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I PANZER BATTONO L'ARANCIA MECCANICA

Il Mondiale del 1974, si gioca in Germania Occidentale e diventa una magnifica vetrina per un paese completamente rinato e tornato al suo ruolo di grande potenza europea. E la competizione si trasforma in un festival del calcio europeo, mettendo in mostra un nuovo grande attore, l'Olanda, che conferma la sua grande ascesa, fermandosi solo in finale di fronte ai padroni di casa di Gerd Muller e Franz Beckenbauer.

Dopo la bellissima edizione messicana che aveva assegnato definitivamente la Coppa Rimet al Brasile, il Mondiale tornò nel Vecchio Continente per l'edizione 1974 e l'organizzazione della stessa fu assegnata a quella Germania che soltanto due anni prima aveva organizzato le Olimpiadi. I giochi olimpici del 1972, erano stati turbati dal clamoroso atto terroristico del 5 settembre, allorchè un commando palestinese era penetrato nella palazzina che ospitava gli atleti israeliani uccidendone undici. E proprio per evitare il ripetersi di una situazione di questo genere, in vista della massima competizione calcistica mondiale, le autorità erano corse ai ripari predisponendo misure di sicurezza eccezionali, in linea con il livello organizzativo che la Germania Occidentale aveva raggiunto per dimostrare al mondo intero di essere tornata al suo consueto livello di grande potenza, pur permanendo la condizione di minorità cui la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale l'aveva relegata. Le sedi prescelte per il Mondiale, furono nove: Amburgo, Berlino Ovest, Dortmund, Gelsenkirchen, Francoforte, Dussedorf, Hannover, Stoccarda, mentre la finale si sarebbe svolta nel bellissimo Olympiastadion di Monaco, inaugurato nel corso dei giochi olimpici e capace di accogliere nella sua modernissima struttura ben 75.000 spettatori. Alla decima edizione dei Mondiali aderirono ben 94 federazioni e il dato nuovo fu rappresentato dal crescente peso dei paesi africani nelle decisioni politiche riguardanti lo sport più popolare. Paesi africani che erano stati determinanti nella vittoria di Joao Havelange contro Stanley Rous per la carica di Presidente della FIFA e che in maniera sempre più pressante reclamavano un ruolo più adeguato nel governo del calcio mondiale. I risultati di queste richieste, si sarebbero visti nelle edizioni successive, portando ad un allargamento del quadro delle squadre partecipanti che, a poco a poco, sarebbe sfociato nel gigantismo. L'edizione tedesca vide comunque un contenimento del numero delle finaliste alle canoniche sedici squadre e, in sostanza, le vere sorprese furono soprattutto l'eliminazione dell'Inghilterra, ad opera della Polonia e la qualificazione di Haiti, mentre l'URSS si autoeliminò rinunciando a giocare lo spareggio col Cile nello stadio di Santiago, lo stesso che dopo il golpe di Pinochet ai danni del Presidente di Unidad Popular, Salvador Allende, si era tramutato in un lager per i prigionieri politici. 
