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L'APOTEOSI DI PELE'

Il Mondiale del 1970, si gioca in Messico ed è caratterizzato soprattutto dalla condizioni in cui si gioca, in particolare dalla micidiale altura che favorisce le squadre che fondano il proprio gioco sulla sapienza tecnica. E in simili condizioni, è del tutto logico che emerga la squadra che in fatto di tecnica non teme rivali, il grandissimo Brasile di Pelè, Tostao, Rivelino, Gerson e Jairzinho che in finale annichilisce una stanca Italia.

Il Mondiale del 1970, fu assegnato al Messico, paese che aveva già ospitato due anni prima le Olimpiadi. I giochi olimpici del 1968, avevano messo in grande evidenza il problema legato all'altitudine, con la grande incidenza che il fattore in questione aveva sui risultati e le prestazioni degli atleti. Non a caso uno dei simboli della manifestazione era stato il salto di Bob Beamon, che nel lungo aveva stabilito il nuovo record mondiale alla stratosferica misura di 8,90 metri. E il fattore altitudine, divenne subito uno degli spauracchi delle squadre che si accingevano a dar vita alla kermesse messicana, soprattutto di quelle che avevano nelle doti atletiche il proprio punto di forza. Chi aveva studiato con un minimo di attenzione le problematiche legate all'altura, aveva compreso alla perfezione che la stessa avrebbe alfine premiato chi avrebbe basato il proprio gioco tenendo conto appunto delle condizioni ambientali nelle quali si sarebbe sostenuto lo sforzo fisico, in particolare della rarefazione dell'aria, della maggiore velocità del pallone e della capacità da parte degli atleti di saper dosare lo sforzo. Tutte condizioni che sembravano fatte apposta per avvantaggiare le scuole fondate sulla padronanza tecnica, a partire da quelle sudamericane. E che di converso sfavorivano quelle che erano solite impostare il proprio gioco sulla forza fisica, a partire da quelle del Nord Europa.
Il calcio internazionale, nel quadriennio che precedette il Mondiale del 1970, aveva visto alcuni avvenimenti di grande rilievo, che avevano spostato notevolmente gli equilibri che avevano caratterizzato lo stesso sino ad allora. Nel 1967 l'Uruguay aveva trionfato nel Campionato Sudamericano, mentre l'anno successivo aveva visto l'Italia ritornare alle vittorie internazionali vincendo la Coppa Europa per Nazioni. L'Italia, con la vittoria degli Europei romani, era tornata sulla ribalta internazionale, dopo un periodo buio cominciato dopo la tragedia di Superga. La classe di Rivera, Mazzola, De Sisti e Domenghini, la potenza devastante di Gigi Riva, capace di portare uno storico scudetto a Cagliari e una salda tenuta difensiva, avevano restituito gli azzurri al loro naturale ruolo di protagonisti. La povertà di gioco espressa dagli uomini affidati a Valcareggi, trovava comunque un efficace antidoto nella straordinaria vena realizzativa di Riva, anche se grossi dubbi continuavano ad aleggiare sulle reali capacità degli azzurri. Le squadre che avevano dominato le prime quattro edizioni della manifestazione, ritornavano comunque e prepotentemente alla ribalta e promettevano di essere tra le maggiori protagoniste di Città del Messico.
Il calcio europeo, ove continuavano ad essere protagoniste la Germania e l'Inghilterra, aveva inoltre visto i grandi progressi di una ex cenerentola, l'Olanda, che si accingeva a rivoluzionare i concetti sui quali avevano dissertato per lungo tempo i teorici della scienza calcistica. Mentre però l'Ajax di Cruijff, pilotata da un tecnico di grande vaglia come Rinus Michels, aveva dimostrato di essere pronta per il grande salto, arrivando alla finalissima di Coppa dei Campioni del 1969 poi persa col Milan, imitata in meglio dal Feyenoord di Van Hanegem, capace di vincere l'edizione successiva, la selezione arancione non aveva ancora raggiunto la maturità e la caratura internazionale necessarie, tanto da essere eliminata in Coppa Europa dall'Ungheria e nelle qualificazioni della Coppa Rimet dalla Bulgaria. Non era ancora arrivato il momento giusto per l'Arancia Meccanica.
Al mondiale messicano aderirono 70 federazioni, soprattutto per effetto di una partecipazione massiccia di paesi africani, sottoposti ad un lunghissima trafila di incontri per esprimere un solo partecipante alla fase finale: il Marocco. La zona centro-ame­ricana era invece rappresentata da El Salvador e dal Messico, in qualità di paese organizzatore, mentre l'Asia-Oceania aveva visto la qualificazione di Israele, che aveva regolato l'Australia vincitrice del gruppo XV composto da Corea del Sud, Giappone e appunto Australia.
La rappresentanza europea era come al solito molto  nutrita: Italia, Romania, Cecoslovacchia, URSS, Svezia, Belgio, Germania, Bulgaria e l'Inghilterra detentrice del trofeo. Tra le sudamericane s'affacciava, a sorpresa, il Perù, capace di eliminare l'Argentina, mentre Brasile e Uruguay completavano la rappresentanza del continente latino-americano. A questo punto, rimaneva solo da comporre
i quattro gironi: a Mexico City, URSS, Belgio, El Salvador e Messico; a Puebla e Toluca, Italia, Uruguay, Svezia ed Israele; a Guadalajara, Inghilterra, Romania, Brasile e Cecoslovacchia; a Leon, Germania, Bulgaria, Perù e Marocco. Il 31 maggio, il presidente messicano Echevarria, procedeva a dichiarare aperta la Coppa del Mondo. La partita di apertura era quella tra i padroni di casa e l'URSS.      
   

