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NELLA PATRIA DEL FOOTBALL

Il Mondiale del 1966, si gioca in Inghilterra, il paese ove il calcio è stato inventato. E' il giusto riconoscimento alle capacità organizzative degli inglesi, mai venute meno nel corso dei decenni. A differenza della supposta supremazia tecnica dei Maestri, messa in dubbio nel corso del tempo dalle incredibili sconfitte rimediate nei Mondiali precedenti.

Il Mondiale 1966 vide finalmente sbarcare la Coppa Rimet nella patria del calcio, quella Inghilterra che se, da un lato, aveva vista nettamente affievolita la sua supposta supremazia sul resto del calcio mondiale da decenni di clamorose sconfitte, dall'altro poteva vantarne una del tutto basata su dati di fatto reali: quella organizzativa. Erano sempre inglesi infatti le migliori e più confortevoli strutture in grado di ospitare lo spettacolo calcistico e in tal senso, la scelta della FIFA per quella edizione del Mondiale non poteva essere migliore. Per i padroni di casa, si trattava al contempo di un impegno tremendo. Dopo essersi proclamati per decenni i migliori footballers del mondo, ed aver inanellato figure barbine, non potevano perdere l'occasione di vincere la massima competizione per rappresentative nazionali, pena la perdita irrimediabile della faccia. Del resto, Alf Ramsey, che aveva preso la guida della Nazionale nel 1962, lo aveva proclamato a chiare note: "Vinceremo i Mondiali del 1966." L'editto di Ramsey, alla luce del non proprio esaltante cammino dell'Inghilterra nel corso degli ultimi anni, era sembrato a molti un vero e proprio azzardo. I bianchi, infatti, non solo non erano più i migliori del mondo, ma avevano perso anche la supremazia nell'ambito del calcio britannico, perdendo le edizioni dell'Home Championship del 1962 e 1963, a favore della Scozia di Law. Anche sul piano tattico, l'Inghilterra mostrava segni di crisi derivanti dal mancato adeguamento ai sistemi più evoluti in voga al momento. Fu proprio Ramsey a decidere che era ora di mandare in soffitta il vecchio caro WM, dando alla sua squadra un sistema di gioco molto simile al 4-2-4 che aveva costituito il marchio di fabbrica del Brasile bicampione e della grande Ungheria del 1954. I primi esiti dell'esperimento erano stati abbastanza confortanti, ma poi era arrivato il patatrac del 1964, al torneo organizzato dalla CBD per festeggiare il suo cinquantenario, a seminare dubbi. L'Inghilterra, dopo aver impattato col Portogallo, aveva subito una dura punizione dal Brasile, un 1-5 che esprimeva nella maniera più netta il divario tra le due selezioni e che rendeva chiaro il lavoro titanico che aspettava Ramsey. Anche dalle sconfitte, però, possono arrivare lezioni utili. E la lezione brasiliana, fu utilissima per il Commissario Tecnico inglese, il quale decise che il rinnovamento degli schemi, doveva procedere di pari passo con quello degli uomini. In porta, fu promosso Gordon Banks, portiere forse non spettacolarissimo, ma molto regolare nel rendimento e capace di guidare al meglio il reparto arretrato. Al centro della difesa, c'era da registrare l'avvento della coppia formata da Jackie Charlton e Nobby Stiles. Il primo era fortissimo nel gioco aereo, ma un poco lento nelle chiusure, problema che però fu risolto grazie alla sagacia di Moore, che non di rado scalava dal centrocampo per dar manforte dietro. Stiles, era detto "il brutto anatroccolo" e il soprannome la diceva lunga