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DOPO LA TEMPESTA

Tornano i Mondiali dopo le devastazioni della guerra. E tornano proprio in un
Brasile, ansioso di dimostrare al resto del mondo la propria asserita supremazia. Il torneo, perde però, un anno prima del suo svolgimento, una delle squadre più attese, il Grande Torino che costituiva praticamente l'intera intelaiatura dell'Italia. 

Da quella grande finale tra Italia e Ungheria, passarono ben dodici anni, intervallati dal terribile conflitto mondiale che devastò l'Europa a partire dal 1939 allargandosi poi a molte altre parti del mondo. Una volta terminata la follia bellica, il calcio divenne immediatamente uno degli strumenti di ricomposizione tra popoli che si erano lottati strenuamente sui vari fronti. Fu quello che successe per l'Italia, uscita predente e devastata dal conflitto. Il Grande Torino, lo strepitoso squadrone messo sù nel corso degli anni da Ferruccio Novo, si fece ambasciatore della rinascita dell'Italia democratica risorta sulle rovine lasciate dal fascismo e destò ammirazione in ogni parte del globo in cui fu chiamato a giocare. Naturalmente, la rinascita del calcio, comportò la ripresa di una competizione che già in quei primi assaggi prebellici, aveva dimostrato tutto il suo fascino. L'Assemblea della FIFA, riunita a Lussemburgo nel 1946, decise di riprendere la competizione nel 1950, come da scadenza naturale e di intitolarla a Jules Rimet, l'uomo che aveva lavorato più di tutti per renderne possibile la nascita. Altra decisione importante, fu quella riguardante i gironi di qualificazione. In segno di ricomposizione con le quattro federazioni britanniche, rientrate nell'ambito della Federazione, sarebbe stato l'Home Championship, il classico Torneo Interbritannico, a promuovere alla rassegna iridata le prime due classificate. Stavolta, la FIFA non potè esimersi dall'affidare l'organizzazione del mondiale ad un paese sudamericano, dopo le due edizioni svoltesi in Europa e la scelta cadde sul Brasile, favorito all'Argentina in virtù di una crisi interna al calcio platense che sarebbe deflagrata in maniera fragorosa nel 1948 in uno sciopero e nella successiva emigrazione dei più rinomati assi argentini in Colombia. Purtroppo, la crisi argentina, privò il Mondiale brasiliano di quella che era conosciuta come la Macchina del Gol, l'attacco del River Plate formato dai celeberrimi Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau, nonchè dell'asso emergente Alfredo Di Stefano, che avrebbe potuto dire una parola decisiva nella caccia al titolo mondiale. La conseguenza di questo tourbillon, fu l'eliminazione di una rabberciata selezione, incapace di reggere l'urto di squadre abbastanza modeste. Ma oltre all'Argentina v'era da registrare l'assenza anche di un altro pezzo da novanta, quell'Ungheria che proprio in quel lasso di tempo viveva la fioritura di una straordinaria serie di campioni, a partire da Puskas e Hidekguti, che avrebbero potuto cercare senz'altro di vendicare la sconfitta del 1938. Purtroppo i problemi nazionali che viveva il mondo dell'Est, risolti con la pratica attrazione di tutta l'area nell'orbita sovietica, impedirono all'Ungheria, ma anche alla Cecoslovacchia, di prendere parte alla kermesse del 1950. 
Il Brasile, smanioso di rifarsi della sconfitta patita dagli azzurri nel 1938, vedeva nel suo Mondiale il mezzo migliore per affermare quella che riteneva la sua naturale supremazia sul resto del mondo, perseverando in quell'atteggiamento che gli era costato caro in precedenza e che lo accomunava ad un'altra squadra che della altezzosità aveva fatto il marchio di fabbrica: l'Inghilterra. Stavolta il ricordo di quanto successo nelle precedenti occasioni, fu attentamente studiato e si pensò bene di correre preventivamente ai ripari per evitare quelle defezioni che avevano un poco depauperato la qualità dei tornei prebellici. L'organizzazione si impegnò perciò a pagare le spese di viaggio delle squadre qualificate e in cambio ottenne dalla FIFA una formula che rispondeva meglio a criteri economici, quella imperniata su quattro gironi di qualificazione, che avrebbero dovuto qualificare solo le prime, che a loro volta avrebbero dato luogo ad un girone finale a punti. Era perciò bandita la finalissima, caso più unico che raro nella storia di simili manifestazioni. Il Mondiale, sarebbe però stato preceduto dalle Olimpiadi di Londra del 1948, ove si sarebbe svolto un torneo di football che portò alla ribalta il calcio nordico. La Svezia vinse quella competizione, fondando le sue fortune sulla neutralità che gli aveva permesso di restare fuori dal conflitto, mentre la Danimarca arrivò terza, eliminando proprio l'Italia. La reazione italiana a questa disfatta, si concretizzò nel vero e proprio saccheggio dei migliori talenti di quella squadra, a partire da John Hansen, acquistato dalla Juventus. Del resto, il calcio italiano, era tornato ad essere quella fiera dei sogni che aveva affascinato sin dai suoi esordi gli appassionati del nostro paese e l'apertura delle frontiere rispondeva ad una esigenza di ulteriore spettacolarizzazione. Purtroppo, nel maggio del 1949, la terribile Sciagura di Superga, privò in pratica il nostro football di tutti i suoi più rinomati campioni, gli stessi che erano attesi di lì ad un anno alla definitiva consacrazione internazionale, quella stessa che era stata rimandata a causa della guerra. Nel più grande disastro del calcio mondiale, perivano anche le speranze azzurre di poter vincere il mondiale per la terza volta aggiudicandosi così la Coppa Rimet. Una lunga notte aspettava il nostro calcio.   


