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IL PRIMO CAPOLAVORO DI BERNARDINI

La Fiorentina del 1955-56 rimane agli occhi di chi ha avuto la fortuna di ammirarla, come una perfetta macchina da calcio. Eppure, la sua costruzione, non comportò l'esborso di cifre esorbitanti. Il segreto principale di quella squadra, era nel manico. Ad allenarla e, soprattutto, ad assemblarla, c'era il "Dottore", al secolo Fulvio Bernardini, uno dei migliori tecnici mai prodotti dal calcio italiano. Il trionfo della Fiorentina, era anche la sua consacrazione. 

Negli anni successivi alla seconda guerra, la Fiorentina entrò, come molte delle sue consorelle, in una fase di forte difficoltà economica che la costrinse ad adottare la politica della lesina. Abbastanza indicativo di ciò, fu il modo in cui la società viola ricorse al mercato estero, con l'acquisto di giocatori di secondo piano come Roosenburg o Lefter, abbastanza famosi nei loro paesi, ma sconosciuti a grandi livelli internazionali. Nel 1952, la Fiorentina vide un mutamento nel suo assetto dirigenziale che avrebbe avuto di lì a poco esiti clamorosi. Ad assumere la massima carica sociale, fu Enrico Befani, un industriale tessile di Prato, che alle cospicue doti finanziarie, univa doti organizzative e manageriali non indifferenti. La sua prima mossa, come era del resto tradizione, fu quella di aumentare in maniera considerevole il budget destinato alla campagna acquisti. Nulla di clamoroso, intendiamoci, ma per una squadra come quella viola, che veniva da anni di ristrettezze finanziarie, ciò segnava un vero e proprio spartiacque. Una campagna estremamente mirata, terminò con l'acquisizione di elementi come Lucentini, ala messasi in luce nella Sampdoria, Prini, attaccante dell'Empoli, Mariani, ala dell'Udinese e, soprattutto, Armando Segato, centrocampista del Prato che andava a cominciare una grande carriera. I frutti di questa campagna, tardarono però ad arrivare e a farne le spese, come al solito, fu il tecnico Magli, il quale fu messo da parte dopo diciassette giornate, in favore di Fulvio Bernardini. Il "Dottore", dopo una strepitosa carriera da giocatore, vissuta quasi tutta a Roma, aveva intrapreso quella di allenatore con la Mater, una squadretta della capitale che aveva portato in serie B. Chiamato al capezzale della sua Roma, Bernardini aveva cercato di imporre gli stilemi del Sistema, tattica che riteneva molto più avanzata rispetto al vetusto Metodo, ma era entrato in rotta di collisione con Sacerdoti, finendo per essere allontanato dalla panchina giallorossa. 
La scelta di Befani, si rivelò subito azzeccata. Bernardini, presa la squadra viola sull'orlo del baratro, aveva saputo darle un'anima ed era riuscito ad unire bel gioco e praticità. Compreso che il reparto arretrato era di assoluto livello, concentrò i suoi sforzi sugli altri reparti, fondando la sua opera sulla ricerca di elementi dai piedi educati, capaci di dare senso geometrico e respiro alla manovra. Nelle sue prime tre stagioni in viola, il "Dottore" inanellò un settimo, un terzo e un quinto posto che dimostravano l'ottimo lavoro dispiegato. Ma Bernardini sapeva che la squadra che stava costruendo poteva diventare un meccanismo perfetto. A patto di avere il giocatore che reputava il non plus ultra per il suo congegno, quel Julio Botelho,in arte Julinho, ala della Selecao che aveva appena giocato i Mondiali in Svizzera. Per capire chi fosse Julinho, basterebbe ricordare il giudizio che di lui, dette lo stesso Bernardini: "Un'ala può arrivare sino a Julinho, non oltre." Alla finezza stilistica del suo gioco, si aggiungeva un fatto che, agli occhi del tecnico romano, era essenziale: le sue giocate non erano mai fini a sè stesse, ma funzionali al raggiungimento del risultato. Le sue serpentine, finivano sempre in fondo, con traversoni forti e tesi che diventavano manna dal cielo per attaccanti coraggiosi e forti fisicamente. Per averlo, però, la Fiorentina dovette aspettare un anno, che divenne giocoforza di transizione. Nel frattempo, il meccanismo si era arricchito di altri tasselli fondamentali. Il primo era proprio il centravanti capace di convertire in sonante moneta il gioco di Julinho, quel Virgili che pur essendo abbastanza grezzo dal punto di vista tecnico, era dotato di