sulla mancanza di estetica che ne caratterizzavano gioco ed aspetto. Era però un giocatore capace di incollarsi al suo avversario diretto, sino a fargli mancare l'aria e aveva un senso dell'anticipo strepitoso, col quale annichiliva anche gli avversari più pericolosi. In mezzo al campo, fondamentale era il gioco di Moore, che sapeva costruire la manovra con rara intelligenza e in possesso di un senso tattico straordinario. Proprio Moore era il degno completamento per il vero fulcro della manovra inglese, quel Bobby Charlton che, dopo essersi salvato miracolosamente nell'incidente aereo che aveva decimato il Manchester United a Monaco, era cresciuto in maniera esponenziale, diventando per l'Inghilterra quello che Di Stefano aveva rappresentato per il Real Madrid, l'uomo guida capace di accoppiare estro e grande regolarità di rendimento ad altissimi livelli. In attacco, infine, Ramsey trovò la quadratura del cerchio accantonando l'estroso Greaves, in favore di Hunt, il quale gli dava garanzie di rendimento che Greaves non poteva assicurargli a causa di un carattere bizzoso che del resto aveva mostrato anche nella sua breve esperienza italiana. Greaves, infatti, dopo aver giocato nel Milan dieci partite e aver messo a segno otto reti che ne avevano confermato le grandissime capacità realizzative, aveva di punto in bianco deciso che il calcio italiano non faceva per lui e aveva fatto ritorno in patria. Gli stessi alti e bassi che ne distinguevano il comportamento, facevano parte del suo modo di interpretare le gare: nelle giornate di grazia, Greaves diventava irresistibile, ma in quelle di luna storta si tramutava in un vero peso per i compagni. Per il modo di Ramsey di guardare al calcio, andava molto meglio Roger Hunt, attaccante molto più lineare, ma anche capace di interpretare nella maniera più appropriata le direttive del tecnico. Altra mossa fondamentale per conferire equilibrio alla squadra, fu quella di mettere un mediano, Martin Peters, a tornante, in modo da assicurare il massimo di copertura possibile. Con questa rinnovata inquadratura, l'Inghilterra era pronta a sfidare il resto del mondo, la cui crema, le altre 15 finaliste, fu espressa dalle solite eliminatorie, nelle quali uscirono fuori non poche sorprese. Le più clamorose furono le esclusioni della Svezia, della Cecoslovacchia e della Yugoslavia, squadre che nelle edizioni precedenti avevano sempre degnamente figurato. Inoltre, si verificò l'eliminazione della Scozia di Dennis Law, uno dei più forti ed estrosi calciatori dell'epoca, che però aveva come valida attenuante il proibitivo sorteggio che aveva posto sulla sua strada l'Italia. Non poche polemiche furono suscitate dal fatto che ben dieci posti erano stati riservati all'Europa, mentre dei rimanenti sei, quattro andavano al Sudamerica. A guidare le rimostranze furono soprattutto i paesi africani, estromessi dal torneo, i quali chiesero di allargare la manifestazione a 24 partecipanti o di limitare i posti riservati alle europee: delle proteste in tal senso si sarebbe tenuto in seguito.           

LA COREA FA FUORI L'ITALIA

L'Italia tocca il punto più basso della sua storia calcistica, facendosi buttare fuori dalla Corea del Nord. A pagare sarà il solo Edmondo Fabbri, ma le colpe sono molto più estese. Altra illustre vittima della fase eliminatoria è il Brasile, che paga la caccia all'uomo nei confronti di Pelè portata avanti con la complicità delle giacchette nere.

