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IL MONDIALE SBARCA IN FRANCIA

Il dibattito sulla legittimità del successo italiano del 1934, infuria ancora a lungo. L'occasione per verificarla arriva quattro anni dopo, quando i Mondiali vengono affidati alla Francia, capofila degli scettici. La scelta fatta dalla FIFA provoca polemiche soprattutto tra i paesi sudamericani. Il Brasile partecipa, Uruguay e Argentina, no.

L'entusiasmo sollevato in Italia dalla vittoria del 1934, non fu minimamente offuscata dalle polemiche che continuarono a lungo dopo la manifestazione. Si poteva comunque pensare che l'Italia non fosse più forte della Cecoslovacchia sconfitta in finale, ma rimaneva un dato di fatto indiscutibile: la nazionale azzurra, forgiata da Pozzo, era squadra di grande livello e ricca di orgoglio. La dimostrazione di questo assunto si ebbe del resto proprio nel novembre del 1934, quando i superbi inglesi pensarono bene di sfidare i campioni del mondo, sicuri di rifilare loro una lezione in grado di esplicare la distanza siderale che ritenevano intercorresse ancora tra loro e il resto del mondo pedatorio. L'avvio di contesa fu traumatico per i ragazzi di Pozzo: l'Inghilterra si portò in pochi minuti sul 3-0 e, soprattutto, l'Italia rimase in dieci a causa della frattura del piede sinistro di Monti, intercorsa durante un terrificante scontro con il poderoso centravanti Drake. Ancora una volta, però, gli azzurri riuscirono a tirare fuori riserve sconosciute di orgoglio e tenacia e, pur in inferiorità numerica, riuscirono a segnare due reti e a mettere paura ai "Maestri", tanto da uscire da Highbury come vincitori morali. A ulteriore dimostrazione della maturità raggiunta dai Campioni del Mondo, arrivarono nel 1935 la seconda vittoria nella Coppa Internazionale e il successo della seconda squadra alle Olimpiadi di Berlino del 1936, a dimostrazione di un movimento capace ormai di sfornare campioni su campioni, assicurando in tal modo ricambi di valore al tecnico.
Nel 1936, i vertici della FIFA, riuniti a Berlino, avrebbero dovuto decidere la sede dei mondiali che sarebbero stati disputati due anni dopo. Secondo consuetudine, sarebbe dovuto toccare ad un paese sudamericano, ma l'esperienza del 1930, quando le compagini europee avevano defezionato in massa, consigliò l'organismo che sovrintendeva al calcio mondiale di ricorrere ancora una volta alla Vecchia Europa. E visto che Jules Rimet, era il vero e proprio padre della manifestazione, la scelta ricadde sulla Francia. La decisione della FIFA provocò naturalmente polemiche in Sudamerica. L'Uruguay, ancora piccato per lo sgarbo del 1930, si chiamò immediatamente fuori, anche perchè l'avvento del professionismo aveva provocato grande disordine nel calcio platense. Anche l'Argentina decise di chiamarsi fuori, piccata per la scelta della Francia e anche perchè ancora una volta si temette il saccheggio dei migliori talenti da parte del calcio europeo, italiano in particolare. Aderì invece il Brasile, il cui movimento calcistico, ormai arrivato a livelli altissimi, ambiva ad un riconoscimento internazionale che era mancato nelle prime due edizioni del Mondiale. La pax interna stabilita tra le varie confederazioni, garantiva la presenza di una squadra all'altezza delle fondate ambizioni verdeoro e compensava, almeno in parte, le defezioni di Argentina ed Uruguay. A queste due illustri assenze, se ne dovevano aggiungere altre per quanto concerne il calcio europeo. Non avrebbe potuto partecipare l'Austria: il Wunderteam aveva cessato di vivere in concomitanza con il paese, assorbito dalla Germania hitleriana. I tanti campioni coltivati negli anni passati da Hugo Meisl avrebbero potuto innervare la nazionale tedesca, ma ciò si rivelò impossibile all'atto pratico a causa delle differenze tattiche tra le due scuole: allevati a pane e Metodo, gli austriaci non riuscirono a digerire il passaggio al Sistema, anche perchè scarsament4e motivati. Non avrebbe partecipato neanche la Spagna, a causa della guerra civile scoppiata proprio nel 1936 a seguito dell'Alzamiento del Generale Franco contro la Repubblica. E naturalmente, non partecipò neanche la solita Inghilterra che, invitata a prendere il posto dell'Austria, declinò l'invito con la motivazione che il tempo a disposizione per preparare una squadra adeguata mancava.
Per la prima volta, la FIFA adottò la regola in base alla quale la nazione organizzatrice e quella detentrice avrebbero avuto garantita la partecipazione. Le altre consorelle, vennero fuori dalle qualificazioni e furono: Germania, Svezia, Norvegia, Polonia, Romania, Svizzera, Ungheria, Cecoslovacchia, Belgio, Olanda, Brasile, Cuba e Indie Olandesi. Tutto era pronto per cominciare.
   

