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RAPSODIA FALLITA

Il Mondiale del 1954 si svolge in Svizzera, uno dei pochi paesi scampati alla guerra e che, grazie alla neutralità, gode di buoni rapporti con tutti in un momento in cui il mondo si sta dividendo in due blocchi contrapposti. Rimarrà un mondiale storico, grazie soprattutto all'avvento della televisione e un grandissimo spettacolo di gioco.

Era una Europa ancora frastornata e che stava faticosamente rinascendo dalle macerie e dalle catastrofi della guerra quella che vide tornare il Mondiale. L'assegnazione alla Svizzera dell'organizzazione della quinta edizione della Coppa del Mondo di calcio, riportava sul vecchio continente la manifestazione dopo la fantasmagorica esperienza brasiliana ed era probabilmente la scelta più sensata in quel frangente storico. Fra le nazioni europee, la Svizzera era quella che meno aveva risentito della barbarie del conflitto, la sua economia si era anzi arricchita e quindi la scelta dei delegati della FIFA non poteva essere migliore dal lato delle capacità organizzative e dall'assoluta mancanza di problemi finanziari. Anche da un punto di vista prettamente politico, la scelta di un paese che aveva fatto della neutralità il suo emblema, era la migliore possibile in una Europa ormai divisa in due e che andava a grandi passi verso la Cortina di Ferro.
Aderirono alle qualificazioni per la fase finale 35 federazioni, e tra queste anche Germania e Austria, che riprendevano i contatti con la Coppa del Mondo dopo il forfait del '50. Anche Ungheria e Cecoslovacchia facevano parte del lotto e le uniche assenze di rilievo si riferivano all'Argentina, che persisteva nell'isolamento, e all'URSS, rivelatasi al calcio internazionale con le Olimpiadi del '52, ma che aveva lasciato cadere la possibilità di partecipare al mondiale. I turni di qualificazione, portarono alla fase finale Germania, Austria, Inghilterra, Scozia, Francia, Belgio, Turchia, Ungheria, Cecoslovacchia, Italia e Yugoslavia che andavano ad aggiungersi Svizzera, paese organizzatore, Uruguay, detentrice della Coppa, Messico, rappresentante del Centro America, Brasile, per l'America del Sud e la Corea del Sud, in rappresentanza dell'Asia. Formato il lotto delle squadre si doveva decidere la formula con la quale le stesse si sarebbero disputate il trofeo. E qui si rasentò il ridicolo. Si decise infatti che nei gironi a quattro, le due teste di serie e le due ritenute più deboli non avrebbero incrociato i bulloni e eventuali situazioni di parità sarebbero state risolte tramite spareggio. Il problema era che i criteri con cui vennero valutate le partecipanti, furono improntati più che altro a valutazioni di carattere politico e caratterizzati da manovre di corridoio che sortirono un vero e proprio pasticcio. L'Italia fu inserita tra le teste di serie del suo girone e la cosa era abbastanza sorprendente visto ciò che gli azzurri avevano fatto vedere nel corso del quadriennio. Se nell'ultima partita di preparazione, l'Italia era riuscita a vincere in casa della Francia, in precedenza aveva mostrato più di un tentennamento, anche perchè una certa confusione tecnica continuava a permanere ai vertici tecnici. La squadra allenata da Lajos Czeizler, era lontana parente dello squadrone di Pozzo. Il calcio italiano non aveva saputo approntare soluzioni alternative dopo la scomparsa del Grande Torino e anzi, aveva continuato ad importare grandi campioni che oltre a portare via il posto a giocatori indigeni, erano a loro volta sacrificati dal catenaccio che ormai imperava alle nostre latitudini. Inoltre lo scadimento tecnico prodotto dalla Sciagura di Superga non accennava a diminuire i suoi sinistri effetti su un movimento che era stato in pratica coventrizzato dal più grave disastro che la storia del calcio ricordi, tanto che di lì a qualche anno si sarebbe tornati ad usare gli oriundi per poter colmare il gap che ormai divideva la nostra selezione nazionale da quelle più forti. 
Per quanto concerne un quadro più generale, il Mondiale del 1954 fu di fondamentale importanza per il futuro del calcio in quanto segnò l'avvento della televisione. Le immagini trasmesse dal tubo catodico tennero avvinti milioni e milioni di tifosi europei, facendo entrare il calcio in nuova era. 
   