Le sedici finaliste furono suddivise nei soliti quattro gironi che, dopo il sorteggio, furono i seguenti: gruppo uno con le due Germanie, Cile e Australia, gruppo due con Jugoslavia, Brasile, Scozia e Zaire, gruppo tre con Olanda, Svezia, Bulgaria ed Uruguay e gruppo quattro con Italia, Haiti, Polonia e Argentina. La grande novità nella formula, fu l'introduzione dei gironi al posto dell'eliminazione diretta nella seconda fase: due gironi avrebbero avuto il compito di esprimere con punteggio di campionato le due finaliste. Le prime si sarebbero incontrate fra di loro per il titolo le seconde per il terzo e quarto posto. I favori del pronostico erano, naturalmente, per i padroni di casa e per il Brasile, campione uscente. Di grandi possibilità era inoltre accreditata l'Italia, che arrivava ai mondiali tedeschi forte di una lunghissima serie positiva e di risultati che costituivano un eloquente biglietto da visita, a partire dalla vittoria ai danni della Selecao e da quella, storica riportata a Wembley, grazie ad una rete di Capello; era la prima volta nella storia che gli azzurri battevano i Maestri, e per di più nella loro tana. Ma la curiosità era rivolta soprattutto all'Olanda, squadra che stava vivendo un vero e proprio boom, dopo essere stata per lunghi decenni una selezione di non eccelsa levatura. Pur producendo giocatori di ottima levatura, come quel Wilkes che aveva dimostrato tutta la sua classe in Italia, i tulipani non erano mai riusciti ad elevarsi da una certa mediocrità sino alla fine degli anni '60, quando le squadre di club, Feyenoord e Ayax in particolare, avevano cominciato a mettere in mostra non solo una forza inaspettata, ma anche accorgimenti di livello tattico che prefiguravano una vera e propria rivoluzione. Puntando su doti atletiche non indifferenti, gli olandesi avevano puntato su un concetto che sino ad allora era stato trascurato, quello della versatilità in base al quale alla quale ogni giocatore poteva ricoprire indifferentemente più ruoli, attaccando e difendendo con eguale bravura. La manovra che risultava da questo concetto, spinse la critica a parlare di orchestra, un ensemble nel quale le parti venivano egualmente ripartite tra tutti i componenti e nel quale ognuno portava il suo contributo, a partire dalla stella più fulgida, quel Johann Cruijff che si avviava a caratterizzare il decennio. Dopo aver eliminato il Belgio, la Norvegia e l'Islanda, l'Arancia Meccanica si avviava verso il Mondiale col chiaro intento di stupire.       
   