LA FINALE E' TRA ITALIA E UNGHERIA

Ancora una volta, la situazione politica condiziona il Mondiale. Ne fa le spese soprattutto l'Italia di Pozzo, vista come una diretta emanazione del regime. La partita con la Norvegia si trasforma in una manifestazione contro il fascismo. L'Italia va però avanti ed elimina anche la Francia e il presupponente Brasile di Leonidas, trovando in finale l'Ungheria.

Ancora una volta, il Mondiale risentì non poco di quanto avveniva all'esterno. I rapporti internazionali andavano deteriorandosi in continuazione e i venti di guerra aleggiavano sinistramente sulla vita di tutti i giorni. Inoltre la situazione politica, con i movimenti fascisti che facevano sentire la loro voce in gran parte dell'Europa e le scorie lasciate dalla Guerra Civile spagnola, si rifletteva non poco sulle vicende sportive. Già le Olimpiadi di Berlino del 1936, erano state usate da Hitler come grande tribuna propagandistica e avevano caricato di significato le grandi imprese di Jesse Owens. A risentire di ciò che andava avvenendo, fu più di tutte le altre la squadra italiana. In Francia, infatti, viveva una numerosissima colonia di connazionali emigrati oltralpe per sfuggire alla repressione e alle galere fasciste e la prima partita dei campioni del Mondo divenne una grande occasione per manifestare la loro ripulsa verso il regime. All'entrata in campo di Italia e Norvegia, non meno di diecimila italiani presero a manifestare il loro rancore verso quel fascismo che li aveva costretti a lasciare il paese natio e, quando la squadra azzurra fece il solito saluto romano che era diventata una insulsa abitudine prepartita, scoppiò il finimondo. Per fortuna la situazione si ristabilì e la gara si giocò regolarmente, denotando però serie difficoltà di gioco da parte dell'Italia, che riuscì a salvarsi soltanto ai supplementari e grazie alle grandi parate di Olivieri. Negli altri ottavi, passarono la Svizzera (a sorpresa sulla Germania), il Brasile, che stentò con una coriacea Polonia, Cuba che eliminò clamorosamente la Romania, la Cecoslovacchia (rotondo 3-0 sull'Olanda), la Francia (3-1 al Belgio), Ungheria (facile 6-0 alle Indie Olandesi) e la Svezia, favorita dal sorteggio. 
Nei quarti di finale, la sfida più intrigante fu quella tra Italia e Francia, coi transalpini favoriti dal giocare davanti a 60.000 connazionali. La partita, giocata a Colombes, spiegò a coloro che ancora non avevano capito, la forza degli azzurri. La squadra di Pozzo, che aveva cambiato le ali Ferraris II e Pasinati con Biavati e Colaussi, e l'ormai logoro Monzeglio con Foni, cominciò a sciorinare gioco spettacolare sin dai primi minuti della contesa. Passata in vantaggio con Colaussi, l'Italia fu costretta a subire il pari di Heisserer, senza però scomporsi minimamente. Nel secondo tempo venne alla ribalta Piola e i francesi dovettero rendersi conto che le polemiche scatenate contro l'Italia si erano trasformate in un boomerang. Nelle altre partite