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LA LEGGENDA DEL SANTO BEVITORE

Nereo Rocco, è stato uno dei maggiori personaggi del calcio italiano di ogni epoca. Ottimo giocatore prima, grandissimo tecnico poi, è stato oggetto di infinita aneddotica. Che a volte, travalicò nella leggenda. E lo stesso Rocco, amava coltivare il suo personaggio, con affermazioni abbastanza avventate, come quella in base alla quale, se non si fosse sposato troppo giovane, ci sarebbe stato lui al posto di Meazza e Ferrari.

Nereo Rocco è stato uno dei più grandi personaggi del calcio italiano, uno di quelli che ha fatto la fortuna di intere generazioni di cronisti. Prima ottimo giocatore, con le maglie di Triestina, Napoli e Padova, poi grandissimo allenatore, costruttore di alcuni dei maggiori miracoli del nostro calcio, come quello del grande Padova che alla fine degli anni '50 divenne un vero incubo per tutte le squadre che dovevano scendere all'Appiani. Gli aneddoti su di lui si sprecano, tanto che è difficile capire la linea di demarcazione tra mito e leggenda, ma in un calcio come quello odierno, andare a rivedere le tappe della vita calcistica di Rocco equivale ad una sana boccata di ossigeno.
Quale fu il reale valore del giocatore? Al proposito, proprio Rocco esagerò non poco, affermando che se non si fosse sposato troppo presto, al posto di Meazza e Ferrari ci sarebbe stato lui. In effetti, il Paron non fu un fuoriclasse, ma sicuramente una ottima mezzala, come del resto attestano le 64 reti segnate in 299 partite disputate nella massima serie. Dotato di buona tecnica e di ottima visione di gioco, divenne una colonna della Triestina all'inizio degli anni '30, mettendosi in evidenza come uno degli interni più continui del nostro calcio. Dopo aver disputato otto stagioni con la maglia degli alabardati, e aver esordito in Nazionale nel 1934 contro la Grecia, nell'estate del 1937 fu acquistato dal Napoli per la bella cifra di 160.000 lire. Ad effettuare questa operazione, fu un altro grande personaggio del calcio italiano, quell'Achille Lauro che, dopo aver salvato finanziarmente la società partenopea, aveva deciso di fare le cose in grande per consegnare una squadra in grado di lottare per i quartieri alti della classifica al suo tecnico, Imre Payer. Le cose non andarono esattamente così, anche perchè Rocco aveva ormai dato il meglio di sè e si trovava ormai nella fase calante della carriera. Inoltre la società si trovava in una fase di grande confusione e un carattere come quello del Paron non poteva sopportare a lungo una situazione di quel genere. Infatti, mandando tutti a farsi benedire, cosa che sarebbe capitata innumerevoli volte nel corso della sua vita sportiva, Rocco salutò la compagnia e andò a chiudere la carriera a Padova. 
E proprio coi biancoscudati, venne per la prima volta a contatto con quel catenaccio che sarebbe divenuto il suo marchio di fabbrica. Allenatore dei patavini era il cecoslovacco Banas, uno dei tanti rappresentanti della scuola mitteleuropea che caratterizzavano il nostro calcio dell'epoca. Banas, a differenza di altri rappresentanti di quella scuola, che privilegiavano l'estetica, era persona piena di buon senso e, quando capiva che l'estetica non faceva mangiare, la metteva volentieri da parte. Quando Rocco e Bortoletti gli proposero di usare il libero spazzino dietro alla difesa, individuando in Ubaldino Passalacqua (poi ottimo terzino con la maglia dell'Inter) il miglior interprete del ruolo, Banas aderì pragmaticamente all'invito. Lo schema difensivo prevedeva che quando Passalacqua andava a fare il libero, il mediano passasse a terzino, mentre la mezzala retrocedeva al posto del mediano. Rocco cominciò così a prendere le misure col modulo tattico che ne avrebbe contrassegnato la carriera da allenatore, spianandogli la strada verso il mito.   

MIRACOLO A PADOVA

Finita la carriera da giocatore, il Paron cominciò quella da allenatore a Trieste. Lavorando gratis. La sua Triestina, retrocessa l'anno prima e ripescata per motivi politici, si piazzò ad un incredibile secondo posto. Spostatosi a Padova, Rocco fece ancora meglio, trasformando una squadra allo sbando in una incubo per chi doveva scendere all'Appiani. Il tutto, specializzandosi nel riciclaggio di giocatori dati per finiti.   