CONFERME E DELUSIONI

L'Italia conferma il suo momento delicato e si fa eliminare dalla Svizzera. Più dell'arbitro Viana, sul cammino degli azzurri pesano gli errori commessi. Oltre all'Italia va fuori, a sorpresa, la Francia di Kopa. Tra le conferme più rilevanti, quella dell'Ungheria, che si rivela una schiacciasassi. A sorpresa, l'altra finalista è la Germania.

Il Mondiale dell'Italia durò pochissimo. La nostra squadra andò a sbattere contro l'ostacolo rappresentato dalla Svizzera e dal suo catenaccio, del quale gli stessi elvetici potevano considerarsi precursori sin dai tempi di Rappan. Nella prima partita tra le due rappresentative, la Svizzera potè contare anche sul compiacente arbitraggio del brasiliano Viana che, sul risultato di 1-1, annullò una rete parsa regolarissima agli azzurri, che poi persero la partita. La Svizera fu poi battuta dall'Inghilterra, mentre l'Italia sconfisse il Belgio per 2-0, rendendo necessario lo spareggio tra le due squadre, che si trasformò in una rotta per gli azzurri, sconfitti 4-1. Al termine di questa umiliante sconfitta, l'ambiente italiano, invece di prendersela con la modestia della propria squadra, cercò di scaricare le responsabilità su Viana, che aveva arbitrato anche lo spareggio e questo indica la confusione che ormai regnava in casa Italia.
Ma ancora più sorprendente fu l'eliminazione della Francia, che presentava una grande stella come Kopa. I transalpini furono buttati fuori dalla Yugoslavia che, dopo averli regolati nel primo incontro, andò ad impattare col Brasile con conseguente promozione di entrambe le squadre. Dagli altri gironi vennero fuori Uruguay, Ungheria, Germania e Austria. Già nei quarti si ebbe una partita che avrebbe potuto rappresentare la finale, quella tra i magiari e il Brasile. La Selecao, dopo la delusione del 1950, aveva cercato di fare le cose a puntino e aveva messo su una squadra ancora una volta fortissima. Sul vecchio tronco, erano stati innestati alcuni giovani fuoriclasse come Julinho, Nilton e Djalma Santos, Didì che avevano fatto ulteriormente lievitare il valore di una squadra fortissima. L'Ungheria, a sua volta, poteva essere considerata la grandissima favorita della vigilia. E questo pronostico era dovuto soprattutto alla grandissima impresa compiuta qualche mese, quando Puskas e compagni erano andati a battere l'Inghilterra a domicilio, nel fortilizio sino ad allora inespugnabile di Wembley. La prima rete degli ungheresi in quella partita sarebbe rimasta nel guinness dei primati: l'azione, partita dal calcio di inizio, durò novanta interminabili secondi, nel corso dei quali gli inglesi non riuscirono mai a prendere la palla, se non una volta che fu arrivata in fondo al sacco. Ma non c'era solo questo a decantare le virtù della "aranycsapat", la squadra d'oro, come venne ribattezzata quella strepitosa compagine. Nel corso delle Olimpiadi di Helsinki, Puskas e compagni avevano espresso un calcio talmente bello da far dire alla rivista specializzata "Kicker" che novanta minuti erano troppo pochi per un calcio così meraviglioso. La partita tra queste due compagini si rivelò di altissimo livello, anche se la supremazia dei magiari fu abbastanza indiscutibile. Dopo soli sette minuti, Hidegkuti e Kocsis avevano già siglato il doppio vantaggio. La reazione verdeoro fu orgogliosa:  un rigore di Dyalma Santos, concesso per fallo di Lorant su Indio, dimezzò le distanze, ma poi l'immensa classe di Bozsik e compagni vanificò le offensive rabbiose e ripetute condotte da Didi, Julinho e Tozzi. All'inizio della ripresa, un rigore realizzato da Lantos neutralizzò la rete di Julinho in rapida azione di contropiede. Ogni tentativo brasiliano per raggiungere il pareggio fu frustrato dai magiari, tanto da provocare un sentimento di impotenza che fece saltare i nervi a Nilton Santos e Tozzi, mandati anzitempo negli spogliatoi assieme a Bozsik. Ad un paio di minuti dalla fine Kocsis fissò il punteggio sul 4-2 e al fischio finale si accese una baruffa con pugni, calci e morsi, denotando ancora una volta la mancanza di nervi saldi da parte dei sudamericani. Lo stesso Puskas, che aveva seguito la partita dai bordi del campo, decise di lasciare comunque il suo segno sulla stessa spaccando una bottiglia in testa a Pinheiro nel sottopassaggio degli spogliatoi. L'Ungheria aveva comunque superato il primo duro ostacolo sulla strada della vittoria finale. Se ne profilava subito un altro, l'Uruguay campione. La Celeste, nei quattro anni che la avevano separata dalla difesa del titolo, aveva innestato linfa giovane sul vecchio corpo dei veterani di Rio. In difesa era da registrare l'ingresso del terzino Santamaria, che diverrà una delle colonne del leggendario Real Madrid, mentre il posto di Ghiggia, passato alla Roma, era stato preso da un altro artista come Abbadie. Nei quarti, l'Uruguay aveva battuto l'Inghilterra 4-2 e si presentava con rinnovate ambizioni alla semifinale con l'Ungheria.  Come era ormai sua consuetudine, l'Ungheria partì sparata e già al 13' Czibor convertì in rete un passaggio di Kocsis. Sino all'intervallo, non accadde praticamente più nulla. Dopo soli sessanta secondi della ripresa, Hidegkuti batteva in rete da pochi passi una centrata di Budai e a qiesto punto, più di un osservatore dette per finita la contesa, senza però aver fatto i conti con l'orgoglio della Celeste, che si riversò in avanti. Dalla mezzora in poi saliva in cattedra Hobherg, argentino di nascita, naturalizzato uruguayano, giocatore capace di progressioni impressionanti, che nel giro di dieci minuti conquistò il pareggio rendendo necessari i supplementari. Addirittura, nel convulso assalto finale, Lorant dovette ricacciare lontano dalla linea di porta una palla di Hobherg che aveva battuto Grosics. Nel primo tempo supplementare, il forcing della Celeste continuò a tenere sul chi vive i rossi, ma nel giro di cinque minuti della seconda frazione, Kocsis spedì alle spalle di Maspoli due palloni imparabili, risolvendo definitivamente la contesa. L'Ungheria era la prima finalista. La seconda, a sorpresa, fu la Germania, la stessa che nel girone eliminatorio era stata subissata di reti da Puskas e compagni (8-3).       


