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INIZIA L'ERA DI PELE'

Il Mondiale 1958 viene affidato alla Svezia. Una scelta felice in un mondo ormai diviso in blocchi. L'appartenenza del paese scandinavo al blocco dei non allineati favorisce infatti la più larga partecipazione possibile, compresa quella dell'URSS. In Svezia non arrivano però Italia e Uruguay, eliminate a sorpresa nella fase eliminatoria.

In un mondo ormai diviso in blocchi, la scelta per l'organizzazione del Mondiale 1958 cadde sulla Svezia. Ancora una volta, dal punto di vista politico, la scelta della FIFA poteva essere considerata saggia: il paese scandinavo, infatti, faceva parte del blocco dei non allineati e, in considerazione del sistema politico di cui godeva, una monarchia costituzionale e un governo guidato dalle sinistre, intratteneva buoni rapporti con tutti. La cosa si rivelò subito evidente quando ben 51 paesi si iscrissero alla fase che avrebbe dovuto portare alla scrematura delle sedici partecipanti alla fase finale e, soprattutto, decise di partecipare anche l'URSS, fresca vincitrice delle Olimpiadi di Helsinki. 
Purtroppo, all'appuntamento svedese, mancò proprio la nostra selezione nazionale che, nel corso della fase preliminare aveva conosciuto la più cocente delle delusioni, finendo eliminata dall'Irlanda. Purtroppo, la lunga notte del calcio italiano, cominciata con la Sciagura di Superga, non era ancora terminata. Le squadre di clubs avevano dato segnali di risveglio, ma il calcio italiano, oltre a risentire negativamente del nefasto influsso del catenaccio ormai imperante sui nostri campi, era in preda ad un equivoco di carattere tecnico che stava minandone alle basi la forza. Era infatti ormai arrivata all'estremo quella specializzazione dei ruoli che equivaleva ad una totale spersonalizzazione dei giocatori, con conseguenze facilmente immaginabili. I giocatori italiani, ormai, limitavano il loro compitino alle poche cose che il ruolo richiedeva, ragion per cui se la partita si metteva male, nessuno provava a dare qualcosa in più per cambiarla. Il reparto che più degli altri aveva risentito del nuovo corso, era il centrocampo. I mediani non avevano più la necessaria tendenza alla corsa, in quanto il calcio italiano privilegiava ormai la battuta lunga, mentre le mezzali erano ormai perse in un narcisismo senza sbocchi e non possedevano più neanche un briciolo del dinamismo di predecessori come Serantoni, Loik e Mazzola. Alle lacune di carattere tecnico che ormai affliggevano il nostro calcio, si accompagnarono in questa fase i clamorosi errori collezionati dalle varie troike che componevano la Commissione Tecnica. In questo caso furono Ferrari, Mocchetti e Biancone ad agevolare la clamorosa eliminazione degli azzurri, schierando una formazione inzeppata di oriundi che però mal si integravano con la componente nostrana. Gli irlandesi buttarono sul campo tutto il loro orgoglio e riuscirono a sopperire al gap di carattere tecnico esistente sulla carta, facendo anche leva sulla polemica montata dalla stampa britannica riguardo all'ausilio degli oriundi di cui godeva l'Italia. 
Insieme all'Italia, era nel frattempo uscita la seconda squadra che vincendo il Mondiale, avrebbe potuto portarsi definitivamente a casa la Coppa Rimet, l'Uruguay che, priva di Schiaffino e Abbadie, emigrati in Italia e con la generazione del '54 ormai avviata sul viale del tramonto, fu sbattuta fuori dal modesto Paraguay. Se a livello di tradizione, il Mondiale cominciava orfano di due pezzi importanti, rimaneva però la validità di un cartellone che poteva tranquillamente fare a meno di due grandi in decadenza. Le sedici finaliste erano state così suddivise: Germania Ovest, Cecoslovacchia, Irlanda e Argentina nel primo gruppo, Francia, Jugoslavia, Scozia e Paraguay nel secondo, Svezia, Messico, Ungheria e Galles nel terzo ed infine Inghilterra, URSS, Brasile e Austria nel quarto.
Da notare, in particolare, la massiccia partecipazione del Regno Unito, che, a sorpresa, era riuscito a portare tutte e quattro le sue rappresentanti in Scandinavia.       