VENGONO FUORI LE MIGLIORI

I gironi eliminatori vedono la conferma delle squadre più accreditate. A partire dal Brasile di Pelè, Tostao e Gerson, che mette subito in chiaro le proprie ambizioni. Anche la Germania dimostra subito la sua solidità. Più contrastato il cammino di Italia e Uruguay. Il Messico padrone di casa, usufruisce dei soliti regali arbitrali ai danni del Belgio. L'unica sorpresa è il passaggio del Perù ai danni della quotata Bulagria di Asparukov.

Il girone A, vide la preventivata avanzata di Messico e URSS. I padroni di casa, come era ormai consuetudine, erano stati sfacciatamente favoriti da un rigore inesistente concesso dall'arbitro argentino Coerezza nella partita col Belgio, con corredo di infuocate polemiche. Nel girone B, l'Italia confermò ampiamente i dubbi che ne avevano caratterizzato la partenza. Gli uomini di Valcareggi, risentirono ampiamente del dualismo tra Mazzola e Rivera, dovuto alla mancanza di energia del Commissario Tecnico. Mazzola, nato come attaccante, col tempo era diventato un regista, meno classico del suo dirimpettaio milanese, ma più portato alla corsa e al contrasto. Il problema poteva essere risolto spostando uno dei due all'ala, ma entrambi fecero chiaramente capire di non gradire la soluzione. Con l'esclusione di Rivera, il gioco dell'Italia perdeva ulteriormente di qualità, come del resto si vide nella prima fase dei mondiali in cui gli azzurri vinsero 1-0 con la Svezia e impattarono a reti bianche con Uruguay e Israele. Le note positive vennero soprattutto dalla difesa, che aveva subito un deciso rimescolamento con l'innesto di Cera a libero. Il cagliaritano, non aveva mai giocato in questo ruolo, che nella sua squadra di club era coperto da Tommasini, ma fece immediatamente vedere di esservi estremamente tagliato. La facilità con la quale usciva dall'area per sostenere il proprio centrocampo, unita alla rocciosità di Rosato, permisero alla difesa di diventare un blocco granitico, ciò di cui aveva bisogno la squadra azzurra in una fase in cui il gioco non fluiva. Insieme agli azzurri passava l'Uruguay, che pur perdendo con la Svezia aveva potuto godere della sconfitta degli scandinavi con Israele. Il girone di Guadalajara, vedeva naturalmente come grandi favorite l'Inghilterra e il Brasile. I bianchi di Ramsey aprivano il loro mondiale con la Romania vincendo a fatica per 1-0. La squadra che aveva vinto il Mondiale del 1966, era stata rivoluzionata, tanto che dei campioni di quattro anni prima, erano rimasti solo Banks, Moore, Bobby Charlton, Jackie Charlton, Peters, Ball e Hurst, il calcio inglese, era uscito rivitalizzato dalla vittoria mondiale. L'Inghilterra aveva ripreso a dominare nell'Interbritannico e si era piazzata terza nella Coppa Europa vinta dall'Italia, e anche i clubs inanellavano ottimi risultati nelle Coppe Europee. Il Manchester United aveva trionfato in Coppa Campioni nel 1968, il Manchester City in Coppa delle Coppe nel 1970, mentre in Coppa UEFA Leeds United, Newcastle United ed Arsenal avevano trionfato nelle ultime tre edizioni.
