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NASCE IL MONDIALE

E' il 1930 e nasce finalmente il campionato mondiale per rappresentative nazionali. La vigilia dell'evento, vede però la defezione delle nazionali europee più forti. Per una causa o per l'altra, Inghilterra, Italia, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia, rinunciano a partecipare. Partono alla volta di Montevideo, solo Romania, Belgio, Francia e Yugoslavia.

Il grande sviluppo del calcio, nei primi decenni del secolo, aveva accomunato i più disparati paesi, quà e là per il globo. Il nuovo gioco inventato dagli inglesi, era ben presto sbarcato nelle più disparate contrade, incontrando ovunque grandissimo successo. Soltanto nel 1930, però, la Federazione Internazionale riuscì ad organizzare il primo mondiale, che, nelle intenzioni dei dirigenti internazionali dell'epoca, avrebbe dovuto dare ulteriore impulso alla diffusione dello sport pedatorio. Purtroppo le polemiche sollevate dalla decisione di affidarne l'organizzazione all'Uruguay, affievolirono molto la portata dell'avvenimento, in quanto le squadre europee, per un motivo o per l'altro, decisero quasi tutte di disertare l'avvenimento. L'Inghilterra, che non faceva parte della FIFA, non prese neanche in considerazione l'ipotesi di partecipare, mentre Cecoslovacchia, Austria e Ungheria, vessillifere della famosa scuola danubiana declinarono l'invito a causa del rifiuto da parte delle società di pagare stipendi ai giocatori selezionati. Infine l'Italia, recente vincitrice della Coppa Internazionale, un prototipo del campionato europeo, seguì l'esempio delle consorelle decidendo di lasciare a casa una selezione che avrebbe avuto grandi possibilità. Il motivo del rifiuto non fu mai chiaro, ma molti, all'epoca, pensarono che uno dei motivi era legato al timore di possibili rappresaglie al vero e proprio saccheggio che in quel lasso di tempo i clubs italiani stavano compiendo ai danni del calcio sudamericano, grazie all'escamotage della doppia nazionalità. 
Naturalmente, in Uruguay, paese ove il calcio aveva avuto uno sviluppo incredibile, anche se limitato in pratica alla sola città di Montevideo, le rinunce in questione non furono digerite molto facilmente, come del resto sarebbe stato dimostrato dalla successiva defezione della Celeste ai Mondiali successivi.
Ad accettare l'invito, furono così soltanto paesi di secondo piano dello scenario calcistico europeo, come Belgio, Romania, Francia e Yugoslavia. Le prime tre selezioni, partirono alla volta dell'Uruguay a bordo del "Conte Verde", insieme a Jules Rimet, e ad altri delegati della FIFA, ma soprattutto insieme alla preziosa coppa che sarebbe andata alla squadra vincente. Opera dell'orafo francese Lafleur, il trofeo pesava circa 1800 grammi di oro massiccio interamente cesellato e rappresentava una vittoria alata con le braccia che reggevano una tazza. La Coppa Rimet, come fu successivamente ribattezzata, sarebbe definitivamente andata alla squadra che ne avesse vinto tre edizioni, anche non consecutive. La traversata atlantica, fu un vero e proprio massacro per i giocatori europei i quali, al fine di tenersi in allenamento, si allenarono sui ponti di bordo, spedendo una gran quantità di palloni in mare. Ancora una volta, però, sarebbero stati gli assenti ad avere torto: il Mondiale stava per cominciare e si sarebbe ben presto rivelato un grande successo di carattere finanziario e sportivo. Ben altra accoglienza fu riservato al Mondiale da parte dei paesi sudamericani e degli Stati Uniti, come era del resto comprensibile. Non dovendo affrontare un viaggio così lungo, squadre come Argentina, Uruguay e Brasile, ove il calcio era già lo sport più praticato, avevano grandi possibilità di vittoria finale, a prescindere dalla partecipazione delle squadre europee più forti. Le tredici squadre partecipanti, furono suddivise in quattro gironi, ognuno dei quali aveva una testa di serie. Come teste di serie furono designate Argentina, Brasile, Uruguay e Stati Uniti. 

