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UN CAMMINO STENTATO

La dirigenza ignora i campanelli d'allarme. La Roma vola, la Lazio non decolla. Ancora un torneo in tono minore. I due pareggi nei derbies, le uniche due perle in una stagione completamente da dimenticare. I clamorosi incidenti del derby di ritorno provocano l'intervento dei carabinieri a cavallo.

Dopo una stagione nel segno della sofferenza i tifosi della Lazio si sarebbero aspettati un deciso rafforzamento della squadra, che invece non arrivò. Ignorando i numerosi campanelli di allarme suonati nel corso del primo torneo a girone unico, la dirigenza biancoceleste dette luogo ad una campagna estiva in tono assai dimesso che vide la partenza di uno dei punti di forza della squadra, l'interno Rier ( ceduto alla Juventus in cambio di Zanni) e l'arrivo di Lamon. E per fortuna che la Lazio decise di non procedere alla ventilata cessione dell'"Ammiraglio" Malatesta, uno dei migliori della stagione appena conclusa, che avrebbe reso ancora più debole un reparto centrale che già non era di grandissima qualità. Il risultato fu un altro torneo in tono minore, arricchito soltanto dai due pareggi ottenuti nei derbies che tra l'altro ebbero il risultato di frenare la corsa verso lo scudetto della Roma che proprio in quel torneo stava confermando la validità del disegno che ne aveva ispirato la nascita contendendo lo scudetto alla grande Juventus palmo su palmo. In particolare la seconda stracittadina stagionale si concluse con la forza pubblica in campo nel tentativo di fermare i gli incidenti tra le rispettive tifoserie e con botte da orbi tra i giocatori, innescati da un incidente che aveva visto protagonisti Vaccaro (sempre lui!) e il terzino giallorosso De Micheli. Vaccaro infatti, sul punteggio di 2-1 per la Lazio e al culmine del serrate offensivo della Roma, aveva allontanato il pallone proprio mentre arrivava trafelato De Micheli, provocando un alterco al termine del quale i due si erano clamorosamente azzuffati, a ulteriore conferma del fatto che la rivalità tra Lazio e Roma non aveva, sin da allora, eguali nel quadro del nostro calcio.
Tra le poche note liete di una stagione ancora una volta molto al di sotto delle legittime aspettative della tifoseria, v'era da registrare l'arrivo dal Brasile dei due cugini Fantoni, (Octavio, ottimo mediano che riuscì anche ad indossare la maglia della nostra Nazionale e Juan, attaccante dotato di grandi doti manovriere), provenienti dalla Palestra Italia, giocatori che avevano subito dimostrato di saperci fare e confermato le referenze che li avevano accompagnati nell'avventura romana. Il loro arrivo apriva una pista che la Lazio decise di percorrere nella maniera più decisa possibile. 

LA BRASILAZIO

Roma succursale del Brasile. Tanto rumore per nulla. La Brasilazio si trova a malpartito contro le munite difese italiane. Le magie di Filò e le stranezze di Barbuy. La società decide di cambiare rotta e di tornare alla pista austriaca: l'arrivo di Sturmer e la nascita del grande vivaio laziale.