Naturalmente, la squadra di Ramsey era partita per il Messico col chiaro intento di riconfermarsi. Battuta la Romania con il minimo di scarto, gli inglesi si ripetevano con la Cecoslovacchia e guadagnavano il passaggio ai quarti, rendendo ininfluente la sconfitta col Brasile. Quella sconfitta, aveva però dimostrato che se c'era una grande favorita per la vittoria finale, questa era proprio la squadra di Mario "Lobo" Zagalo, tecnico che aveva preso il posto di Joao Saldanha, che aveva guidato la Selecao nel corso delle qualificazioni. Proprio a Saldanha, andava però il merito di aver imposto una scelta che avrebbe prodotto i suoi risultati in Messico, quella di far giocare insieme Pelè e Tostao. O' Rey, nel periodo immediatamente successivo al Mondiale inglese, aveva giocato poco con la Nazionale, in parte per i pressanti impegni commerciali, ma soprattutto perchè una certa parte della critica lo aveva giudicato ormai logoro. Nel periodo della sua assenza, si era imposto Tostao, il quale aveva fatto capire immediatamente di essere un autentico fuoriclasse. Saldanha sfidò appunto la critica, che riteneva impossibile la coesistenza tra i due, facendoli giocare insieme nelle qualificazioni e i risultati gli dettero clamorosamente ragione, poichè Tostao mise a segno dieci reti che unite alle sei di Pelè proiettarono il Brasile in Messico. Se Saldanha aveva sfidato la critica, Zagalo fece qualcosa di ancora più clamoroso. Insieme a Pelè e Tostao, mise in attacco altri tre uomini che nelle proprie squadre di club giostravano più con compiti di regia che come terminali del gioco offensivo. I tre in questione, tutti numeri dieci naturali, erano Jairzinho, Gerson e Rivelino. Se sulla carta, la decisione di Zagalo sembrava una pazzia, sul campo il marchingegno predisposto funzionò alla perfezione, grazie all'umiltà con la quale Pelè si adattò a fare la mezza punta, lasciando i compiti di regia a Gerson, mentre Tostao e Jairzinho giostravano da punte e Rivelino si dedicava anche a compiti di tamponamento. I risultati dettero ampiamente ragione a Zagalo, sin dalle prime partite del Mondiale messicano: tre partite, tre vittorie. Infine il gruppo D vide il facile passaggio di Germania Ovest e quello, sorprendente, del Perù ai danni dell'accreditata Bulgaria. Allenati dal brasiliano Didì, proprio il grandissimo regista del Brasile bicampeon del 1958 e 1962, gli andini si trovarono perciò sulla strada del Brasile nei quarti di finale. Il 4-2 finale, che sancì il passaggio in semifinale di Pelè e compagni, rendeva comunque onore ad una squadra che aveva messo in mostra un gioco discretamente spettacolare e alcune ottime individualità come Chumpitaz e Cubillas. Negli altri quarti, le emozioni non mancarono, ma soprattutto si verificò l'esplosione dell'Italia che, opposta al Messico, dopo essersi trovata in svantaggio rifilò quattro reti ai padroni di casa, mettendo in mostra un grande Gigi Riva. L'Uruguay escluse l'URSS dopo i supplementari in una partita estremamente combattuta, mentre la Germania riuscì ad approfittare del clamoroso errore di Ramsey che, con la sua squadra sul 2-1, pensò bene di sostituire Bobby Charlton per risparmiarlo in vista della semifinale. La Germania ringraziò il grazioso cadeau del baronetto e ribaltò le sorti della gara, vincendola con una rete di Muller all'ottavo minuto del primo tempo supplementare. Le semifinali erano perciò Italia-Germania Ovest e Brasile-Uruguay. 
 
      

QUELL'INCREDIBILE 4-3 E IL SIGILLO DI PELE'

Le semifinali vedono la vittoria del Brasile contro l'Uruguay, ma soprattutto l'incredibile 4-3 dell'Italia contro la Germania, in una partita che rimarrà ad eterna testimonianza della bellezza del calcio. La maratona contro i tedeschi pesa però come piombo nelle gambe degli azzurri che, in finale, cedono di schianto contro un Brasile stellare guidato da Pelè. Per la Perla Nera è praticamente il miglior suggello ad una carriera irripetibile.