LA SORPRESA PIU' GRANDE

La finale vede un solo grande favorito, l'Ungheria. Che ha già stritolato la Germania durante la fase eliminatoria e che, col recupero di Puskas, vede aumentare ulteriormente le proprie potenzialità. I magiari vanno subiot sul 2-0, ma, quando la finale sembra già finita, la Germania prima pareggia il conto e poi mette a segno la rete della clamorosa vittoria.

Era una finale del tutto imprevista. Nessuno, alla vigilia, aveva pensato che la squadra tedesca potesse arrivare sino in fondo. Herberger aveva trovato una inquadratura base forte in difesa, efficace nel quadrilatero centrale e dalle doti realizzative non comuni. Le punte della squadra, erano il regista, Fritz Walter, un interno dalla classe cristallina, l'altro interno Morlock e l'ala Rahn, un carro armato magari non rifinitissimo dal punto di vista tecnico, ma dotato di tiro possente e grande senso della rete. La rappresentativa germanica era nata da un miniblocco del Kaiserslautern (Kohlmeyer, Eckel, Liébrich, e i due Walter), mentre gli altri erano tutti di provenienza composita. La miglior dote della Germania era la solidità dell'insieme: la formazione non presentava punti deboli e sul piano del gioco sciorinava una manovra omogenea senza fronzoli, basata soprattutto sulla forza e tremendamente efficace.
Inserita nel secondo girone con Turchia, Corea del Sud e Ungheria, battè agevolmente i turchi per 4-1 decidendo di snobbare la partita con l'Ungheria, ritenuta del tutto inutile ai fini del cammino successivo. Proprio per questo, Sepp Herberger, mandò in campo cinque riserve, sicuro che il passaggio ai quarti sarebbe stato deciso da un ulteriore incontro di spareggio con la Turchia, sicura vincitrice della Corea. Con i magiari, i tedeschi furono pesantemente sconfitti per 8-3, ma nello spareggio di Zurigo tutto il potenziale tedesco fu scaricato sui malcapitati turchi con un eloquente 7-2 che valeva il passaggio al turno successivo. Nei quarti, però, i tedeschi si trovarono di fronte la Jugoslavia, una delle grandi europee dell'epoca. Ci vollero un' autorete clamorosa di Horvath, un incidente a Vukas, un'infinità di occasioni fallite dagli attaccanti slavi ed un gol in fuorigioco di Rahn non rilevato dall'arbitro, per piegare la resistenza degli slavi. Lo scetticismo con cui fu salutata questa vittoria, fece sì che nella semifinale contro l'Austria, la squadra di Hergerger fosse accreditata di poche speranze. L'allenatore tedesco, conosceva a menadito la sua squadra e sapeva che giocando sapientemente le sue carte, puntando sulla stupefacente condizione atletica dei suoi uomini, la Germania ce la poteva fare. L'Austria, a sua volta, aveva eliminato nei quarti gli svizzeri (7-5) dopo una rocambolesca partita nella quale era saltato ogni schema. Si delineava all'orizzonte una finale tutta danubiana fra Ungheria ed Austria, ma quest'ultima, che proprio nel corso del mondiale s'era votata al Sistema e che poteva contare su fuoriclasse del calibro di Happel, Hanappi, Stojaspal e Ocwirck, fu inaspettatamente battuta ed umiliata per 1-6, complice la giornata del tutto negativa del portiere Zeman, che spianò non poco la strada ai tedeschi. Era il canto del cigno di una grande scuola che, proprio in quel mondiale, aveva esibito gli ultimi bagliori. Ancora una volta le capacità di recupero avevano dimostrato di far premio sulla tecnica pura e i tedeschi, maestri nel saper dosare le loro forze dimostrarono proprio a partire da questi Mondiali di essere tagliati per le competizioni raccolte in breve arco di tempo.