Le sedici regine, furono naturalmente divise nei canonici quattro gruppi, in modo da favorire l'avanzata delle più forti almeno sino ai quarti. Come al solito, però, le sorprese furono molte. A cominciare dalla clamorosa eliminazione dell'Italia. La quale, era stata inserita in un gruppo che, almeno all'apparenza, non avrebbe dovuto costituire un problema. Le avversarie designate erano infatti Unione Sovietica, Cile e Corea del Nord. Se i sovietici erano accreditati come una delle possibili outsider, ben diverso era il discorso per Cile e Corea del Nord. I sudamericani, fuori dalla bolgia che gli aveva garantito il terzo posto ai Mondiali disputati in casa, erano ben poca cosa, mentre della nazionale asiatica si sapeva pochissimo, se non che il calcio asiatico era nettamente al di sotto della sufficienza. La Federazione, dopo la magra del 1962, aveva deciso di correre ai ripari mandando in soffitta la consuetudine della Commissione Tecnica che tanti disastri aveva prodotto in passato e si era affidata ad un allenatore, Edmondo Fabbri, che aveva prodotto un vero e proprio miracolo col Mantova, portato in pochi anni dalla quarta serie alla massima divisione, sull'onda di un gioco spumeggiante e producente che lo aveva fatto ribattezzare Piccolo Brasile. I risultati ottenuti dagli azzurri nelle qualificazioni, e il gioco espresso, avevano prodotto grande entusiasmo nell'ambiente italiano. Tra l'altro l'eliminazione della Scozia non poteva essere considerata del tutto scontata, visto quello che la stessa aveva saputo combinare nel corso dell'Interbritannico nel biennio 62/63. A stupire nei mesi precedenti il Mondiale, era stata soprattutto la facilità con cui l'Italia aveva travolto ogni possibile ostacolo. Basti pensare che nelle amichevoli di preparazione, gli uomini di Fabbri avevano sbaragliato una squadra forte come l'Argentina rifilandole un netto 3-0 che si andava ad aggiungere alle goleade con Bulgaria (6-1) e Messico (5-0). La fluidità della manovra, imperniata su una coppia di mezzali strepitosa come quella formata da Rivera e Bulgarelli, era stata la sorpresa più piacevole, soprattutto se rapportata al calcio in voga in quel periodo nel nostro paese, caratterizzato dal catenaccio di cui l'Inter di Helenio Herrera era stato il miglior interprete. Il mondiale italiano partì bene, almeno sul piano del risultato, un 2-0 col Cile che sembrava blindare la qualificazione al turno successivo. A questo punto, però, Fabbri perse completamente la tramontana e, contro l'URSS, decise di puntare su una difesa chiusa che però partiva con un vizio di origine, la rinuncia ai difensori interisti, Picchi soprattutto, che di quel tipo di gioco erano i migliori interpreti. La confusione tattica che ne derivò, portò alla sconfitta per 1-0 che però avrebbe dovuto preoccupare non tanto per la povertà del gioco espresso, quanto per alcuni comportamenti non proprio ortodossi da parte dei nostri giocatori e per il nervosismo messo in mostra dalla squadra. Sarebbe comunque bastato battere la Corea del Nord per approdare ai quarti, cogliendo quel risultato minimo che avrebbe giustificato e dato un senso al mondiale azzurro. La partita decisiva si aprì con una serie di occasioni da rete clamorose per l'Italia, che però furono tutte fallite. Nel breve spazio di un quarto d'ora, per ben cinque volte, gli azzurri ebbero l'occasione di raddrizzare il loro mondiale, senza riuscirvi. Poi, alla mezzora, Bulgarelli fu costretto ad uscire a causa del riacutizzarsi di un infortunio al ginocchio che ne aveva messo in forse l'utilizzo e per gli azzurri fu notte fonda. Pak Doo Ik, che nella vita di tutti i giorni faceva il dentista, azzeccò un tiro nell'angolino di Albertosi e rispedì l'Italia a casa, con il solito corollario di polemiche. Era la Waterloo del calcio italiano.