ECATOMBE DI FAVORITE

Lo svolgimento del torneo vede clamorose sorprese. A partire da quelle dell'Italia e dell'Inghilterra, due delle favorite, eliminate da Svezia e Spagna. Purtroppo gli uomini del Grande Torino si rivelano insostituibili. Anche Brasile e Uruguay, in maniera diversa, avanzano verso la fase finale. Che si disputa a girone e senza la finalissima.

Oltre a Italia e Brasile, si qualificarono l'Inghilterra, la Yugoslavia, la Svizzera, la Svezia, la Spagna, la Bolivia, il Cile, il Paraguay, l'Uruguay, il Messico e gli USA. I favori del pronostico, andavano a Brasile, Inghilterra, Uruguay e Italia. Che erano le quattro teste di serie dei gironi, messi sù per poter avere nel girone finale proprio le stesse. L'Italia, a differenza di Germania e Giappone, aveva scongiurato l'espulsione dalla FIFA grazie ad un invito della Svizzera a giocare una amichevole nel 1945, in sostituzione della Spagna, che aveva defezionato proprio alla vigilia. L'ambiente azzurro, era però in preda a grande confusione e causa di questa era stata l'ingombrante presenza presenza di Pozzo. Araldo del Metodo, che reputava più adatto ai giocatori italiani, il vecchio Commissario Tecnico si era piegato a malincuore al Sistema, ma aveva compiuto un grave errore, convocando in azzurro giocatori che nel loro campionato giocavano col vecchio sistema di gioco invece di chiamare specialisti del Sistema. In conseguenza di ciò si erano persi ben tre anni e soltanto la disfatta ai Giochi Olimpici del 1948 aveva persuaso la nostra federazione ad accantonare l'uomo del doppio trionfo mondiale dell'anteguerra. Pozzo era stato sostituito da Ferruccio Novo, l'uomo che aveva costruito praticamente da zero il miracolo del Grande Torino, sul quale, naturalmente, sarebbe stata imperniata la nostra selezione. La Sciagura di Superga, si rivelò però esiziale per il calcio italiano. In particolare, con la scomparsa di Mazzola e Loik, forse la più grande coppia di mezzali mai prodotta dal nostro calcio, risaltava la mancanza di validi sostituti in quel ruolo, tanto che si provò a risolvere la cosa impiegando dei centravanti in quel ruolo. Ai problemi di carattere tecnico, si aggiunsero poi quelli derivanti dalla paura dei nostri giocatori di prendere l'aereo, dopo quello che era successo al Grande Torino. Si dovette perciò ripiegare sulla nave e la traversata pesò non poco sulla tenuta dei nostri giocatori. La prima partita dette una subitanea mazzata alle aspirazioni italiane: la Svezia, pur priva del trio Gren-Nordhal-Liedholm, che furoreggiava nel Milan, ma non era stato chiamato in ossequio alle leggi che regolavano il calcio nordico, rigorosamente dilettantistico, battè gli azzurri per 3-2, rendendo inutile il successivo 2-0 sul Paraguay. Purtroppo, le magagne di cui soffriva la nostra selezione, furono aggravate da