A questo punto la dirigenza biancoceleste (era divenuto presidente nel frattempo quel Remo Zenobi che avrebbe segnato un epoca) decise di cambiare la rotta portata avanti sino a quel momento. Dati i buoni risultati che aveva dato l'innesto dei cugini Fantoni , furono fatti arrivare dallo stato sudamericano anche il forte terzino Del Debbio, Rizzetti, Serafini, Guarisi (funambolica ala che avrebbe partecipato ai mondiali del 1934), Castelli, Salatin, Tedesco e De Maria. I risultati di questo esperimento furono però deludenti. La "Brasilazio", allenata naturalmente da un brasiliano, Barbuy, non riuscì mai a decollare e anzi, rischiò addirittura la caduta in serie B, a causa del mancato adattamento dei suoi oriundi i quali si trovarono anche a lottare contro il particolare accanimento con cui li affrontavano gli italiani e non riuscirono mai ad adattarsi alla durezza di un calcio che già da allora andava configurandosi come uno dei più difficili da affrontare. Le grandi aspettative maturate nel corso dell'estate e confortate dalle prodezze dimostrate nelle amichevoli di preparazione al campionato, affogarono nel mare magno di un torneo infido e pieno di insidie, ove la scuola brasiliana, tutta improntata sulla finezza tecnica, trovava a scontrarsi con la fisicità del gioco di scuola piemontese o con la vera e propria scarponeria di molti terzini italiani. A farne le spese fu soprattutto il piccolo e classico Filò, la cui straordinaria abilità nel dribblare gli avversari fu ampiamente frenata dalla mancata tutela arbitrale di fronte alle scorrettezze che gli stessi usavano una volta vistisi superare dal brasiliano. Quando divenne conclamata la scarsa adattabilità dei brasiliani al campionato italiano, divenne del tutto naturale cambiare rotta nel torneo successivo, chiamando alla guida della squadra l'austriaco Sturmer, uno dei più quotati tecnici dell'epoca e riconosciuto interprete di primo piano della scuola danubiana e tenendo solo gli oriundi che avevano dimostrato affidabilità, come Guarisi, i cugini Fantoni, De Maria e Del Debbio. L'unico acquisto di rilievo in vista della stagione 1932-33 fu quello dell'attaccante Bisigato dal Bari, una delle maggiori promesse del nostro calcio, strappato dalla Lazio ad una concorrenza molto folta che però non riuscì mai a confermare a Roma le doti messe in mostra coi galletti pugliesi. Le speranze della società erano tutte riposte sulla straordinaria abilità di Sturmer nel lavorare con i giovani, cosa che l'austriaco aveva già fatto egregiamente a Torino creando i Balon Boys e curando personalmente il loro addestramento. Compito che Sturmer assolse con grande abilità lasciando un ricordo indelebile presso gli sportivi romani grazie alla straordinaria formazione di pulcini (allora si chiamavano microbi) che annoverò nei suoi ranghi giocatori come Vettraino, Uneddu, Giovannini, Capponi, Ferri e Longhi, solo per fare alcuni nomi e soprattutto lasciando un patrimonio tecnico ad uso futuro, di straordinario valore. Non furono pochi coloro che, al termine del secondo conflitto mondiale, accolsero con grande rammarico la mancanza di notizie sul conto del tecnico austriaco, del quale si erano perse le tracce dopo che aveva seguito le truppe tedesche in ritirata sotto l'incalzare dell'offensiva alleata.

PICCOLO CABOTAGGIO

La bravura di Sturmer non basta a fronte della scarsità del materiale tecnico a sua disposizione. Si lanciano i giovani del vivaio per ovviare alle difficoltà di carattere economico. Una perla in tanto grigiore: la Lazio vince il primo derby della sua storia. Una data da ricordare.

Sotto la guida di Sturmer, la Lazio disputò due tornei non eccelsi (due decimi posti che comunque avevano il pregio di essere arrivati senza mai correre eccessivi rischi), nel corso dei quali il trainer austriaco, che già aveva mostrato nel corso della sua carriera particolare talento nel trattamento degli elementi più giovani, dedicò le sue attenzioni soprattutto al vivaio dal quale attinse a piene mani per rimediare alla cronica mancanza di mezzi finanziari adeguati da parte della società e alla pratica impossibilità di competere per assicurarsi le prestazioni dei giocatori più forti, che andavano regolarmente a finire su ben altre sponde. Furono perciò lanciati in prima squadra elementi come Gabriotti e Tonali, ma non potevano certo essere dei giovani, pur bravi, a raddrizzare le sorti di un complesso non trascendentale e disegnato più dalle esigenze di bilancio che dalle scelte tecniche. Per fortuna della Lazio, Sturmer era tecnico molto preparato dal punto di vista tattico e aveva compreso per tempo che i voli pindarici della Brasilazio non avevano diritto di cittadinanza in un torneo complicato come quello italiano e che le sole doti tecniche non potevano competere con la tenacia e la durezza delle difese del nostro paese, provvedendo ad innestare elementi che potessero compensare almeno in parte la scarsa duttilità e vis pugnandi dei brasiliani rimasti.
Eppure, in un periodo non proprio esaltante, arrivò una perla a rallegrare l'ambiente biancoceleste e a scacciare almeno parzialmente la depressione: questa perla fu il primo successo in una stracittadina, quella del 23 ottobre 1932, un 2-1 con reti di Castelli e De Maria, prima timida inversione di una tendenza che aveva visto sempre soccombere la Lazio nei confronti della grande rivale cittadina e che fu per questo motivo salutato naturalmente con straordinario entusiasmo dalla tifoseria biancoceleste, soprattutto nei luoghi che avevano visto nascere la società creata da Bigiarelli.