quel coraggio e di quella vigoria fisica che necessitavano alla bisogna. E poi, era arrivato un nuovo portiere, Giuliano Sarti che, nemico della spettacolarità, si sarebbe dimostrato un vero valore aggiunto per la difesa, dandole la necessaria tranquillità. Infine, Montuori, il cui arrivo aveva un poco fatto storcere il naso ai tifosi viola. Era questi un argentino proveniente dal campionato cileno, di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Consigliato alla società da un sacerdote appassionato di calcio, padre Volpi, Montuori si sarebbe rivelato un vero campione, ripagando alla grande la società della fiducia accordatagli e dell'investimento fatto. Investimento non certo faraonico, come del resto quelli fatti per accontentare il tecnico e, soprattutto, nulla di fronte alle cifre che in quel lasso di anni facevano altre società, come Inter, Milan, Juve e, soprattutto, la Lazio di Tessarolo, quella stessa Lazio che sarebbe stata ribattezata Cassa del Mezzogiorno per l'esiguità dei risultati rapportati alle spese fatte. La Fiorentina ideata da Bernardini, si trasformò presto in una macchina da calcio irrefrenabile, grazie ad una varietà di schemi e ad una facilità di gioco cui gli avversari non riuscirono mai a a far fronte. Trascinata dalle giocate di Julinho e Montuori, la squadra presieduta da Befani dimostrò nel modo più esauriente possibile come a volte non serve spendere cifre pazzesche per fuoriclasse conclamati. I viola giocarono praticamente un campionato a parte, mentre le altre squadre si battevano per il secondo posto. Il distacco finale fu abissale, ben dodici punti sulla seconda. L'unica pagina nera dell'annata, fu l'ultima trasferta, quella di Genova contro i grifoni capitanati da quel Gren che voleva dimostrare di essere ancora un giocatore vero ai suoi ex compagni. Quel giorno cadde l'imbattibilità conservata dalla Fiorentina per tutto l'arco del torneo, impedendo l'ennesimo record di una annata che sarebbe comunque rimasta storica: era il primo titolo della storia viola. 

UNA SQUADRA DA PARADISO

Il Bologna, da molti anni non era più lo "squadrone che tremare il mondo fa". L'ultimo scudetto risaliva all'epoca precedente al conflitto e nel corso degli ultimi venti anni, assai raramente i felsinei erano riusciti ad inserirsi ai vertici. Poi, però, Dall'Ara decise di rivolgersi a Bernardini, memore di quello che il Dottore aveva fatto a Firenze. Nasceva così la squadra che giocava come solo in Paradiso si poteva fare...  

Dopo i grandi successi degli anni '30, il Bologna era entrato in un cono d'ombra. La grande squadra che aveva fatto tremare il mondo, si era trasformata in una compagine abbastanza mediocre, simboleggiata dai pastorini, Jensen e Pilmark, atleti generosi e di grande affidabilità, ma non certo dei fuoriclasse. Per tutto il corso degli anni successivi alla guerra, la squadra presieduta da Dall'Ara aveva arrancato alle spalle di Juventus, Milan e Inter, per non parlare del Grande Torino, senza poter contrastare il loro strapotere, anche per effetto della mancanza di fondi adeguati. Di fronte a questa realtà, il bersaglio della delusione della tifoseria bolognese divenne naturalmente Dall'Ara. Il quale decise di rispondere ai contestatori chiamando all'ombra delle Torri l'uomo che era stato il principale artefice del miracolo della Fiorentina edizione 1955-56, quel Fulvio Bernardini che il grande ed immaginifico Gianni Brera aveva ribattezzato Dottor Pedata. Un soprannome ben meritato e che rendeva con tutta evidenza la bravura di uno dei migliori tecnici mai espressi dal nostro calcio. Dopo aver portato la Fiorentina al primo titolo della sua storia, Bernardini era stato al capezzale della Lazio nel 1958 e aveva vinto la Coppa Italia, primo torneo in assoluto nella storia della società biancoceleste, per poi essere travolto dalla inarrestabile crisi che avrebbe portato la stessa in serie B per la prima volta. Il fallimento romano, a lui non imputabile, non sminuiva certo il valore di un tecnico che aveva fondato sulla cifra estetica espressa dalle squadre da lui gestite, le sue fortune. Appena insediatosi sulla panchina, Bernardini cominciò ad assemblare la squadra che aveva in mente e che, secondo le coordinate che lo avevano sempre caratterizzato, avrebbe