BRASILE E SVEZIA ARRIVANO IN FONDO

Alla conferma del Brasile, grande favorito della vigilia, fa riscontro la sorpresa provocata dalla Svezia nell'altra parte del tabellone. Gli svedesi buttano fuori i campioni olimpici sovietici e i campioni del Mondo della Germania Ovest. La grande sopresa del torneo è però la Francia di Kopà, che si vede la strada chiusa dal Brasile, ma si consola col terzo posto.

La fase a gironi, vide alcune sorprese. Nel girone uno, destò clamore l'uscita di scena di Cecoslovacchia e Argentina. I cechi, che avevano innestato una nuova generazione di campioni in grado di rinverdire i fasti degli anni '30, erano stati accreditati come una delle possibili sorprese, ma si arenarono sull'ostacolo rappresentato dall'Irlanda. Come del resto fece l'Argentina, che pagò oltremodo la partenza verso l'Italia dei vari Maschio, Grillo, Angelillo e Sivori e la disabitudine ad un calcio intenso come quello europeo. Partiti per la Svezia accompagnati da uno slogan trionfalistico, "Somos lo mejores do mundo", i biancocelesti fecero vedere una mezzora di splendido calcio contro la Germania, ma poi non ressero all'urto atletico dei Campioni del Mondo nel resto della partita. Una facile vittoria per 3-1 contro l'Irlanda illuse la tifoseria argentina facendole credere che la sconfitta nella partita di apertura fosse solo un incidente di percorso, ma poi la partita contro la Cecoslovacchia sgombrò il campo dagli equivoci. L'Argentina fu letteralmente triturata dai cechi che maramaldeggiarono sui sudamericani rimandandoli a casa con l'onta di un 6-1 che fu alla base delle furibonde proteste dei tifosi platensi, i quali accolsero il ritorno a casa dei loro beniamini con un autentico diluvio di monetine. Anche il secondo girone vide una sorpresa, quella causata dalla Francia che, guidata dalla classe di Kopà e dal fiuto del goal di Just Fontaine, riuscì ad eliminare l'accreditata Scozia, accompagnando la Jugoslavia nei quarti. Meno sorprendente poteva invece essere considerata l'uscita di scena dell'Ungheria, per mano del Galles di Charles, visto il prezzo salato che i danubiani avevano dovuto pagare alla Rivoluzione del 1956, che aveva spinto quasi tutti i suoi più acclamati campioni a riparare all'estero. Con il Galles passava il turno la Svezia padrona di casa e questa non era certo una sorpresa, soprattutto per il pubblico italiano, abituato a vedere la forza dei professionisti svedesi che militavano da noi. Infine nel quarto girone, si aprì una lotta senza quartiere alle spalle del Brasile, che vide prevalere l'URSS di Jascin sull'Inghilterra. Anche per gli inglesi c'erano valide attenuanti per la prematura uscita di scena: un gravissimo incidente aereo a Monaco di Baviera, che aveva coinvolto il Manchester United, aveva infatti privato la squadra britannica di elementi come il centravanti Tommy Taylor, il terzino Roger Byrne e il mediano Duncan Edwards che nonostante la giovane età erano considerati già dei fuoriclasse e costituivano il nerbo della Nazionale. In un girone durissimo anche una squadra forte come l'Austria fu costretta a fare da vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro.