SORPRESE E CONFERME

Il torneo comincia il 13 luglio, alle ore 14 e arrivano le prime sorprese. Gli USA battono il Belgio, ma, soprattutto, il Brasile targato carioca viene buttato fuori dalla Yugoslavia. Uruguay e Argentina, faticano all'inizio, ma vanno avanti. La partita tra Argentina e Cile finisce con la polizia a cavallo in campo. La finale è quella desiderata dagli organizzatori: Uruguay-Argentina.

Lo scenario del torneo avrebbe dovuto essere esclusivamente lo Estadio Centenario, ma lo stato di ritardo dei lavori ne rese impossibile l'uso sin dall'inizio, cosicchè l'inizio del Mondiale fu dato, alle ore 14 del 13 luglio, contemporaneamente a Pocitos e al Parque Central, ove si sfidarono Francia-Messico e Stati Uniti-Belgio. I francesi, pur in dieci uomini per buona parte della partita, a causa dell'infortunio del portiere Thepot, riuscirono a rifilare un robusto 4-1 ai messicani, di fronte a poco più di 500 spettatori, mentre gli Stati Uniti, seguiti da oltre 4.000 spettatori, non ebbero soverchi problemi a battere il Belgio. Proprio la sconfitta del Belgio, sollevò un certo scalpore, in quanto esso era stato indicato come una delle possibili outsiders. A rendere impossibile una dignitosa difesa concorse la forzata assenza del miglior giocatore belga, quel Raymond Braine che di lì a poco si sarebbe accasato allo Sparta Praga. La seconda sconfitta patita ad opera del Paraguay, trascinato dal suo giocatore di maggiore caratura, il centravanti Caceres, che militava nel Boca Juniors, costò ai belgi la prematura eliminazione dal torneo. Molto meglio di loro, fece invece la Jugoslavia, la quale in vista dell'impegno mondiale aveva richiamato in patria i molti giocatori che militavano all'estero, a partire da Beck, Sekoulic e Stefanovic, che giocavano in Francia. A dar loro manforte, c'erano poi elementi di spicco come Marianovic (che negli anni '50 allenò la Lazio) e il portiere Jakovic, segnalato alla fine del torneo tra i migliori giocatori in assoluto della manifestazione. La Jugoslavia riuscì ad eliminare il Brasile, suscitando grande sorpresa tra gli addetti ai lavori che, pur sapendo che i verdeoro non avevano presentato la miglior formazione possibile, portando quasi tutti giocatori di Rio de Janeiro, avevano pronosticato ben altro cammino ad una squadra ove militavano giocatori di ottima levatura come Fernando Giudicelli (poi al Torino), Patuska (colonna del Santos), Gervasoni e Itaia. Come sarebbe successo tante altre volte, il Brasile denunciò grosse pecche difensive permettendo agli slavi di affondare come la lama nel burro. Il risultato finale di 2-1, con reti di Tirnanic e Beck, permise così alla Jugoslavia di approdare alle semifinali, rispedendo a casa la Selecao. Andò meglio ad un'altra delle grandi favorite della vigilia, l'Argentina, i cui giocatori si erano preparati al meglio in vista dell'appuntamento mondiale votandosi per una volta alla sofferenza, rappresentata per Peucelle dai venti giri di campo al giorno cui il forte attaccante si era prestato a scapito dell'amata palla. I biancocelesti scesero in campo per la prima volta il 15 luglio, trovando una accanita resistenza da parte della Francia. Ancora una volta i galletti furono sfortunati, trovandosi in dieci a causa dell'infortunio occorso a Laurent, ma riuscirono ad opporre una grande tenuta difensiva agli assalti argentini che, solo a pochi minuti dal termine, riuscirono a sortire esito positivo grazie ad una punizione dalla grande distanza di Luisito Monti. A questo punto i tricolori si riversarono in avanti, ma a quattro minuti dal termine, proprio mentre Maschinot stava per buttare in rete la palla del pareggio, furono fermati dal triplice fischio di chiusura dell'arbitro, il brasiliano Almeida Rego. Le giuste rimostranze dei francesi fecero tornare sui suoi passi l'arbitro, ma ormai la grande occasione era svanita. Anche l'Uruguay incontrò, a sorpresa, grandi difficoltà nella prima partita del suo torneo, che avvenne il 18 luglio di fronte ad 80.000 spettatori che avevano gremito il Centenario e soltanto una rete di Castro, detto "Il monco", alla mezzora della ripresa, riuscì a piegare la resistenza del coraggioso Perù. Nella seconda uscita, le cose per la Celeste andarono molto meglio e spazzando via la Romania, la selezione di casa si assicurò l'accesso alle semifinali. Più faticoso fu il cammino dell'Argentina che per passare dovette superare nella partita decisiva un irriducibile Cile, anche grazie ad un gioco rude nel quale si distinse Monti e che provocò un parapiglia generale sugli spalti, sedato solo dall'intervento della polizia a cavallo. Uruguay, Argentina, USA e Yugoslavia erano perciò le quattro semifinaliste che vedevano il loro nome finire nell'urna del sorteggio, il quale andò nella direzione sperata dagli organizzatori: Uruguay e Argentina si evitarono e capitarono rispettivamente con Yugoslavia e USA. Le semifinali si rivelarono un semplice pro forma, troppo grande il gap tecnico tra le squadre in campo e finirono entrambe 6-1. Scoccava l'ora della finalissima.    