dovuto unire bellezza estetica e praticità. Le esigenze espresse all'atto del suo insediamento dal Dottore, furono prontamente recepite dal Direttore sportivo, Carlo Montanari, il quale provvide a prelevare dalla Lazio il libero Franco Janich, che Bernardini aveva già avuto alle sue dirette dipendenze e del quale conosceva alla perfezione le doti tecniche e la grande affidabilità. Sempre dalla Lazio, arrivava anche Bruno Franzini, un generosissimo cursore di centrocampo, che doveva supplire alle lacune in fase di interdizione di Giacomo Bulgarelli, ormai diventato titolare inamovibile. Ma il colpo più grosso, almeno in prospettiva, fu messo a segno proprio da Dall'Ara, il quale alle Olimpiadi di Roma aveva adocchiato un poderoso centravanti danese, il giovanissimo Harald Nielsen, che aveva fatto sfracelli con la nazionale del suo paese e aveva vinto la classifica dei cannonieri della manifestazione. Il presidente decise di rivolgersi direttamente alla squadra di Nielsen, il Frederikshavn e concluse una operazione che si sarebbe rivelata di fondamentale importanza. Gli innesti in questione, e la conferma dei vari Perani, Pascutti, Bulgarelli e Pavinato non potevano però colmare tutto ad un tratto il gap con le squadre che regolarmente monopolizzavano il tetto della classifica, le milanesi e la Juventus. 
Il Bologna edizione 1961-62 dette regolarmente spettacolo con le squadre del proprio livello o più deboli, ma altrettanto regolarmente le prese dalle grandi, soprattutto a causa di una certa svagatezza difensiva, figlia di una tendenza a giocare più che a preoccuparsi del gioco avversario, finendo comunque con un ottimo quarto posto. Bernardini, in linea con la sua concezione estetica del calcio, non dette eccessiva importanza a questa tendenza e, anzi, in sede di mercato estivo, consigliò a Dall'Ara un solo acquisto, quello dell'interno della nazionale tedesca Helmut Haller, uno dei migliori giocatori europei del tempo, il quale aveva messo in evidenza le sue doti ai Mondiali cileni. L'innesto di Haller, comportò l'arretramento di Bulgarelli in sede di regia e portò una ulteriore ventata di brillantezza in fase di costruzione del gioco, ma al contempo rese ancora più vulnerabile il settore difensivo, al quale non bastava la protezione garantita da Tumburus. Il Bologna edizione 1962-63 partì a spron battuto, installandosi in vetta alla classifica e, quando alla quinta giornata i ragazzi di Bernardini distrussero il Modena dell'ex Malagoli con un roboante 7-1, il Dottore non riuscì a trattenersi affermando che così si giocava solo in paradiso. L'affermazione di Bernardini sarebbe rimasta nella storia, ma gli eventi successivi si presero il compito di confermare quello che la critica calcistica affermava da tempo: il Bologna assomigliava pericolosamente ad un gigante dai piedi di argilla. Le trasferte con Juventus, Milan e Roma, infatti, si chiusero tutte con lo stesso risultato, 3-1 per gli avversari e, quando il Bologna fu battuto a domicilio dall'Inter per 4-0, Dall'Ara non riuscì più a contenersi e, in una intervista, ribadì quello che del resto si era sempre saputo: lui preferiva gli allenatori capaci di impedire alle squadre avversarie di giocare e fedeli al motto "primo, non prenderle". Non era difficile vedere dietro le parole del presidente la figura di Rocco, tecnico capofila della scuola all'italiana che aveva fondato le sue fortune sul catenaccio. L'intervista non poteva passare sotto silenzio e il tecnico si incaricò di ribattere al siluro di Dall'Ara, affermando che gli squilibri messi in mostra dalla squadra, erano dovuti soprattutto alla immaturità e che di conseguenza non avrebbe modificato il proprio credo tattico. Il quarto posto con cui si chiuse la stagione, se da un lato confermava la bontà del lavoro di Bernardini, dall'altro lasciava un certo retrogusto amarognolo, dovuto alla constatazione che la squadra aveva saputo fare due reti più dell'Inter campione, subendone al contempo venti di più! Non c'era perciò dubbio che uno squilibrio di fondo vi fosse, aggravato anche dalla scarsa resa dei portieri, Santarelli, Cimpiel e Rado, che non avevano mai saputo conferire sicurezza ad un reparto arretrato già esposto di suo a causa di una certa mancanza di filtro da parte del reparto