Esaurita la fase a gironi, cominciarono i quarti di finale. Il Brasile, che aveva intanto provveduto ad immettere in pianta stabile il diciassettenne Pelè e aveva dovuto rinunciare a Vavà, causa un infortunio provocato dall'eccessiva irruenza, dovette soffrire non poco per aver ragione del Galles, facendo un passo indietro sul piano del gioco rispetto alla straordinaria prestazione offerta con l'URSS. Per fortuna della Selecao, Pelè aveva ormai acquisito la piena consapevolezza dei suoi straordinari mezzi e aveva tolto le castagne dal fuoco ai compagni più anziani. Una certa sorpresa fu invece causata dall'eliminazione dell'URSS, ad opera di una Svezia che all'inizio del torneo non godeva di grandissimi favori, soprattutto a causa di una certa disomogeneità dell'insieme. I sovietici, la cui forza era stata eccessivamente mitizzata anche a causa delle scarse notizie che arrivavano da oltrecortina, erano sì una squadra possente, ma mancavano completamente di estro. La Svezia, nella quale giganteggiavano molti giocatori che giocavano nel nostro paese o vi sarebbero arrivati (Liedholm, Hamrin, Gustavsson, Bergmark, solo per citarne alcuni) riuscì a passare in vantaggio all'inizio della gara con Hamrin per poi chiudere la stessa nel finale con il goal della sicurezza di Simonsson. Le altre due semifinaliste erano la Germania Ovest, uscita vincitrice dalla gara con la Yugoslavia e la Francia, facile vincitrice dell'Irlanda. Proprio i transalpini erano la grande novità della competizione. Partiti senza grosse pretese, a poco a poco avevano trovato la quadratura del cerchio, soprattutto grazie alla forza del reparto avanzato, ove alla classe di Kopà, si univano la straordinaria agilità e forza di Fontaine, la solidità di Wisnieski (che verrà a giocare nella Sampdoria) e la spinta continua assicurata sulla fascia sinistra dal duo formato da Vincent e Piantoni. E proprio la Francia andava ad incrociare in semifinale il favoritissimo Brasile, in una partita che si dimostrò estremamente spettacolare. Purtroppo per la Francia, che in apertura si era dimostrata degna competitrice, alla mezzora del primo tempo, Jonquet riportò la frattura del perone in uno scontro fortuito con Vavà, lasciando i compagni con un uomo in meno di fronte ad un Pelè in giornata di grazia che, nella ripresa, salì al proscenio con una tripletta. Nell'altra semifinale, la Svezia aveva la meglio sulla Germania Ovest, soprattutto grazie ad uno strepitoso Hamrin, capace di far ammattire il suo avversario diretto sino a fargli perdere la testa e a fargli guadagnare anticipatamente gli spogliatoi per espulsione. La finale era perciò Svezia-Brasile, mentre nella finale di consolazione la Francia batteva la Germania e si piazzava terza.           