alcuni errori fatti in sede di selezione dei 22 che dovevano andare ai Mondiali. A fronte di soli tre terzini, v'erano ben otto attaccanti. Inoltre erano stati lasciati a casa elementi affidabili come Fattori e Mari, che avrebbero potuto far comodo, preferendo puntare su esordienti come Furiassi e Magli. Decisiva, in negativo, fu inoltre la giornata storta del portiere italiano, Lucidio Sentimenti IV, il quale ebbe grandi responsabilità su almeno due reti svedesi, macchiando una grande carriera che ne aveva fatto uno dei migliori portieri del nostro calcio nel periodo a cavallo della guerra. Ma l'Italia non fu l'unica delle favorite ad uscire. Ancora più clamorosa fu l'eliminazione dell'Inghilterra, attesissima alla sua prima partecipazione. Dopo aver battuto facilmente il Cile, 2-0, i "Maestri" inciamparono proprio sull'ostacolo più facile, gli USA. Le parate del portiere Borghi e la rete di Gaetjens, concretizzarono ciò che alla vigilia si riteneva fantascienza. La notizia era talmente inaspettata che gli organi di stampa britannici, convinti di un errore di trasmissione oceanica, dettero notizia di una vittoria inglese per 10-1. Gli inglesi avrebbero ancora potuto rimediare, ma persero anche la partita contro la Spagna, 1-0, uscendo nel peggiore dei modi da un mondiale che doveva vederli tra i protagonisti. Andò meglio alle altre due favorite, il Brasile e l'Uruguay. La Celeste dovette sostenere una unica partita con la Bolivia, una sorta di allenamento al piccolo trotto, conclusosi 9-0, con cinque reti del regista Schiaffino, mentre il Brasile si qualificò abbastanza agevolmente, denotando però grosse difficoltà di fronte al catenaccio della Svizzera, cosa che avrebbe dovuto mettere in guardia il tecnico Flavio Costa. Il selezionatore brasiliano, aveva intuito per tempo che il grande avversario dei verdeoro era la fragilità difensiva, figlia di quell'atteggiamento di superiorità che aveva provocato danni nel 1938. Nel tentativo di unire spettacolarità di gioco e un minimo di protezione ai reparti arretrati, aveva adottato la "Diagonal", un modulo arioso che rivedeva il Sistema, fondato su quattro attaccanti, un interno che costruiva gioco, due mediani, un centrale difensivo e due terzini. Purtroppo per lui, il problema non era costituito dal modulo, ma dalla testa dei giocatori, come avrebbe dimostrato il prosieguo del torneo. Qualificate le quattro regine, poteva partire il girone finale.         

LA TRAGEDIA DI UN POPOLO

Quando tutto è pronto per la festa, succede l'incredibile. Il Brasile rivela ancora una volta i suoi limiti caratteriali e comportamentali e si fa battere dall'Uruguay di Schiaffino e Ghiggia dopo essere passato in vantaggio e quando basterebbe un semplice pareggio. Comincia quella che i critici definiranno, in maneira efficace, la "tragedia di un popolo".