centrale. E proprio per ovviare a questa lacuna, Dall'Ara procedette nell'estate del 1963 all'acquisto di Negri, portiere del Mantova già arrivato alla maglia azzurra. All'acquisto di Negri, fece riscontro una mossa operata da Bernardini, l'arretramento di Fogli, il quale andava a prendersi cura della mezzapunta avversaria più pericolosa. Proprio il Dottore, aveva espresso il proprio convincimento di poter arrivare alo scudetto in breve, a patto di riuscire a prendere qualche rete di meno, confortato in questo dal giudizio del presidente. Il torneo 1963-64, non iniziò in maniera brillante. Era però, con tutta evidenza, soltanto un problema di carburazione, tanto che, quando alla quinta giornata, il Bologna andò a vincere 4-1 a Modena, era ormai chiaro che le pretendenti allo scudetto dovevano fare i conti con una squadra che aveva finalmente trovato quella regolarità di rendimento che era mancata negli anni precedenti. La nota più confortante era quella derivante dalla constatazione che la squadra continuava a segnare molto, subendo al contempo poche reti, indice di un maggior equilibrio dell'insieme. All'inizio del girone di ritorno, i felsinei si trovarono soli in testa alla classifica, cosa che non si verificava da tempo immemorabile. Proprio a questo punto, però, cominciarono a circolare strane voci in base alle quali i giocatori del Bologna conoscevano in anticipo il nome delle squadre che dovevano sottoporsi all'esame antidoping. Erano soltanto voci, ma stavano ad indicare che l'arrivo della squadra felsinea nell'area del primato era vissuto con estremo fastidio dalle grandi tradizionali. Il 1° marzo, gli uomini di Bernardini andavano a vincere in casa del Milan la partita della verità, ribaltando con Nielsen e Pascutti il goal iniziale di Amarildo, ma solo tre giorni dopo, scoppiava in maniera fragorosa, lo scandalo del doping: cinque giocatori bolognesi (Pavinato, Tumburus, Fogli, Perani e Pascutti) erano stati trovati positivi all'esame dopo la partita vinta contro il Torino un mese prima. Bernardini e il medico sociale Poggiali furono squalificati per diciotto mesi, mentre, e questo sollevava grandi dubbi, i giocatori non furono colpiti da provvedimenti inibitori. L'opinione pubblica si divise in due partiti, pro e contro il Bologna e ben presto la situazione assunse toni talmente aspri da far dire ad Enzo Biagi che una spaccatura così netta non si verificava dalla fine della guerra civile seguita all'8 settembre. E quando il calendario mise di fronte Bologna e Inter per quello che avrebbe dovuto essere il redde rationem, addirittura si arrivò a parlare di "Pasqua di sangue" paventando chissà quali disordini.  Invece l'Inter espugnò Bologna e non accadde niente dando l'ennesima prova, se ce ne fosse stato bisogno, della civiltà che aveva sempre distinto il pubblico bolognese. Le polemiche però non si placarono, tanto che alcuni cittadini bolognesi decisero di rivolgersi alla magistratura ordinaria per una presunta manomissione delle provette. I risultati dell'inchiesta furono clamorosi. Secondo procedura i prelievi effettuati negli spogliatoi erano stati divisi in due provette: una per l'analisi e l'altra per l'eventuale controanalisi. Queste ultime, conservate ancora a Firenze presso il Centro tecnico di Coverciano, sottoposte ad un secondo esame rivelarono sì un contenuto di amfetamine, ma "non metabolizzate" (ovvero aggiunte al liquido organico dopo il prelievo) e in concentrazione tale da stendere un cavallo! La manomissione a danno del Bologna prendeva perciò consistenza e non era più un'ipotesi dei più irriducibili tifosi rossoblù. Mentre la polemica continuava ad infuriare e il campionato volgeva al termine, arrivava il secondo colpo di teatro, che vedeva la restituzione dei punti di penalizzazione al Bologna e il riaggancio in vetta con l'Inter. Si rendeva perciò necessario lo spareggio per il titolo, spareggio che fu giocato a giugno inoltrato e che vide la vittoria del Bologna per 2-0. Purtroppo, ad esultare coi suoi ragazzi non c'era il Presidente del Bologna, Renato Dall'Ara, stroncato da un infarto nel corso di una delle febbrili riunioni che avevano preceduto la gara decisiva dell'Olimpico. Finiva così, nel modo più drammatico possibile l'ultima grande epopea del calcio bolognese.