L'ADDIO DEI MESSICANI

La sorpresa più grossa delle eliminatorie è costituita dall'uscita dell'Italia. La squadra di Valcareggi perde con la Polonia e viene eliminata per differenza reti dall'Argentina. E' l'ultimo atto della generazione dei Messicani, cui comunque va ascritto il merito di aver riportato l'Italia ad altissimi livelli internazionali. L'altra sorpresa è data dalla sconfitta della Germania Ovest contro i fratelli dell'Est, forse dovuta ad un calcolo.

I gironi eliminatori, fornirono subito una grossa sorpresa, l'eliminazione dell'italia. Sorteggiata con Argentina, Polonia ed Haiti, la squadra azzurra, ancora affidata a Valcareggi, sembrava naturalmente destinata a primeggiare in un girone che, sulla carta, era abbordabile. L'Argentina non viveva uno dei migliori momenti della sua storia calcistica, mentre Haiti era destinata a svolgere il classico ruolo del vaso di coccio tra quelli di ferro. Rimaneva l'incognita della Polonia, squadra che aveva buttato fuori nelle eliminatorie l'Inghilterra, ma neanche il più solerte detrattore si sarebbe azzardato a preconizzare la prematura uscita di una squadra che nel periodo che aveva preceduto il torneo, aveva inanellato una serie di risultati eccezionali. Dopo l'eliminazione negli ottavi dell'Europeo 1972, Valcareggi aveva dato luogo ad un rinnovamento che aveva visto l'uscita dalla squadra degli elementi più logori e l'entrata di nuove forze. I vari Capello, Bellugi, Benetti, Spinosi, Causio e Chinaglia, avevano affiancato i superstiti del Messico, dando luogo ad una riuscita miscela che aveva il suo punto di maggior forza in una difesa granitica. Il primo campanello di allarme, era squillato nelle ultime due amichevoli che avevano preceduto la spedizione tedesca, quelle con Germania Ovest e Austria, chiuse sullo 0-0 e che avevano messo in mostra una preoccupante povertà di gioco e di idee. L'opinione pubblica non si era però eccessivamente preoccupata, poichè da sempre la selezione italiana nelle amichevoli non brillava eccessivamente. La partita inaugurale con Haiti, però, confermò che la brillante Italia della fase premondiale era praticamente scomparsa. Dopo aver fallito una montagna di occasioni da rete, gli uomini di Valcareggi erano stati trafitti in apertura di ripresa da Sanon, tra la costernazione delle decine di migliaia di emigranti convenuti per sorreggere gli azzurri. Alla fine la partita era stata vinta per 3-1, ma aveva lasciato pesanti strascichi, dovuti soprattutto alla polemica inscenata da Chinaglia all'atto della sostituzione con Anastasi. Nella seconda partita, l'Italia riuscì con molta fortuna ad impattare con l'Argentina, grazie ad una autorete di Perfumo, pareggiata dal goal di Housemann, per cui nella terza partita, sarebbe bastato pareggiare con la Polonia, per passare comunque il turno, in seconda posizione. La partita coi polacchi, si trasformò però in una debacle, favorita anche da una grossa dose di sfortuna: dopo aver subito due reti, gli azzurri si videro negare un netto calcio di rigore e colsero un clamoroso incrocio dei pali con Anastasi. La rete finale di Capello, non servì perciò a nulla, poichè in contemporanea l'Argentina batteva Haiti e si qualificava per la miglior differenza reti. Era l'atto conclusivo di una generazione, quella dei "messicani", che aveva comunque il grandissimo merito di aver riportato l'Italia a grandi livelli internazionali.
Negli altri gironi, la sorpresa più grossa fu fornita dalla sconfitta della Germania Ovest coi fratelli orientali, che però si rivelò un vantaggio, in quanto gli uomini di Schoen si ritrovarono in un girone di semifinale più abbordabile di quello che ebbe invece la Germania Est. Olanda, Svezia, Yugoslavia e Brasile erano le altre quattro qualificate. La composizione dei due gironi finali, era la seguente: Germania Est, Brasile, Argentina e Olanda nel primo, Germania Ovest, Yugoslavia, Polonia e Svezia nel secondo. Particolare curiosità, destava lo scontro che si andava prefigurando tra Olanda e Brasile. La Selecao, dopo l'abbandono di Pelè, che aveva deciso di lasciare la sua nazionale a soli 31 anni e con un ruolino di 95 reti in 110 partite, aveva intrapreso un percorso di rinnovamento che era stato obbligato anche dalle defezioni di Tostao e Gerson, il primo costretto al ritiro da un incidente ad un occhio, il secondo ormai avanti con gli anni. Zagalo, aveva capito che anche il Brasile doveva aprirsi ad una concezione del gioco meno individualista e più puntata sul collettivo, ma le sue concezioni tecniche si erano scontrate col conservatorismo di un ambiente che non riusciva a sganciarsi da una concezione puramente estetica del calcio. Le conseguenze di tutto ciò sarebbero state funeste nel confronto con gli orange, alfieri del calcio totale e del collettivismo. 
 
      

DEUTSCHLAND UBER ALLES

I due gironi finali, vedono la supremazia di Germania Ovest e Olanda, a danno del Brasile. La finalissima vede i favoriti olandesi partire all'attacco e andare in rete dopo un solo minuto. Cruijff e compagni compiono però un errore esiziale e inscenano una melina irritante invece di affondare i colpi. La Germania si riprende dallo choc iniziale e ribalta il risultato. Ancora una volta i panzer battono una squadra simbolo, dopo l'Ungheria del 1956.