Il girone finale, partì nel migliore dei modi per il Brasile. I grandi virtuosisti di Costa, maramaldeggiarono infatti con quella Svezia che aveva sbattuto fuori l'Italia. Il 7-1 finale, con quattro reti del centravanti arretrato Ademir, dimostrava nel modo più chiaro che il pronostico a favore dei verdeoro non era usurpato. E il risultato del Brasile, risaltava ancora di più se rapportato allo stentato pareggio dell'altra grande favorita, l'Uruguay, con la Spagna. Il 2-2 fu soprattutto dovuto alla grande giornata di uno dei migliori giocatori della storia del calcio platense, Obdulio Varela, il quale quel giorno aveva fatto gli straordinari, andando anche a segnare la rete del definitivo pareggio. A quel punto, il calendario avrebbe imposto lo scontro tra le due sudamericane, che però fu rimandato per ragioni di cassetta. Si giocò perciò la partita tra Brasile e Spagna, che si rivelò una nuova passerella trionfale per i ragazzi di Costa. Il 6-1 finale neanche riusciva a rendere chiaro il divario dimostrato quel giorno dal Brasile rispetto alle Furie Rosse e, naturalmente dava ulteriore fiato all'entusiasmo con cui la torcida brasiliana seguiva le vicende del torneo. A sua volta la Celeste stentava anche con la Svezia, riuscendo a raddrizzare il risultato solo nei minuti finali. La doppietta con cui Miguez donò la vittoria alla sua squadra, rese decisiva l'ultima partita tra Brasile e Uruguay che, in caso contrario, sarebbe stata puramente platonica.
Il 16 luglio 1950, in un Maracanà strabocchevole di folla (si parlò di oltre 200.000 spettatori) il Governatore dello Stato di Rio riversò tutta la sua vena retorica in discorso di saluto che, a posteriori, suona anche ridicolo: "Voi, o brasiliani, che io considero sicuri vincitori del torneo...Voi, o giocatori, che fra pochissime ore sarete acclamati Campioni del Mondo...Voi che non avete chi vi eguaglia nell'emisfero terrestre..." Queste le incaute parole che, ancora una volta, possono dare la misura della presunzione dei padroni di casa. I quali, avevano già preparato a puntino i festeggiamenti, ritenendo i rivali nulla di più di una vittima sacrificale. Era del tutto evidente che la lezione del 1938 non era servita a nulla, così come a nulla era servita l'umiliazione patita dai Maestri britannici, anche loro campioni del Mondo della presunzione, contro gli USA. Appena l'arbitro Reader dette il fischio di inizio, il Brasile prese a sciorinare il suo miglior calcio, fatto di finezze e prodezze tecniche, mentre la Celeste si chiuse in difesa, non disdegnando però rapidi contropiedi. Proprio in uno di questi, il centravanti Miguez colse un clamoroso palo, che però non ebbe il risultato di scuotere le certezze dei padroni di casa. Il primo tempo si chiuse perciò a reti bianche, tra la delusione della torcida, ansiosa di vedere i propri beniamini violare la rete avversaria. Ad inizio ripresa, Friaca segnò la rete del vantaggio, nel comprensibile tripudio della sterminata folla del Maracanà, che già pregustava l'inizio della festa. Il Brasile però, non volle fare calcoli e continuò a giocare il suo miglior calcio, senza però riuscire a mettere a segno la rete della sicurezza. Nel bel mezzo del forcing verdeoro, però, gli uruguayani non si scoraggiarono e, nel corso di un rapido e velenosissimo contropiede, colsero la rete del pareggio grazie ad una prima prodezza della piccola, funambolica ala Alcides Ghiggia che, dopo essersi letteralmente bevuto Bigode, servì a Schiaffino la palla dell'1-1. Il pareggio raffreddò l'entusiasmo della torcida, ma ancora non era successo nulla. In fondo, al Brasile bastava il pareggio per stravincere il suo Mondiale. Il problema, ancora una volta, fu di testa. Per gli uomini di Costa, sarebbe stato disonorevole non festeggiare la conquista del torneo con una franca vittoria, ragion per cui si riversarono tutti in avanti, alla ricerca della rete del 2-1. Che arrivò, ma non da parte loro, bensì da parte dell'Uruguay. Infatti, a dieci minuti dal termine, la tratta Schiaffino-Ghiggia si azionò ancora una volta e l'ala, lanciata dal suo regista, dopo aver messo col sedere per terra Barbosa, infilò la palla tra palo e portiere. Sul Maracanà scese a questo punto un irreale silenzio, mentre i brasiliani cercavano di raddrizzare, invano, il risultato. Al triplice fischio finale di Reader, alcuni tifosi di casa furono colti da infarto, altri cercarono di provocare incidenti, mentre la grande massa degli stessi si abbandonava ad un pianto disperato. Cominciava quella che qualcuno definì la "tragedia di un popolo", lo stesso che aveva riversato sulla manifestazione aspettative smodate, senza capire che esistevano anche gli altri e che gli avversari, vanno battuti sul campo. Se la critica neutrale affermò che la squadra migliore aveva perso, la beffa del Maracanà si rivelò la giusta punizione per un movimento calcistico troppo occupato a specchiarsi e a privilegiare inutili estetismi. La lezione stava però per essere compresa.