LA VITTORIA DELLA CELESTE

La partita tra Uruguay e Argentina provoca una attesa spasmodica sulle due rive del Rio de la Plata. Dall'Argentina arrivano 20.000 tifosi. L'arbitro Langenus accetta solo a due ore dalla partita di dirigere e chiede una congrua assicurazione sulla vita. Incidenti gravissimi sugli spalti precedono la gara che viene vinta dalla Celeste per 4-2.

Quella tra Uruguay e Argentina, era in pratica una rivincita delle Olimpiadi del 1928, che aveva visto prevalere la Celeste al termine di una doppia palpitante finale. Un primo rendez vous si era già verificato nel 1929, quando l'Argentina aveva organizzato e vinto la Coppa America, battendo proprio la Celeste, ma naturalmente la finalissima del mondiale era vetrina di ben altro spessore rispetto al campionato sudamericano. Come arrivavano le due squadre alla finalissima? Abbiamo già parlato dell'attenzione che gli assi argentini avevano riservato, contrariamente alle loro abitudini, alla preparazione atletica. L'Uruguay aveva a sua volta trascorso un mese in completa reclusione, tanto che il portiere Mazali, una delle leggende del calcio uruguaiano, era stato estromesso dal selezionatore Supicci, essendo stato sorpreso mentre rientrava nel ritiro con le scarpe in mano al termine di una scappatella notturna. Era stata una decisione dolorosa, vista anche la statura di Mazali, il primo portiere ad intuire che quando il pericolo si faceva reale bisognava lasciare i pali per andare incontro all'avversario, ma Supicci aveva ritenuto che rompere il regime di severa disciplina da lui imposto, sarebbe stato pericolosissimo e perciò aveva affidato la maglia di portiere a Ballestrero.
La rivalità tra le due rive del Rio della Plata era il primo grande problema che gli organizzatori dovettero affrontare. Da Buenos Aires arrivarono ben 30.000 richieste, ma soltanto 20.000 richieste furono evase. All'ingresso dello stadio le perquisizioni sommarie effettuate dalla polizia, portarono alla scoperta di un vero e proprio arsenale: petardi, coltelli e revolver furono rinvenuti tra i tifosi che, evidentemente, pensavano che alla battaglia sportiva dovesse seguirne una di ben altro genere. In mancanza di armi, i tifosi più ardenti decisero che era il caso di usare le mani e, prima della partita, scoppiarono incidenti in molti settori del Centenario, con la polizia che faticò non poco a contenere l'eccitazione. Il secondo problema, fu quello arbitrale. Il belga Langenus, decise di accettare la designazione soltanto due ore prima della partita e dopo la sottoscrizione di una congrua polizza sulla vita e l'assicurazione di essere protetto da un fitto stuolo di poliziotti. Evase queste due pratiche, tutto poteva dirsi pronto per la partita che, però, fu preceduta da una clamorosa rinuncia tra le file della Celeste: il centravanti Peregrino Anselmo, che era stato la grande rivelazione del torneo, decise infatti di non giocare, senza tra l'altro fornire spiegazioni valide. Più di un osservatore, pensò bene di collegare questo forfait alla presenza dall'altra parte di quel Luisito Monti la cui cattiveria agonistica, al