratello del compagno di squadra Corna, gravemente ammalato e non in grado di pagarsi le spese mediche. 
Dopo il primo titolo, ne arrivano altri quattro, prima che il conflitto mondiale imponga lo stop alle attività sportive. Si può dire finita la prima grande epoca del calcio vercellese, poichè alla ripresa i raggiunti limiti di età di alcuni elementi, impongono la ricostruzione della squadra, resa però difficoltosa dalla sempre più agguerrita concorrenza. Arrivano elementi nuovi, tra i quali si segnalano soprattutto il fortissimo centromediano Ardissone, gli attaccanti Rosso e Borello e il terzino Rosetta. Sì, proprio il grande Viri Rosetta, che sin dagli esordi fa capire di quale stoffa sia fatto, imponendosi all'attenzione generale per una tecnica portentosa che, però, a volte sconfina nella leziosità. Quando anche la leziosità scompare, Rosetta è pronto per il gran salto e sarà la Juventus a giovarsi delle prestazioni di uno dei migliori difensori mai prodotti dal nostro calcio. Intanto però, la Pro Vercelli ha rimesso in piedi una squadra in grado di rinverdire i fasti anteguerra, come testimonano i due titoli vinti nel 1920-21 e nel 1921-22, forse ancor più rimarchevoli in quanto ormai il calcio sta abbandonando la dimensione artigianale per avviarsi verso un professionismo sempre più spinto. Inoltre, lo sport pedatorio non è più esclusivo appannaggio di Piemonte, Lombardia e Liguria, ma sta allargando sempre più il suo raggio di azione, conquistando in pratica tutta la penisola. Nuovi attori si affacciano al proscenio nazionale, a cominciare da quel Bologna che di lì a poco farà tremare il mondo e riuscire a mantenere alti livelli in un quadro di così profonda trasformazione è un vanto per Vercelli. Purtroppo, la mancanza di mezzi economici all'altezza comincia ad incidere pesantemente sui destini dei bianchi. Il segnale del cambiamento, è dato proprio dalla partenza di Rosetta, che provoca una mezza sommossa, ma che infine viene metabolizzato dalla tifoseria. Pur perdendo colpi, la pro Vercelli riesce a rimanere su livelli di assoluta dignità, trasformandosi in una fucina di campioni che prendono spesso altre destinazioni. Basti pensare a Cavanna, ottimo portiere che si trasferirà poi all'ombra del Vesuvio, a Ferraris II, che diverrà poi una colonna del Grande Torino, al mediano Depetrini, che indosserà la casacca della Juventus per molti anni, ma soprattutto al grandissimo Silvio Piola che, esploso all'inizio degli anni '30, si troverà ben presto ad essere conteso dai maggiori clubs nazionali per poi divenire una colonna della Nazionale di Vittorio Pozzo. E proprio la partenza di Piola in direzione Roma, sponda biancoceleste, può essere considerata l'inizio della fine della favola dei bianchi. Nel 1933-34 arriva la caduta in serie B, ove la Pro Vercelli rimane sino al 1941, premurandosi di dare al calcio italiano un ultimo, grandissimo prodotto, quell'Eusebio Castigliano che avrebbe formato con Loik e Mazzola il più straordinario reparto centrale che si sia mai visto sui nostri campi. Nell'immediato dopoguerra, la Pro Vercelli sembra sul punto di ritornare agli antichi splendori, tanto che nel 1945-46 perde il diritto a disputare la serie A solo alle ultime giornate, quando viene sorpassata dall'Alessandria. E però soltanto un fuoco di paglia, poichè i problemi finanziari che stanno strangolando molte delle squadre che avevano fatto la storia del nostro calcio d'epoca, si riverberano in maniera pesantissima anche sulla Pro Vercelli. Che da questo momento lascia il calcio d'eccellenza, in maniera pressochè definitiva. 
     

I GRIGI DI ALESSANDRIA

La squadra che non ha vinto nulla nella sua storia, è anche quella che ha resistito di più nel calcio di alto bordo, tra le provinciali del Piemonte. L'Alessandria, ha avuto il suo momento d'oro alla fine degli anni '20, quando sfornò campioni come Ferrari, Banchero, Bertolini e Cattaneo. Dopo il declino degli anni '30, è riuscita a tornare in serie A, abbandonandola all'inizio degli anni '60, dopo aver regalato Gianni Rivera al calcio italiano.