Ancora più clamore destò però l'eliminazione del Brasile ad opera di Portogallo ed Ungheria. La Selecao era una delle naturali favorite per la vittoria finale, dall'alto del doppio titolo detenuto. A far pendere la bilancia dei pronostici dalla sua parte, v'era soprattutto la piena maturità agonistica di Pelè, indiscutibile stella di un torneo che pure di grandi campioni era pieno zeppo. Ma la Perla Nera non era l'unica freccia nell'arco brasiliano, se solo si considera che stavano salendo al proscenio giovani fuoriclasse come Gerson, Jairzinho e Tostao i quali erano andati ad integrare il vecchio ceppo rappresentato da Pelè, Bellini, Gilmar, Djalma Santos, GArrincha, Brito e Orlando. Purtroppo per la squadra di Feola, nella partita con la Bulgaria, un intervento proditorio di Zechev fece fuori Pelè senza che l'arbitro ritenesse di dover intervenire. Era praticamente il segnale della vera e propria caccia all'uomo nei confronti della Perla Nera, che continuò anche nella partita col Portogallo che fece seguito alla sconfitta con l'Ungheria. Contro i lusitani, Pelè decise comunque, nonostante un ginocchio a pezzi, di scendere in campo, ma il suo stoicismo servì a ben poco: Morais emulò infatti il suo collega bulgaro e la Selecao, rimasta in dieci non potè opporre molto ad un Portogallo forte del grande Eusebio. Il doppio 3-1 con Ungheria e Portogallo rispediva a casa il Brasile, che però poteva vantare l'attenuante dei vergognosi arbitraggi contrari e la totale mancanza di tutela nei confronti di Pelè. Rimaneva il clamore suscitato dalla prematura eliminazione di una squadra che da ben 32 anni non otteneva un risultato così misero. Andò meglio alle altre grandi del calcio sudamericano. L'Argentina, passò il turno insieme alla Germania, mentre l'Uruguay accompagnò l'Inghilterra ai quarti destando ottima impressione proprio nella partita impattata contro i padroni di casa. Cominciavano così i quarti di finale. Che videro gli arbitri completare l'opera ai danni del calcio sudamericano. Nella partita tra Inghilterra e Argentina, nella quale i padroni di casa si trovarono di fronte a grandissime difficoltà, Kreitlen intervenne provvidenzialmente in loro soccorso, espellendo il capitano argentino Rattin che chiedeva spiegazioni per una ammonizione inflitta ad un suo compagno di squadra. Non contento di quanto aveva combinato, il direttore di gara decise di completare l'operato concedendo una rete di Hurst viziata nettamente da fuorigioco. I biancocelesti ottennero oltre al danno anche la beffa, in quanto furono bollati come "animals" dalla stampa britannica, per un gioco che secondo Ramsey, che aveva coniato il termine per gli uomini di Lorenzo, sconfinava nettamente oltre il sano agonismo. Se Kreitlen era stato il giustiziere dell'Argentina, l'inglese Finney lo fu dell'Uruguay. Sullo 0-0 con la Germania, infatti, decise di non concedere un clamoroso rigore per una parata di Schnellinger sulla linea di porta e, subito dopo la rete del vantaggio tedesco, buttò fuori Troche e Silva, lasciando la Celeste in nove! In doppia superiorità numerica la Germania Ovest non ebbe difficoltà a dilagare e a raggiungere la semifinale. Negli altri due quarti, per fortuna, le giacchette nere lasciarono il ruolo di protagonisti ai giocatori e le partite premiarono URSS, ai danni dell'Ungheria, e Portogallo.       


LA VITTORIA DEI MAESTRI

La finale premia l'Inghilterra di Bobby Charlton, ma lascia strascichi polemici a non finire. Sul punteggio di 2-2, infatti, l'arbitro Dienst convalida una rete di Hurst che la rivista tedesca Kicker, nei giorni successivi, dimostrerà non essere regolare: la palla, scagliata dal giocatore inglese, dopo aver preso la parte interna della traversa, era ricaduta in campo!