limite del killeraggio sportivo, faceva paura a più di un avversario. E non soltanto paura, visto il modo in cui il "centromediano che cammina" aveva azzoppato il cileno Subiabre nel corso delle eliminatorie. Lo stesso Monti, però, nei giorni precedenti allo scontro, aveva deciso di non giocare la finalissima, a causa dei commenti della stampa locale sul suo modo di giocare e, soprattutto, per le minacce telefoniche che aveva ricevuto. Fu necessario far partire dall'Argentina due dirigenti del San Lorenzo de Almagro, la sua squadra di club, per convincerlo ad accettare la designazione di Olazar. La vigilia fu movimentata anche dall'infortunio a Varallo, punta di diamante dell'attacco argentino, che alla fine fu schierato dal tecnico, confidando evidentemente nella classe del giocatore e nel suo orgoglio. La partita iniziò bene per i padroni di casa, che riuscirono subito a colpire con precisione chirurgica il tallone di Achille dei rivali, la difesa. Al 12', infatti, dopo una serie di attacchi veloci e pericolosi dei biancocelesti, l'ala Dorado approfittò di un passaggio di Castro per trafiggere Botasso. La rete di vantaggio, però, invece di esaltare i padroni di casa, ebbe l'effetto opposto e l'Argentina spostò in avanti il baricentro del proprio gioco, riducendo al minimo le insidie per la propria difesa. Al 20', Peucelle trafisse Ballestrero con un fendente a mezza altezza, ma la furia argentina non accennò ad esaurirsi, tanto che al 37' "El Filtrador" Stabile, con un toccò beffardo da distanza ravvicinata portò in vantaggio i suoi, nell'immaginabile tripudio degli oltre 20.000 argentini convenuti al Centenario. La selezione argentina continuò ad attaccare, alla ricerca della rete della sicurezza, ma ancora una volta si rivelò un gigante dai piedi di argilla e, su un lungo lancio proveniente dalle retrovie, Scarone riuscì a fare da torre per Cea, il cui tiro trafisse Botasso. Era il dodicesimo della ripresa, ancora dieci minuti ed ecco il sorpasso ad opera di Iriarte. Ormai la difesa argentina era chiaramente in fase di confusione, anche se gli avanti provarono ancora una volta a rimettere in sesto una partita che cominciava a pendere dalla parte avversaria. Il pareggio sembrò cosa fatta quando Varallo indirizzò la palla nella porta incustodita, ma Andrade, con un guizzo portentoso, riuscì a respingere l'insidia spegnendo in gola ai tifosi argentini l'urlo liberatorio. Il sigillo al trionfo della Celeste, fu posto da Castro, ma la finale lasciò strascichi clamorosi. La federazione argentina, infatti, decise di rompere ogni rapporto con la consorella platense, mentre gli organi di stampa dei due paesi cominciarono una incredibile campagna, che deteriorò non poco i rapporti tra gli stessi. Quando la polvere sollevata dalle polemiche si placò, fu possibile ragionare sul dato di fatto emesso dalla partita: l'Uruguay aveva vinto, perchè sul piano tattico aveva capito che una squadra non poteva fondarsi solo sulle grandi giocate dei suoi solisti, ma era un organismo nel quale ogni compoennte doveva portare il suo mattone alla costruzione della vittoria.