IL PRIMO TRIONFO DELLA SELECAO

La finale tra Svezia e Brasile comincia nel modo più scioccante per la Selecao trafitta dopo pochi minuti da Liedholm. I fantasmi di otto anni prima vengono però subito scacciati da una rete di Vavà. Alla mezzora comincia la leggenda di Pelè. La Perla Nera sigla una tripletta che rimarrà agli occhi degli appassionati e porta il Brasile al suo primo trionfo.

L'arrivo del Brasile in finale non costituiva certo una sorpresa, anche se i precedenti della Selecao avevano lasciato sperare il contrario. Stavolta, però, le cose erano state preparate al meglio, a partire dalla scelta del tecnico, quel Vicente Feola che poteva essere considerato il migliore tra i tecnici del suo paese. Feola, decise di far vagliare minuziosamente i giocatori di interesse nazionale da una equipe medica che avrebbe dovuto promuovere solo coloro che avessero dimostrato di non avere la minima imperfezione di carattere fisico. Nel corso di questi esami caddero nomi celebri come quelli di Zequinha e Luisinho, ritenuti troppo fragili per poter sostenere le battaglie che aspettavano i verdeoro in Europa. Alla fine di questa scrematura, rimasero 33 giocatori di eguale livello, tanto che Feola alla fine del Mondiale affermò che il Brasile avrebbe potuto presentare un'altra squadra della stessa forza di quella che aveva trionfato. Tra i nomi nuovi, emergevano quelli di Bellini, uno dei più forti centrali difensivi mai espressi dal calcio brasiliano, di Zito, di Altafini (detto Mazzola per la grande somiglianza con il celebre capitano del Grande Torino), dell'estrosa ala Garrincha, ma, soprattutto, quello di Edson Arantes Do Nascimento detto Pelè. La "Perla Nera", aveva esordito nel Santos a soli 16 anni, mettendo subito in mostra doti tecniche straordinarie, unite a mezzi fisici non comuni e una rapidità che lo rendevano praticamente immarcabile. In avvio di torneo, Feola, aveva puntato su Altafini, ma dopo la gara conclusa a reti inviolate contro l'Inghilterra, spinto anche dalle pressioni di Bellini e Nilton Santos, aveva deciso di immettere Pelè, ignorando la carta d'identità e i risultati lo avevano ripagato della scelta. Insieme al giovanissimo santista, erano entrati nell'undici titolare anche Zito, che aveva preso il posto del compassato Dino Sani, e Garrincha, che aveva avvicendato Joel. Con questa inquadratura, il Brasile era diventato praticamente una macchina da calcio, che aveva triturato tutti gli ostacoli posti dal tabellone nella strada verso la finale.
La Svezia, della quale pure si conosceva la forza, era un pò una sorpresa. L'allenatore, l'inglese Raynor (anche lui conosciuto dalle nostre parti), aveva deciso di avvalersi dei professionisti e aveva messo sù una formazione molto competitiva, anche se difettosa in omogeneità a causa della scarsa conoscenza tra coloro che erano emigrati e quelli che erano rimasti a casa, in attesa anche essi di una chiamata dall'estero. La fortuna degli scandinavi fu l'inserimento nel girone più modesto, che funzionò anche come allenamento, dando modo alla squadra di trovare l'amalgama necessario per le ben più impegnative contese che la aspettavano dai quarti in poi. E così fu, tanto che la squadra di Raynor fu capace di sovvertire il pronostico avverso sia con l'URSS che con la Germania, mettendo in luce elementi che i tifosi italiani conoscevano bene, a partire dall'atalantino Gustavsson, un vero gigante in difesa, passando per i centrocampisti Gren e Liedholm, finendo con le ali Skoglund e Hamrin. Adesso però rimaneva da scalare la montagna più alta, quel Brasile che, secondo la critica specializzata, era imbattibile.
La finale cominciò nel modo più scioccante per il Brasile, trafitto al nono minuto da Liedholm. La Svezia aveva cominciato spingendo sull'acceleratore, proprio nel tentativo di intimorire gli elementi più giovani della Selecao, i meno abituati a contese tirate allo spasimo. E in quei primi minuti, soprattutto Pelè e Garrincha latitarono sotto l'imperversare del forcing nordico. Sembrava clamorosamente profilarsi una ripetizione del dramma del 1950, ma per fortuna dei brasiliani, gli elementi più navigati non persero la testa e fu proprio uno che la beffa di otto anni prima la aveva vissuta da spettatore sugli spalti del Maracanà, Vavà, a pareggiare i conti al quarto d'ora, convertendo in rete un magnifico assist di Garrincha. La rete del pareggio dette l'inizio ad una partita completamente diversa da quella che si era giocata sino ad allora, anche perchè si stava per scatenare Sua Maestà, Pelè che si accingeva a porre il primo mattone nella costruzione della più grande leggenda del calcio mondiale di tutti i tempi. Il giovanissimo santista, quando era da poco passata la mezzora, portò in vantaggio la Selecao con una rete che sarebbe rimasta nell'immaginario collettivo degli amanti del calcio, facendo prima passare la palla sopra la testa di Gustavsson per poi spararla nell'angolino della porta svedese. Ormai non ce n'era più per i malcapitati padroni di casa: il Brasile si riversava in avanti e prima Pelè e poi Zagalo mettevano la Coppa Rimet in cassaforte. Per la Svezia rimaneva solo la pallida consolazione della rete di Simonsson, prima del suggello di Pelè che andava a siglare la sua personale tripletta proprio mentre l'arbitro, il francese Guigne, emetteva il triplice fischio di chiusura. E mentre tutta la Selecao si riversava intorno a Pelè, in Brasile cominciava una festa di popolo che andava a cancellare il terribile dramma vissuto otto anni prima. Era iniziata l'era Pelè.