dei quarti, la Svezia eliminò comodamente Cuba, l'Ungheria passeggiò sulla svizzera di Trello Abegglen e il Brasile incontrò non poche difficoltà con la Cecoslovacchia e dovette sobbarcarsi un nuovo tour de force, dopo quello sostenuto coi polacchi. Pareggiata la prima partita, le due squadre disputarono la bella due giorni dopo la vera e propria rissa che avevano sostenuto e che era costata cara ad entrambe: Nejedly con un piede rotto, Planicka fratturato ad un braccio, tre espulsi e Leonidas, Peracio e Kostalek infortunati. Le defezioni cui furono obbligate le due squadre, favorì il Brasile, che aveva ricambi migliori, ma la sua vittoria fu aiutata anche da una svista clamorosa dell'arbitro, il quale non si accorse di un pallone che aveva oltrepassato la linea di porta dopo essere sfuggito al portiere Walter.
Le semifinali videro perciò di fronte, da una parte Ungheria-Svezia e dall'altra Italia-Brasile. La Svezia, sino a quel punto aiutata dalla fortuna, non oppose grande resistenza all'Ungheria, finendo sommersa da un 5-1 abbastanza eloquente. Di ben altra caratura fu la semifinale tra Italia e Brasile. La selezione sudamericana, aveva infatti alcuni autentici fuoriclasse, tra i quali spiccavano il terzino Domingos Da Guia, considerato il più forte del mondo nel suo ruolo e il centravanti Leonidas, detto "il diamante nero", che alla fine della manifestazione avrebbe messo a segno la bellezza di otto reti in tre partite. La semifinale, fu preceduta da una vicenda romanzesca. Pozzo, infatti, si presentò al ritiro brasiliano per fare una proposta naturalissima, quella di lasciare l'unico aereo a disposizione per recarsi a Parigi per la finalissima, alla squadra vincente. La risposta dei dirigenti brasiliani, fu in linea con la presupponenza spesso mostrata dai giocatori verdeoro: l'aereo sarebbe stato usato dai brasiliani in quanto sarebbero stati loro a vincere la semifinale. Naturalmente Pozzo, che era un fine psicologo, riferì ai suoi ragazzi l'accaduto, stimolandoli ulteriormente, come si vide poi sul campo. Ad ulteriore conferma dell'alterigia brasiliana, il grande Leonidas era stato risparmiato per la finale e il suo posto era stato preso da Romeu. Chiuso il primo tempo sullo 0-0, gli azzurri passarono in vantaggio con Colaussi, costringendo gli avversari a riversarsi in attacco. In questo modo, però, il Brasile lasciò vere e proprie praterie al contropiede italiano che portò al 2-0, firmato da Meazza su rigore, assegnato dall'arbitro per un fallo di Domingos su Piola e rese vano il goal della bandiera di Romeu. La finale era perciò Italia-Ungheria.      


L'ITALIA DI POZZO FA IL BIS

La finale tra Italia ed Ungheria, si dimostra un bellissimo spettacolo. E' però l'Italia a fare la parte del leone, dimostrandosi degna del titolo vinto quattro anni prima. Gli uomini di Pozzo dimostrano di aver assimilato alla perfezione la lezione del Commissario Tecnico e non danno scampo ad una comunque superba Ungheria.