Il 4 luglio, all'entrata in campo delle formazioni, fu sciolto l'ultimo dubbio che gravava sulla finale: c'era anche Puskas, il quale aveva recuperato dall'infortunio alla caviglia che ne aveva limitato il rendimento nel corso della competizione. Al fischio d'inizio dell'inglese Ling, In poco più di un quarto d'ora, sembrarono confermarsi le previsioni della vigilia, che non promettevano nulla di buono per la squadra di Herberger: i magiari, accreditati di maggior classe, realizzavano le reti del rapido vantaggio con Puskas e Czibor. Sembrava una pietra tombale sulle ambizioni teutoniche, ma le risorse atletiche dei tedeschi vennero subito fuori, come dimostrarono al 10' e al 18' Morlock e Rahn, che pareggiavano il conto. Da questo momento la partita mutò completamente di indirizzo: il raggiunto pareggio galvanizzò la vigoria dei tedeschi e per contro le due impegnative partite con Brasile ed Uruguay, cominciarono a farsi sentire sulle gambe dell'Ungheria. Inoltre Puskas denotò le sue imperfette condizioni psicofisiche fallendo due occasioni che in condizioni normali non avrebbe fallito mai. L'Ungheria fu anche sfortunata, perchè Czibor colpì due volte i legni della porta tedesca, ma ancora non era successo nulla che lasciasse presagire la sorpresa finale. Che fu provocata anche dalla pesantezza del campo, abbondantemente allentato dalla pioggia, il quale favorì la forza e la resistenza fisica dei panzer tedeschi. Le lancette dell'orologio avevano appena compiuto l'ottantaquattresimo giro, quando Schaffer carpì una palla allo spento Bozsik e la smistò sul centro dove accorreva Rahn. Dopo quasi un'ora e mezza di aspra battaglia sul terreno allentato dalla pioggia, l'ala trovò la lucidità per evitare in dribbling Lorant e la forza per battere sulla destra Grosics con un tiro dai sedici metri. La reazione orgogliosa dei magiari si spense sul fischio di Ling, che annullò una rete di Puskas apparsa ai più regolare e al 90' il segnale di chiusura fece balenare davanti agli occhi degli attoniti osservatori, una realtà che rasentava l'incredibile. L'Ungheria, quella che molti considerano ancora oggi la squadra più forte di tutti i tempi, aveva perduto sul filo di lana quel titolo che meritava più di ogni altra squadra in favore di un complesso che in condizioni normali avrebbe faticato assai per limitare il passivo. La realtà era talmente incredibile che ben presto, l'episodio assunse i contorni di un giallo. Alcuni avanzarono l'ipotesi che l'Ungheria avesse venduto la gara in cambio di un considerevole numero di trattori, altri di doping indiscriminato e questa ipotesi veniva avvalorata dal morbo itterico che colpi gran parte dei calciatori tedeschi che avevano partecipato alla finale, per non parlare della solita pista politica avanzata da chi parlò di sabotaggio arbitrale ai danni di un paese dell'Est. Una volta che la polvere alzata dalle discussioni si fu posata, si poterono tirare le somme di una competizione che fu probabilmente la più bella tra tutte quelle disputate sino ad oggi e che segnò uno spartiacque per il calcio che, con l'avvento del mezzo televisivo, assumeva una rilevanza ancora più grande di quella pur cospicua che aveva avuta sino ad allora.