Le due semifinali misero perciò di fronte Germania-URSS e Inghilterra-Portogallo. Era perciò un festival del calcio europeo, anche se non poco di questo festival pesava sulla coscienza delle giacchette nere. Nella prima semifinale la Germania, nelle cui fila era emerso il sino ad allora sconosciuto Franz Beckenbauer, laterale dotato di grandissima tecnica, partiva coi favori del pronostico. Accanto al futuro Kaiser Franz, si erano confermati quelli che potevano essere considerati i piloni della squadra tedesca, il difensore del Milan Schnellinger, le mezzali Overath e Haller e il centravanti Seeler. L'URSS era una squadra che si trovava forse nel miglior momento della sua storia calcistica. A differenza di quattro anni prima, la formazione sovietica era riuscita a darsi quel minimo di estro necessario a sfruttare nel modo migliore la potenza atletica che sino ad allora era stato il suo marchio di fabbrica. La vivacità del fortissimo laterale Sabo, di Cislenko e di Malafeev, era riuscita a rendere meno monocorde la manovra d'attacco, donando alla squadra le alternative di gioco che le avevano consentito di ridurre, sin quasi ad azzerarle, le differenze con le migliori squadre del mondo, tanto che l'URSS aveva vinto, nel 1964, la seconda edizione dell'Europeo. In semifinale, però, il cammino di Jascin e compagni si arenò di fronte ad una Germania che ebbe sempre in mano la partita. Le reti di Haller e di Beckenbauer, solo parzialmente bilanciate da quella di Porkujan, lanciarono la squadra di Helmut Schoen verso la finale. Ove furono raggiunti dall'Inghilterra, che nella semifinale spazzò via i dubbi di cui aveva disseminato la sua strada, tra strani tentennamenti di gioco e favori arbitrali. Il Portogallo, che pure poteva vantare fuoriclasse assoluti del calibro della Pantera Nera Eusebio e dell'anziano, ma sempre validissimo regista Coluna, non potè fermare l'Inghilterra, soprattutto a causa del pratico annullamento di Eusebio da parte di Stiles. Il protagonista assoluto della semifinale, fu Bobby Charlton, autore di una doppietta e di una serie di giocate superlative che ne confermarono in pieno la classe di cui era accreditato. Per Eusebio rimase solo la consolazione di una rete su rigore, da lui stesso procurato, che però non cambiava la sostanza delle cose: l'Inghilterra era la seconda finalista.
L'atto conclusivo del Mondiale 1996, ebbe luogo il 30 luglio, di fronte a ben 100.000 spettatori che assiepavano le tribune di Wembley in ogni ordine di posto. Sin dalle prime battute, fu evidente che i due allenatori, Schoen e Ramsey, avevano messo di fronte gli uomini più attesi della sfida, Beckenbauer e Charlton, i quali si annullarono a vicenda togliendo alla partita buona parte della sua qualità tecnica. La partita divenne di conseguenza una sfida atletica, nella quale le due squadre potevano dirsi equivalenti. i tedeschi riuscirono a passare in vantaggio dopo soli tredici minuti, grazie ad un tiro scagliato dai sedici metri da Haller, dimostrando di non avere alcun timore reverenziale. Il vantaggio degli ospiti duro però solo cinque minuti. Fu Hurst a pareggiare il conto, sfruttando un suggerimento di Ball e da questo momento la partita si incanalò su un piano di equilibrio assoluto che spezzò in gola ai tifosi inglesi il maestoso grido "England...England...England..." che aveva seguito i loro beniamini per tutta la durata della competizione. Soltanto a tredici minuti dal termine, Peters, con un tiro a mezza altezza, riuscì a spezzare questo equilibrio, ma la Germania non si arrese di fronte a quella che era sembrata una mazzata. Beckenbauer e compagni si riversarono in avanti e compressero gli avversari nella loro metà campo. Quando l'arbitro stava per fischiare la fine della partita, arrivò la rete di Weber a pareggiare il conto: erano necessari i supplementari. E fu proprio nell'overtime che successe il fattaccio: un violentissimo tiro di Hurst, infatti, prese la parte interna della traversa e rimbalzò in campo, ma l'arbitro Dienst, su segnalazione del guardalinee Bakramow decise di concedere il punto, tra le proteste dei tedeschi. Nei giorni successivi un servizio fotografico della rivista tedesca "Kicker", dimostrò che la palla non era mai entrata, ma ormai la frittata era fatta. Nei minuti che restavano, gli inglesi, quel giorno in maglia rossa, arrotondarono ulteriormente il risultato, ancora con Hurst, mettendo definitivamente al sicuro il risultato. Era la prima, e per ora unica vittoria, dei Maestri nella massima competizione per selezioni nazionali.