     

IL MAESTRO E I SUOI ALLIEVI

La Lazio degli anni '60 e dei primi anni '70, era la classica squadra ascensore: un anno in A e uno in B. Poi arrivò Tommaso Maestrelli e con lui cominciava l'epoca più bella della storia biancoceleste, la più romantica. Con pochi mezzi, fu approntata una squadra capace di sciorinare bel gioco e di cogliere risultati strabilianti. Dopo aver sfiorato lo scudetto nel 1972-73, i ragazzi di Maestrelli riuscirono a vincerlo l'anno successivo.

La Lazio degli anni '60 e dei primi anni '70, era ormai diventata la classica squadra ascensore, perennemente in bilico tra massima serie e cadetteria. Era questo il risultato più evidente della dissennata gestione Tessarolo, che aveva visto la Lazio trasformarsi nella Cassa del Mezzogiorno, con risultati mai all'altezza dei clamorosi investimenti fatti. Nel frattempo, la presidenza era stata assunta da Umberto Lenzini, un costruttore edile che però non aveva mezzi finanziari sufficienti per poter rapidamente riportare la barca in linea di navigazione. Nel 1970-71, si era verificata l'ennesima retrocessione, nonostante l'esplosione ad alti livelli di Giorgio Chinaglia, poderoso centravanti scovato a Massa e di Peppino Massa, funambolica ala di origini napoletane. Lenzini, prese a quel punto una decisione che si sarebbe rivelata di capitale importanza, chiamando sulla panchina Tommaso Maestrelli, allenatore di quel Foggia appena retrocesso in maniera immeritata, dopo aver fatto vedere una cifra di gioco inusitata alle latitudini del calcio italiano, ove ormai da decenni imperava lo squallido catenaccio. Il nuovo tecnico, rappresentava in effetti una anomalia in un calcio come il nostro ove imperava il motto "primo, non prenderle". Il gioco da lui predicato, e praticato, era molto più vicino a quello in voga nelle scuole più avanzate, con terzini che avanzavano a sostegno del centrocampo, inserimenti continui dei centrocampisti in fase avanzata e un continuo tourbillon in grado di confondere le idee sul piano tattico ad avversari cui non erano dati punti di riferimento. Il primo periodo di Maestrelli alla Lazio fu abbastanza tormentato, soprattutto a causa di una fazione della tifoseria che continuava a professarsi fedele a Juan Carlos Lorenzo, il suo predecessore. Poi, però, arrivò la serie A e qui, il corso della storia laziale, mutò completamente di segno. In sede di mercato, furono assestati alcuni colpi che al momento furono sottovalutati e, a volte, anche osteggiati. La cessione di Massa all'Inter, portò a Roma, direttamente o indirettamente, grazie alla cifra ottenuta, giocatori come Frustalupi, Garlaschelli, Martini, Pulici e Re Cecconi, tutti atleti ancora sconosciuti al grande pubblico (se si fa eccezione per Frustalupi), ma individuati dal tecnico come pedine fondamentali nella costruzione della squadra che aveva in mente. Il precampionato non fu brillante, tanto da innestare grandi preoccupazioni in una tifoseria che già temeva un immediato ritorno nella cadetteria. In effetti nessuno aveva capito che per poter fare risultato, la Lazio, proprio per effetto della rivoluzionarietà del proprio sistema di gioco aveva bisogno di entrare nella condizione fisica ottimale. E infatti, gli uomini di Maestrelli, una volta terminato il laborioso rodaggio, misero in mostra un calcio che raramente si era visto sui campi italiani e che riusciva anche a superare la non straordinaria caratura tecnica di alcuni uomini dell'organico facendo della truppa di Maestrelli un congegno pressoché perfetto. I primi segnali di ciò che andava maturando si ebbero sin dalla prima giornata contro l'Inter, in una partita che ebbe proprio nella squadra di Maestrelli il vincitore morale. Quando a poche giornate dalla fine del torneo, la vittoria contro il Milan lanciò la Lazio in testa alla classifica, lo stupore della critica specializzata rasentò l'incredulità: mai una neopromossa era riuscita a vincere lo scudetto. Alcune battute di arresto, consentirono però alla Juventus, che solo qualche settimana prima sembrava tagliata