Nel suo girone, la Germania Ovest non ebbe soverchie difficoltà a sbarazzarsi della concorrenza. La squadra abilmente pilotata da Helmut Schoen, forte di grandi individualità come Beckenbauer, Breitner, Vogts, Muller e Maier, aveva avuto una sola difficoltà, quella relativa alla scelta tra Netzer e Overath. Netzer era uno degli astri nascenti del calcio europeo, forte fisicamente e capace di abbinare alla capacità tecnica una facilità di corsa impressionante. Era però inviso al pubblico tedesco in quanto aveva lasciato la sua squadra di club, il Borussia di Moenchengladbach, per andare a giocare al Real Madrid e non aveva mia legato eccessivamente col clan del Bayern di Monaco, che costituiva l'ossatura della nazionale tedesca. Overath era forse più classico di lui, ma non aveva la capacità balistica del biondo concorrente, però l'acume tattico gli consentiva una facilità nella lettura delle partite cui era difficile rinunciare. Alla fine, la scelta di Schoen, cadde proprio su Overath, anche in virtù della preferenza di Beckenbauer, dei cui consigli il Commissario Tecnico tedesco teneva gran conto. 
Dopo aver liquidato anche la Polonia, ultimo ostacolo sulla strada per la finalissima, la Germania Occidentale dovette soltanto acconciarsi ad aspettare l'esito della sfida decisiva tra Olanda e Brasile, partita dal grande fascino che metteva a confronto due concezioni praticamente opposte del calcio e che avrebbe avuto grandi ripercussioni nello sviluppo futuro dello sport pedatorio. Ad aver la meglio fu l'Olanda, che poteva contare su un Cruijff che costituiva un vero e proprio valore aggiunto. Il leader dell'Ayax, era un giocatore di tipo completamente nuovo, che riusciva ad abbinare a straordinarie doti tecniche, una propensione alla fatica che mai sino ad allora si era vista in un giocatore di quella levatura. L'unico paragone possibile, poteva essere quello con Valentino Mazzola, anche lui capace di giostrare in tutte le zone del campo e di accoppiare doti atletiche e tecniche di straordinario livello. E proprio la presenza dell'asso ormai da un anno accasato al Barcellona, faceva pendere i favori del pronostico dalla parte dell'Olanda, in una finalissima che si traduceva in un vero e proprio festival del calcio europeo. I bookmakers inglesi, esplicitarono questo dato di fatto con quote eloquenti: la vittoria olandese era data alla pari, quella tedesca due a uno. 
Le squadre che si presentarono agli 80.000 dell'Olympiastadion, erano quelle che avevano caratterizzato la fase preliminare. Al fischio iniziale dell'inglese Taylor, l'Olanda partì subito in quarta e affidò la palla a Cruijff, il quale si avventurò in una azione personale prolungata che costrinse Vogts al fallo in area. Taylor non ebbe esitazioni nel concedere il penalty che Neeskens tramutò in rete. Sembrava l'inizio di una partita a senso unico, ma l'Olanda commise un errore esiziale: invece di continuare a spingere, approfittando del vistoso sbandamento tedesco, gli orange si limitarono ad una irritante melina tesa solo al possesso della palla, consentendo così agli avversari di riprendersi e di riorganizzarsi. Al 26', Holzenbein, avventuratosi in una azione personale, dopo aver superato due difensori venne falciato da Jansen, procurandosi un rigore che Breitner trasformò senza esitazioni. Proprio questa fu la svolta della partita, in quanto la Germania perse ogni timore reverenziale e buttò sul campo tutta la propria cattiveria agonistica, la stessa di cui aveva difettato l'Olanda. Cruijff e compagni capirono forse di aver commesso un clamoroso errore di valutazione e ripresero a giocare come sapevano, ma ormai la Germania si era ripresa dallo sbandamento iniziale e seppe reggere l'urto con l'Arancia Meccanica. Alla fine del primo tempo, Bonhof fuggì sulla destra per poi buttare al centro una palla su cui Muller, pur trovandosi leggermente avanti, riuscì a scagliare un tiro incrociato verso la porta difesa da Jongloed: era la rete del 2-1. La tifoseria tedesca, dopo aver temuto il peggio, riprese voce e nel secondo tempo incoraggiò incessantemente i propri beniamini di fronte all'assedio arancione. Soprattutto Cruijff dette fondo a tutte le sue energie, nel tentativo di ribaltare la situazione, la la difesa tedesca, guidata da un Maier in grande spolvero, seppe rintuzzare tutti i tentativi olandesi. Il triplice fischio finale di Taylor, sancì così il secondo trionfo tedesco, ancora una volta contro il pronostico sfavorevole: dopo la grande Ungheria di Puskas, un'altra squadra simbolo, l'Olanda di Cruijff doveva arrendersi ai bianchi teutonici.