Italia e Ungheria erano dunque le squadre emerse dal lotto delle sedici pretendenti. Ancora una volta, perciò, era una squadra danubiana a contendere agli azzurri la prestigiosa statuetta che andava ai Campioni del Mondo. La squadra ungherese aveva il suo miglior giocatore in Gyula Zsengeller, un interno dotato di classe cristallina e mortifero senso del goal, autore in carriera di oltre 600 reti. Era lo stesso Zsengeller che, nell'immediato dopoguerra arrivò a Roma, sulla sponda giallorossa, a dispensare gli ultimi brandelli di una classe infinita. Accanto a lui tanti altri campioni, degni interpreti di quella scuola danubiana che nei primi decenni del secolo si era rivelata all'avanguardia e che fondava sulla sapienza tecnica la sua fortuna, a partire da Giurka Sarosi, che in un incontro del 1937 aveva rifilato ben sette delle otto reti (a tre) con cui l'Ungheria aveva distrutto la Cecoslovacchia a Praga. Elementi come Toldi, Titkos e Vincze, non avevano nulla da invidiare ai grandi giocatori che avevano fatto dell'Ungheria uno dei giganti del calcio mondiale nei primi decenni del secolo e il modo in cui era stato preparato il mondiale, con certosina attenzione a ogni dettaglio, dicevano chiaramente che l'obiettivo dei magiari non poteva che essere uno: la vittoria finale. Il solito Metodo, adattato alle caratteristiche tecniche dei giocatori, anche se ormai messo in discussione dall'avanzata del Sistema, si era rivelato ancora una volta il modulo più adatto per una squadra che, se alla vigilia, era stata messa in sottordine nei pronostici dalla Cecoslovacchia, nel corso del torneo aveva dispiegato tutte le sue doti migliori, meritando la finalissima.
L'Italia, usciva dalla prima fase del Mondiale con una reputazione enormemente rafforzata. I superbi francesi, al termine del quarto di finale con gli azzurri, avevano sportivamente concluso che molte delle chiacchiere fatte sulla vittoria italiana di quattro anni prima, tali erano. I brasiliani, a loro volta, non avevano saputo far tesoro della presupponenza mostrata prima della semifinale, costringendo i giocatori italiani a fare il trasferimento verso Parigi in treno. Per fortuna, i tre giorni che intercorrevano tra le due partite finali, avevano ritemprato i ragazzi di Pozzo, i quali cominciarono la finalissima con la consapevolezza di essere i più forti. Nelle loro file, stavolta, v'era un solo oriundo, il centromediano Andreolo, ma di fondamentale importanza nel gioco italiano. Forte nei contrasti e nel gioco aereo, sapeva unire alla fase difensiva una grande intelligenza nella costruzione del gioco e, soprattutto, sapeva lanciare palloni di lunga gittata con precisione millimetrica, dando ulteriore velocità al micidiale contropiede che già in quell'epoca costituiva una delle maggiori prerogative del nostro gioco.
Forte di questa consapevolezza, la squadra di Pozzo iniziò a spron battuto la contesa, passando in vantaggio già al quinto minuto con Colaussi. L'Ungheria non dette segni di demoralizzazione e la sua immediata reazione, portò al pareggio di Titkos dopo solo due minuti. Era però soltanto un episodio, poichè l'Italia ricominciò a tessere il suo gioco senza dare segni di turbamento e a creare una occasione dopo l'altra. Il tourbillon offensivo degli azzurri, si concretizzò al sedicesimo, quando Piola realizzò la rete del vantaggio alla fine di uno scambio con Ferrari, la cui velocità non permise alcuna difesa. Non era però finita qui, poichè a dieci minuti dalla fine del tempo, Colaussi segnò la terza rete, grazie ad un magnifico tiro pieno di effetto, che sembrò chiudere definitivamente la contesa. Non fu così, perchè nel secondo tempo, dopo un palo di Biavati, l'Ungheria accorciò ancora le distanze con Sarosi. L'illusione danubiana di poter riprendere per i capelli una partita data già per persa, durò però poco. Fu ancora Piola a porre il sigillo definitivo sulla gara, sfruttando un traversone dell'inesauribile Biavati per battere Szabo. Era il canto del cigno di una squadra che avrebbe potuto ancora dare molto, ma che fu fermata dalla guerra. Lo stesso Pozzo era arrivato all'apice della sua carriera. Nel dopoguerra, sarebbe stato in pratica esautorato dall'avvento ormai irrefrenabile del Sistema e, anche, dagli strascichi di una sua presuna adesione al fascismo che invece non era mai esistita. Anzi, documenti posti sotto tutela dal Ministero dei Beni Culturali, dimostrarono esattamente il contrario: il Commissario Tecnico aveva partecipato alle operazioni del Comitato di Liberazione Nazionale di Biella aiutando nell'organizzazione degli aiuti ai prigionieri alleati e del loro passaggio in Svizzera.