fuori dalla lotta per il titolo, di rientrare e di trasformare il duello con il Milan in un vero e proprio triello. Alla penultima giornata la Lazio sconfisse il Verona, mettendo gli scaligeri nella posizione di dover per forza vincere contro il Milan per poter salvarsi, mentre la Juventus si sarebbe recata a Roma contro i giallorossi. La situazione di classifica vedeva a novanta minuti dal termine la seguente situazione: Milan 44 punti, Lazio e Juventus 43. A sua volta la Lazio doveva recarsi a Napoli e qui bisogna fare un passo indietro, alla famigerata partita di andata nella quale qualche giocatore della Lazio non aveva saputo tenere la bocca a freno, facendo in modo che i partenopei non aspettassero proprio con piglio pacifico lo scontro finale. E le conseguenze di tutto ciò furono devastanti. Il Milan infatti, sin dal primo tempo vide crollare nella "fatal" Verona ogni sogno di vittoria, mentre la Lazio chiuse sullo 0-0. In contemporanea, la Roma dava luogo ad un primo tempo strepitoso, nel corso del quale metteva a segno una rete con Spadoni che era un premio molto magro per il dominio manifestato. A quarantacinque minuti dalla fine, gli uomini di Maestrelli vedevano perciò il titolo a portata di mano. Nel secondo tempo successe però di tutto. Mentre il Verona finiva di passeggiare sui resti del grande Milan, il Napoli segnava la rete dell'1-0 e la Juventus prima pareggiava con Altafini e poi metteva a segno la rete della vittoria con Cuccureddu, vincendo l'ennesimo rocambolesco titolo. Dopo una annata così esaltante, non erano in molti nell'ambiente calcistico nazionale ad aspettarsi una conferma della Lazio: non era la prima volta che una squadra non eccelsa sorprendeva tutti e dava luogo ad annate straordinarie. Pochi avevano capito che la Lazio era realmente una squadra straordinaria forgiata da Maestrelli su un modello di cui ancora pochi erano a conoscenza in quel momento, quello dell'Olanda. Gli incursori di fascia Martini e Petrelli, capaci di difendere e di ripartire a tutta birra senza dare agli avversari la possibilità di prendere le necessarie contromisure, erano una novità assoluta per il calcio italiano, così come il pressing dettato dai centrocampisti e il simultaneo movimento senza palla di tutti i giocatori e gli incroci cui davano luogo in continuazione centrocampisti e attaccanti. Per un gioco così dispendioso, servivano però atleti veri e proprio in tal senso risaltava un giocatore come Re Cecconi, capace di macinare chilometri su chilometri e di scaricare il contachilometri accoppiando alla vigoria atletica una tecnica di primo ordine. Quando fu il momento di fare le necessarie valutazioni su quanto era successo, Lenzini e Maestrelli capirono che un meccanismo così perfetto, non doveva essere smontato, bensì ritoccato in alcuni minimi particolari capaci di portarlo alla pratica perfezione. La rosa che tanto bene s'era comportata nell'anno precedente fu ritoccata solo marginalmente con l'innesto di Inselvini e Franzoni, segno evidente che Maestrelli non voleva cambiare nulla nel suo disegno tattico, nel timore di far svanire l'equilibrio miracolosamente raggiunto. Altra novità era rappresentata da un giovanissimo aggregato alla prima prima squadra, Vincenzo D'Amico, mezzala dotata di grandissime doti tecniche che avrebbe costituito la maggiore sorpresa della stagione, candidandosi ad uomo nuovo del calcio italiano.In questa inquadratura la Lazio cominciò il suo cammino stagionale andando a vincere a Vicenza, grazie alle reti di Chinaglia, Re Cecconi e Garlaschelli, per poi bissare con la Sampdoria, per effetto di una rete di Wilson. E proprio la facilità con cui difensori e centrocampisti apponevano il loro nome sul tabellino dei marcatori era un'altra lampante dimostrazione della validità del meccanismo messo su da Maestrelli e della coralità di una manovra che non puntava sulle qualità dei singoli (o meglio non soltanto, perchè era indubbio che quando Chinaglia era in giornata per gli avversari tutto diventava più difficile). Il primo stop