La nascita dell'Alessandria risale al 1912, anche se già nel 1894 si era giocata una partita tra una squadra alessandrina e il Genova che rimane alle cronache per lo strano modo di conteggiare le segnature. Ad esse, infatti, concorsero quel giorno anche i calci d'angolo, poichè ogni tre rimesse portavano alla segnatura di una rete. Nei primi anni del ventesimo secolo, la città piemontese vede la frenetica attività di due società sportive, "Forza e Concordia" e "Forza e Coraggio", che tra gli altri sport si dedicano anche a quello calcistico da poco arrivato da Oltremanica. Quando sette ragazzi, Augusto Rangone, Alfredo Ratti, Marco Firpo, Amilcare Savoiardo, Carlo Rossanigo, Bezzi e Castagneri, decidono di istituzionalizzare la loro passione, creando la "Alessandria Football Club Forza e Coraggio", è tutto pronto per il decollo. E se a Casale ci sono i neri, e a Vercelli i bianchi, la scelta del grigio come colore sociale diventa quasi inevitabile, anche in omaggio ai ciclisti della Casa Maino capitanati da Girardengo. Il primo approccio con il calcio che conta, avviene nel 1912-13 e la vittoria ottenuta per 3-0 sul neutro di Novara contro la Vigor di Torino, consegna all'Alessandria la possibiltà di battersi contro le grandi dell'epoca, in Prima Divisione e, soprattutto, contro le altre tre piemontesi del famoso quadrilatero dell'epoca, Casale, Novara e Vercelli. A distinguere i grigi, è soprattutto la cifra tecnica espressa dal loro gioco, frutto del lavoro svolto da un giocatore inglese, George Smith, che aveva lasciato il Genoa per trasferirsi in Piemonte, ove aveva cominciato l'addestramento di tanti ragazzi tra i quali, nel 1914, uscì il prodotto più fulgido, quell'Adolfo Baloncieri che di lì a poco sarebbe diventato un vero fuoriclasse. Baloncieri fa appena in tempo ad esordire in prima squadra, prima che la guerra mondiale fermi l'attività sportiva. Alla ripresa, il lavoro di Smith consegna all'Alessandria uno squadrone, poichè oltre al Balon, è da registrare la maturazione di giocatori come i fratelli Porrati, i fratelli Papa, Lazoli, Ticozzelli, Carcano, Morelli, Bay e Papa, tutti elementi di grande valore, alcuni dei quali hanno esordito o stanno per esordire in azzurro. Nello stesso lasso di tempo, ad Alessandria è intanto nata l'Unione Sportiva Alessandrina, sotto l'impulso appassionato di Ugo Milano. Quando l'Alessandrina retrocede in seconda divisione, arriva il momento di dar luogo alla fusione con l'Alessandria, che consolida in tal modo le sue fondamenta societarie. Cui tiene dietro la grande crescita tecnica della squadra, nelle cui fila, oltre a Baloncieri, si mettono in grande evidenza il roccioso terzino Ticozzelli, l'attaccante Brezzi e il centrocampista Carcano, tutti giocatori ormai assurti alla notorietà nazionale avendo avuto modo di vestire ripetutamente la maglia della Nazionale. Sta però per venire a galla il problema rappresentato dalla straordinaria personalità di Baloncieri: il gioco della squadra è completamente incentrato su di lui, cosicchè quando gli avversari riescono ad adottare le giuste contromisure, per l'Alessandria è notte fonda. La classifica comincia a languire clamorosamente e la soluzione arriva sotto forma del clamoroso trasferimento del Balon al Torino, ove il presidente Marone sta costruendo uno squadrone. Secondo gli osservatori, con la cessione del suo talentuoso fuoriclasse per i grigi sta per arrivare la notte fonda. Invece, succede esattamente il contrario e l'Alessandria, liberata dall'equivoco, riesce a riportarsi in alto, anche se nella prima stagione dopo l'addio di Baloncieri, rischia una clamorosa retrocessione, evitata solo in extremis. La grande paura, consiglia la società a richiamare Carcano, spostatosi nel frattempo a Napoli, il quale porta con sè il giovanissimo Giovanni Ferrari, un ragazzo che dopo essersi formato nelle file piemontesi, aveva seguito il suo maestro in Campania. La prima mossa di Carcano, consiste nella formazione di una squadra fatta completamente da alessandrini, puntando chiaramente sull'orgoglio cittadino. Oltre a Ferrari, si mettono in grande evidenza i vari Bertolini, Cattaneo, Gandini, Avalle e Banchero, giocatori che negli anni a venire scriveranno pagine fulgide del calcio italiano ed internazionale. Grazie all'innesto di questi giocatori, l'Alessandria dà luogo ad una serie di stagioni ad altissimo livello, nel corso delle quali non vince il titolo, ma si installa saldamente nell'aristocrazia del nostro sport più popolare, prendendo a poco il posto lasciato libero dal declino delle grandi rivali della provincia piemontese, Casale e Pro Vercelli, ormai ridimensionate dopo le grandi vittorie del periodo a cavallo della guerra. Se il titolo non arriva, rimane comunque la parziale consolazione della Coppa CONI, vinta da Ferrari e compagni nel 1926-27, a riprova dell'efficienza raggiunta. 
Ma anche per l'Alessandria, sta per scoccare il momento di cedere i suoi pezzi pregiati. Se ne vanno Ferrari e Bertolini (alla Juventus), Cattaneo (alla Roma), Banchero (al Genoa), solo per citare i più famosi e per i grigi diventa sempre più difficile far quadrare i conti tecnici. Il risultato dell'impoverimento tecnico innestato dai motivi di bilancio, è la retrocessione del 1936-37, la prima della storia alessandrina. Dopo una serie di dignitosi tornei nella cadetteria, i grigi riescono a tornare nella massima serie nell'immediato dopoguerra, usufruendo delle prestazioni di Aristide Coscia, tornato in Piemonte dopo aver contribuito alla conquista del primo scudetto romanista e di Rava, il grande terzino campione del mondo nel 1938. I problemi finanziari sono però in agguato e non lasciano scampo, portando l'Alessandria prima in serie B e poi, addirittura, in C, anche se la funzione di vivaio viene assolta ancora alla grande, se si pensa che nelle file alessandrine esordisce Gino Armano, prima di spiccare il salto nel calcio che conta. Proprio la retrocessione in serie C, fa scattare la molla dell'orgoglio, che sospinge ancora una volta verso l'alto i piemontesi i quali nel 1957, dopo uno spareggio con il Brescia, sul campo neutro di San Siro, tornano nel calcio che conta. Dal quale abdicano dopo tre anni, non prima di aver regalato al calcio italiano una delle sue gemme più preziose, quel Gianni Rivera che scriverà alcune delle pagine più belle del nostro sport più popolare con la maglia del Milan. Da quel momento, anche per l'Alessandria comincia l'epoca delle recriminazioni.