Finita la carriera da giocatore, anche perchè nel frattempo era arrivata la guerra sul suolo italiano e l'imperativo categorico era diventato quello di salvare la pelle tra i bombardamenti e il conflitto instauratosi nella zona di Trieste tra partigiani titini e nazifascisti, Rocco abbracciò quella da allenatore con una squadretta cittadina che puntualmente vinse il suo campionato. Alla fine del conflitto, arrivò puntuale la grande occasione che il Paron aspettava per dare una svolta alla sua nuova vita. Nel 1946-47, infatti, la Triestina era arrivata ultima nel campionato di serie A, ma per sua fortuna, la città giuliana costituiva un vero e proprio caso politico, in quanto contesa, ancora una volta, tra Italia e Yugoslavia. La Federazione si fece interprete del sentimento ricorrente presso l'opinione pubblica del nostro paese e dette il segnale politico che tutti si aspettavano: la Triestina fu ripescata nella massima serie e, in vista del nuovo torneo, chiamò Rocco sulla sua panchina. Senza però stilare alcun contratto, con grande sorpresa degli osservatori. Il Paron, infatti, credeva fermamente nei suoi mezzi e aveva compreso che si trovava nella situazione ideale per lavorare al meglio, senza eccessive pretese da parte di una tifoseria che nell'anno appena concluso aveva visto la sua squadra finire in coda. Alla fine dell'anno, i muli, con grande sorpresa dell'Italia calcistica, finirono addirittura al secondo posto e Rocco vedeva praticamente alle stelle la sua popolarità, tanto da essere eletto in Consiglio Comunale nelle file della Democrazia Cristiana. La sua entrata in politica, però, si trasformò ben presto in un passo falso, che i suoi avversari gli rinfacciarono quando le vicende della Triestina cominciarono a prendere una piega molto meno positiva. 
La sua avventura triestina andò avanti a fasi alterne sino al 1954, quando il Paron decise di troncare il rapporto con la società nella quale aveva vissuto gran parte della sua vita sportiva. A questo punto, fu Pollazzi, presidente del derelitto Padova, a chiamarlo al capezzale di una squadra che perdeva praticamente i pezzi e Rocco non si lasciò scappare l'occasione, anche perchè fare peggio di quanto era stato fatto sino ad allora, era praticamente impossibile. E sotto la sua guida, puntualmente, il Padova risorse, tanto da ritornare in serie A nell'anno successivo. Ma il bello doveva ancora arrivare. La società patavina, infatti, si specializzò nel rimettere in piedi giocatori dati per finiti ad altre latitudini, costruendo un vero e proprio miracolo con gli scarti degli altri. L'emblema del lavoro portato avanti in quegli anni da Rocco, fu Kurt Hamrin, l'uccellino svedese che dopo essere stato bocciato alla Juventus, risorse nella città del Santo, riaprendo una carriera ad alto livello che sembrava ormai arrivata al capolinea. Ma non solo Hamrin, se solo si pensa a Ivano Blason, giudicato logoro all'Inter, a Rosa, scartato dalla Sampdoria ove era stato scambiato per attaccante e riportato nel suo vero ruolo di regista, o a Sergio Brighenti, liquidato dalla Triestina dopo due stagioni non eccelse e portato in Nazionale. Ormai Rocco era il tecnico più ambito da tutte le squadre di alto bordo. Ci provò la Roma a portarlo sulla sua panchina, ma narrano le cronache che dopo essere sceso nella Capitale ed essere stato accolto con tutti gli onori, il Paron decise di declinare l'invito giallorosso in quanto lui, ex macellaio di professione, non si sarebbe mai raccapezzato in un ambiente sin troppo raffinato. Dove aveva fallito la Roma, riuscì invece il Milan, grazie soprattutto ad un personaggio che Rocco aveva già incrociato e che aveva le sue stesse concezioni tattiche, il grande Gipo Viani, inventore del Vianema, versione assai rifinita dell'amato catenaccio. La scintilla tra i due, scoccò nel 1960, quando furono chiamati a guidare la Nazionale olimpica che si piazzò quarta ai Giochi romani. Rocco, tornò a Padova per il suo ultimo anno, ma ormai il dado era tratto: cominciava la sua avventura al Milan.      

I TRIONFI DEGLI ANNI '60

Gli anni '60, furono per Rocco, quelli dei grandi trionfi col Milan. Due scudetti, due Coppe dei Campioni, la Coppa Intercontinentale andarono ad arricchire la bacheca milanista. Con la parentesi torinista, quando il Paron riuscì a riportare in alto una squadra che dalla tragedia di Superga non si era mai ripresa, lottando contro i fantasmi che aleggiavano sul Filadelfia. Il suo grande cruccio rimase la mancata conquista della stella rossonera. 