Mentre la prima semifinale, vedeva la contrastata vittoria del Brasile ai danni di un ostico Uruguay, la semifinale tra Italia e Germania Ovest si accingeva ad entrare nella storia del calcio mondiale. La Germania di Schoen, era una squadra molto forte, che abbinava alla solita consistenza atletica che era il suo marchio di fabbrica, doti tecniche molto elevate. Elementi come Beckenbauer, Seeler, Maier e Muller, erano quanto di meglio poteva vantare il calcio europeo dell'epoca. La maratona di cui era stata protagonista la squadra tedesca contro l'Inghilterra, la rendeva però più vulnerabile del solito, proprio in considerazione delle condizioni in cui si svolgevano le partite. E quando l'Italia passò in vantaggio, dopo soli otto minuti, con Boninsegna, i tedeschi cominciarono a denunciare una insolita mancanza di compattezza che permise agli azzurri di andare ripetutamente vicini al raddoppio. La staffetta tra Mazzola e Rivera, provocò però una certa disorganizzazione nel solido reparto centrale azzurro, ove il prodigarsi di De Sisti e Domenghini fu reso vano dalla rete del pareggio del milanista Schnellinger, proprio all'ultimo minuto. Se per gli azzurri era una disdetta, per la storia del calcio era una manna dal cielo, perchè andava a cominciare uno degli spettacoli più incredibili mai visti sui campi erbosi.  Al 94', Muller portava in vantaggio i tedeschi, nelle cui file giganteggiava un Beckenbauer
costretto a giocare con un braccio al collo, ma quattro minuti dopo Burgnich pareggiava il conto sugli sviluppi di una punizione. Ogni schema era saltato e le energie cominciavano ad affievolire, con il risultato di rendere la partita una sorta di flipper impazzito, in cui i protagonisti andavano avanti per forza d'inerzia. Al tredicesimo minuto del primo tempo supplementare, uno stupendo goal di Riva riportò avanti l'Italia, ma un errore di Rivera consentiva ancora a Muller di pareggiare il conto. Non era però finita, perchè con grande tenacia Boninsegna portava avanti una palla servendola infine a Rivera, appostato al centro, il quale provvedeva a spedirla alle spalle dell'esterrefatto Maier, preso in controtempo. Gli ultimi 10' passarono lentissimi a scandire il trionfo degli azzurri, in una atmosfera quasi irreale. Al triplice fischio finale, mezza Italia si riversava nelle strade per festeggiare una straordinaria vittoria in una partita che sarebbe rimasta negli occhi di tutti coloro che ebbero la fortuna di assistervi, al grido di "Riva-Rivera, Brasile sotto terra".
Se però la partita con la Germania si era conclusa nel migliore dei modi, rimanevano le tossine della stessa sui muscoli degli undici azzurri. Valcareggi non ebbe però il coraggio di modificare qualcosa nella formazione che tanto bene si era comportata sino ad allora e le prime fasi della finalissima dimostrarono subito che le energie spese nella semifinale, non erano state recuperate, anche perchè l'Italia aveva avuto un giorno di riposo in meno rispetto ai rivali. Una Italia molto abulica, preoccupata soltanto di non scoprirsi, si rinserrò sin dalle prime battute a difesa della propria area, disponendosi nella solita marcatura a uomo. Il Brasile, non aveva di questi problemi. I suoi straordinari solisti, come al solito, erano entrati in campo per imporre il loro gioco ed erano immediatamente riusciti nel loro intento. Al diciottesimo minuto, su una palla crossata dalla fascia, Pelè dette luogo ad uno straordinario balzo, regalando quasi mezzo busto al suo avversario diretto, Burgnich e spediva una vera e propria sassata alle spalle di Albertosi. Il vantaggio brasiliano, non ebbe particolari reazioni da parte azzurra. Gli uomini di Zagalo continuarono a governare il pallone con la risaputa abilità, riducendo al minimo i pericoli per la propria porta. Poi, però, al trentasettesimo, uno svarione di Everaldo permise a Boninsegna di pareggiare il conto, tra la sorpresa generale. Pelè e compagni ripresero però a tessere il loro gioco come se non fosse successo nulla, mentre l'Italia tornava a rinserrarsi nella propria metà campo. A poco a poco gli sbarramenti predisposti da Valcareggi saltarono e quando al ventesimo minuto della ripresa Gerson, con un forte tiro dal limite dell'area, battè Albertosi, fu chiaro a tutti che per gli azzurri era ormai finita. Jairzinho, cinque minuti più tardi, e Carlos Alberto a quattro minuti dal termine, fissarono il risultato su un 4-1 che non ammetteva repliche. La partita finiva però con il ridicolo siparietto dei sei minuti concessi da Valcareggi a Rivera, l'uomo più atteso dai tifosi italiani, che inaugurava la campagna di stampa predisposta da una stampa indegna, la quale arrivava ad adontare l'ipotesi che col milanista in campo le cose sarebbero potute andare diversamente. In questo modo, si apriva la strada agli incresciosi episodi che caratterizzarono il ritorno degli azzurri in Italia, ove furono accolti all'aeroporto di Fiumicino con un fitto lancio di pomodori!
La realtà era che il Brasile di Pelè difficilmente poteva essere superato e che, soprattuto, non poteva farlo una Italia in deciso debito di ossigeno. Con il terzo trionfo nella Coppa Rimet, la Perla Nera poneva il sigillo indiscutibile ad una carriera irripetibile.