stagionale di Torino contro la Juventus alla terza giornata, quando la rete di Chinaglia servì soltanto a rendere meno amaro il risultato, aprì un primo periodo di difficoltà confermato dai successivi pareggi con Fiorentina, Cesena e Inter, ma poi la vittoria di Cagliari introdusse la brigata di Maestrelli alla prima stracittadina stagionale, che vedeva la rivale cittadina arrivare con l'acqua alla gola e un cambio appena avvenuto sulla panchina, ove Niels Liedholm aveva sostituito Scopigno. Una stracittadina infuocata vide la Roma scatenata nel primo tempo con Rocca ad imperversare sulla fascia e D'Amico annichilito di fronte allo strapotere atletico dell'avversario. Nel secondo tempo fu giocoforza lasciare il golden boy, ormai in preda ad una crisi di nervi, negli spogliatoi, ma questa fu proprio la mossa decisiva della gara. Il suo sostituto infatti, Franzoni, appena un minuto dopo il suo ingresso in campo segnò la rete del pareggio. Inoltre la sua maggior propensione offensiva costituì un valido contrappeso allo straripante Rocca, che spinse la Lazio a guadagnare metri su metri sino alla rete decisiva di Chinaglia. La partita si chiuse con le furibonde proteste dei giallorossi contro l'arbitro Lo Bello, reo secondo loro di aver convalidato il secondo goal irregolare e di aver negato un paio di rigori, ma intanto la Lazio prendeva il volo definitivamente dando il via ad una serie di vittorie consecutive che la lanciarono in testa alla classifica. La serie magica fu interrotta dal Torino che vinse a Roma alla tredicesima giornata grazie ad una rete di Ciccio Graziani, proprio nel giorno in cui si infortunava Re Cecconi che però nelle partite successive veniva ben sostituito da Inselvini. La corsa della Lazio riprese comunque ad andatura sostenuta fermandosi soltanto a Genova contro la Sampdoria, nella domenica che precedette il match-clou contro la Juventus. Il successo netto (3-1) ottenuto contro i bianconeri, in una partita che aveva visto l'arbitro Panzino assegnare due rigori alla Vecchia Signora, dette la conferma che la Lazio era la squadra più forte e da questo momento la marcia della squadra di Maestrelli osservò solo qualche incertezza come quella derivante dalla sconfitta di Milano con l'Inter. L'ultimo grande ostacolo fu ancora una volta rappresentato dalla Roma che si presentò alla stracittadina di ritorno in condizioni di classifica e di morale assai diversi da quelle dell'andata e, soprattutto col supporto di un pubblico straripante, che già pregustava la rivincita. La partita confermò subito tutte le sue difficoltà, tanto che già al primo minuto la Roma si trovò in vantaggio, grazie ad una papera di Pulici che entrò in porta con la palla su un innocuo spiovente proveniente da centrocampo. La Lazio decise di gettarsi con tutto il suo furore agonistico nella contesa, tanto che Chinaglia mise fuori gioco Orazi, e nel secondo tempo, come già era successo all'andata, riuscì a ribaltare il risultato con reti di D'Amico e Chinaglia, in un Olimpico reso irrespirabile dal fumo dei lacrimogeni, usati dalla forza pubblica per arginare la furia dei sostenitori giallorossi che, per protestare contro l'arbitraggio secondo loro scandalosamente pro-Lazio, avevano dato luogo ad una invasione di campo che costò due giornate di squalifica all'Olimpico stesso. L'ultimo sussulto si ebbe alla tredicesima giornata di ritorno quando i biancocelesti persero a Torino contro i granata, ma fu proprio la Roma, che aveva deciso probabilmente di farsi perdonare l'arrendevolezza dimostrata un anno prima contro la squadra torinese all'ultima giornata, a fornire un'insperato aiuto fermando in contemporanea la Juventus con uno spettacolare 3-2. L'apoteosi arrivò il 12 maggio del 1974, giorno nel quale la Lazio, battendo il Foggia per 1-0 con rete di Chinaglia su rigore, divenne per la prima volta nella sua storia Campione d'Italia, a settantaquattro anni da quella fredda mattinata di gennaio in cui un gruppo di ragazzi romani aveva deciso di formare una società sportiva chiamata Lazio.