L'avventura di Rocco in rossonero, non cominciò sotto i migliori auspici. Intanto, il Paron fu costretto a fare a meno di Gipo Viani che, preda di un malore, dovette rimanere lontano dai campi di gioco per alcuni mesi. Inoltre, la campagna acquisti era stata fatta proprio da Viani, per cui si trovò a lavorare su una squadra che non era stata costruita da lui. E il primo problema fu quello di Jimmy Greaves, fuoriclasse britannico che non voleva assolutamente saperne di sacrificarsi a favore della squadra. Greaves resistette solo un paio di mesi, nel corso dei quali fece vedere a sprazzi la sua caratura, poi decise di averne piene le scatole di Milano e del calcio italiano. Rocco non rimase troppo turbato da quella che poteva sembrare una tegola, anzi, ne approfittò per chiedere l'acquisto di Rosa dal Padova, che però fu considerato incedibile. A questo punto l'attenzione della società cadde su un brasiliano non più giovane, Dino Sani, lento di corsa, ma rapido di cervello e il suo arrivo sistemò d'incanto la squadra. Alla fine del suo primo anno, l'ottavo scudetto incorniciava la maglia del Milan, a riprova della bravura di un allenatore che sembrava trasformare in oro tutto quello che toccava. Dopo lo scudetto, toccava alla Coppa dei Campioni, conquistata a wembley contro il Benfica, grazie alle reti di Altafini e alle giocate di un giovanissimo Gianni Rivera, quando ormai il primo ciclo di Rocco in rossonero era agli sgoccioli. Il cambio di presidenza, da Rizzoli a Felice Riva, spinse infatti il tecnico triestino a passare la mano, con la motivazione di non riconoscersi più nella nuova società e a passare al Torino, ove Orfeo Pianelli lo aspettava a braccia aperte. Nel capoluogo sabaudo, Rocco prese immediatamente posizione strategica nel bar gestito dai coniugi Cavallito, dove riuniva la sua combriccola di amici, pochi e giusti per i suoi gusti. Al primo anno, ottenne un settimo posto dovuto soprattutto alla scarsa qualità di una squadra che il nuovo presidente stava cercando di riportare a livelli adeguati al vecchio blasone. La seconda annata, vide il Torino decollare ad alti livelli, grazie soprattutto all'esplosione di un certo Gigi Meroni, ala dribblomane e anticonformista che usava letteralmente nascondere la palla a compagni ed avversari. Il nemico più grosso del suo lavoro, fu però un fantasma, quello di Superga, tanto che il Paron usava spesso dire che al Filadelfia c'era sempre qualcuno che, se gli facevi vedere un goal da cento metri, ti rispondeva che Valentino Mazzola faceva regolarmente di meglio. Alla fine, probabilmente pensò che era impossibile lottare contro i fantasmi e decise di tornare al Milan, ove non aspettavano altro che di riabbracciarlo. A partire dagli amici di sempre, Rosato, Rivera, Trapattoni, Schnellinger e Hamrin, coi quali riannodò i fili del discorso interrotto quattro anni prima. E dopo l'ottavo, arrivò anche il nono scudetto, grazie all'asse Rivera-Prati e ad una difesa nella quale giganteggiavano il Ragno Nero, Fabio Cudicini e Karl Heinz Schnellinger, giocatori che proprio sotto la sua guida seppero dare il meglio di sè stessi. Alla guida della società non c'era più Felice Riva, ma Luigi Carraro e proprio sotto la sua gestione il Milan riuscì a vincere la sua seconda Coppa dei Campioni, battendo nella finale di Madrid l'Ayax del fuoriclasse emergente, Johann Cruiyff, grazie ad un ispiratissimo Rivera. Dopo il trono europeo, toccava alla Coppa Intercontinentale, vinta dopo una corrida con l'Estudiantes nella quale il povero Combin fu praticamente massacrato dagli avversari. A questo punto, il grande obiettivo di Rocco divenne il decimo scudetto, quello della stella, ma inutilmente. Per due volte il Milan vide sfumare il traguardo e particolarmente clamorosa fu la beffa del 1972-73, quando gli uomini di Rocco, quattro giorni dopo aver vinto la Coppa delle Coppe, caddero nella "fatal" Verona, consegnando lo scudetto alla Juventus, vincente nel finale contro la Roma all'Olimpico. Fu l'ultima occasione per Rocco, che da quel momento entrò nella fase conclusiva di una strepitosa carriera. L'arrivo di Albino Buticchi, infatti, lo spinse ancora una volta a lasciare il Milan, per andare a Firenze, ove però non concluse neanche la Coppa Italia. Una ultima parentesi in rossonero, con una società ormai in fase di sfaldamento e il ritorno a Trieste, ove gli venne affidato il settore giovanile, furono le ultime tappe di una carriera praticamente irripetibile. Il 20 febbraio 1979, infine la morte, che lo privò della gioia di vedere il suo Milan conquistare la stella, appena tre mesi più tardi...