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IL RITORNO IN SERIE A

Una serie infinita di colpi di scena. Da Giovannini a Miceli, da questi a Brivio, continua senza un attimo di sosta il tourbillon nelle sfere societarie. Arriva Juan Carlos Lorenzo, ex tecnico dell'Argentina. Gli alti e bassi mettono in pericolo la promozione, che però alla fine arriva.

Nel frattempo la società continuava a vivere una serie di colpi di scena che vedevano avvicendarsi di volta in volta nuovi attori. Dopo Giovannini infatti erano saliti alla massima carica prima Miceli e poi Brivio (un personaggio a dir poco inquietante, detto "l'ultima raffica di Salò" per la sua militanza in un partito di estrema destra e capace di suscitare grande entusiasmo e al contempo forte perplessità per i suoi comportamenti, a dir poco stravaganti) e fu proprio questi a orchestrare la campagna acquisti (che vide arrivare elementi di categoria come Garbuglia e Bernasconi oltre ad una promessa come Moschino) e l'avvicendamento sulla panchina tra Facchini, vittima di una partenza lenta, e Lorenzo, allenatore argentino famoso anche per i suoi vezzi scaramantici, che lo spingevano a veri e propri eccessi come il falò degli indumenti da gioco dopo una partita andata male o la riproposizione dello stesso cammino all'autista del pullman sociale se la partita precedente si era chiusa bene per la sua squadra. A queste manie, però Lorenzo univa doti non comuni, dimostrandosi in particolare grande conoscitore di calcio e uomo di grandi capacità strategiche.
Il tecnico argentino, in modo particolare, si era costruito una solida fama nel corso della sua permanenza sulla panchina argentina e aveva caratterizzato la sua squadra con un gioco che definire maschio suonava forse come un eufemismo (e in effetti gli inglesi questo eufemismo non lo avevano voluto usare dando agli argentini l'etichetta di "animals"). Grande motivatore, aveva tutte le carte in regola per suonare la sveglia ad un ambiente che della crisi societaria sembrava a volte volersi fare uno scudo e un alibi verso l'esterno. E fu proprio sotto la gestione di Lorenzo, e grazie al prezioso lavoro di carattere psicologico fatto da questi sui giocatori, che la squadra, dopo aver dato luogo ad un cammino a strappi che aveva fatto temere il vero e proprio crollo, riuscì a riportarsi e quindi a tenersi nel gruppo delle aspiranti alla promozione, che fu infine ottenuta il 16 giugno del 1963 nel corso della partita contro la Pro Patria, vinta nella cornice festante dell'Olimpico preso d'assalto da oltre 60.000 tifosi biancocelesti. La squadra, guidata con maestria da Lorenzo, aveva dato luogo a quella che poteva essere considerata una autentica impresa vista la perdurante crisi societaria che a dispetto dei risultati ottenuti sul campo dava luogo a continui colpi di scena.

IL TRADIMENTO DI LORENZO

Continuano le fibrillazioni societarie. Se ne va Brivio e ritorna Miceli. Una campagna acquisti che lascia perplessità. Una grande partenza consente alla Lazio di navigare con una certa tranquillità. Dopo Selmosson, anche Lorenzo tradisce e passa alla Roma.

Dopo Brivio (che aveva deciso di uscire di scena dopo un episodio dai contorni misteriosi, che aveva visto il suo ferimento a colpi di arma da fuoco) infatti, era tornato ad assumere la guida della società Miceli il quale, convinto dalle assicurazioni di un gruppo di soci, aveva provveduto alla campagna acquisti portando a Roma un gruppo di esordienti come Rambotti, Mazzia e Mari oltre al vecchio Carletto Galli, l'ex testina d'oro della Roma e del Milan che veniva a concludere una brillantissima carriera, ma che era ormai in pieno disarmo atletico e psicologico. Era una campagna di rafforzamento che lasciava molte e giustificate perplessità, visto che la serie A presentava un quadro tecnico del tutto differente da quello della cadetteria dal quale la Lazio si era appena congedata e che la caratura tecnica della squadra era rimasta in pratica quella dell'anno precedente e sembrava fornire scarse garanzie di tenuta di fronte ai vasi di ferro della massima serie, rispetto ai quali la squadra di Lorenzo rischiava di fare la fine del classico vaso di coccio. Le preoccupazioni dell'ambiente di fronte ad una campagna così congegnata furono fortunatamente dissolte da una buona partenza, che per effetto dei pareggi con Fiorentina e Milan e delle vittorie con Spal e Genoa, entrambe col minimo scarto, proiettò addirittura la Lazio al primo posto in classifica che, se doveva essere accolto come il classico fuoco di paglia in considerazione degli evidenti limiti tecnici di una squadra dalla quale il gaucho riusciva puntualmente ad estrarre il meglio, poneva le basi per una navigazione tranquilla e metteva fieno in cascina in attesa di momenti meno brillanti. E infatti fu proprio grazie alla dote iniziale che la Lazio potè affrontare con maggior tranquillità il prosieguo del torneo e le difficoltà che si presentarono puntualmente. Una crisi a metà dello stesso riportò a galla i timori iniziali, ma un ottimo finale di campionato (durante il quale la Lazio andò a vincere a Milano contro i rossoneri, grazie ad una autorete di Noletti e a Torino con la Juventus, un pirotecnico 3-0 firmato da Landoni, Maraschi e Morrone) portò la squadra biancoceleste ad un onorevole nono posto, addirittura davanti alla Roma, partita con ben altre ambizioni e ben altri livelli di spesa. E proprio la Roma pensò allora di risolvere i suoi problemi ingaggiando Lorenzo, il quale per rispondere all'ondata di polemiche sollevatasi nell'ambiente laziale a seguito della sua clamorosa decisione, motivò il passaggio all'altra sponda del Tevere con la pratica mancanza di ambizioni da parte della società biancoceleste.

SCATTO D'ORGOGLIO

Mannocci sostituisce Lorenzo. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Un inizio in sordina. Uno squallido derby con la Roma di Lorenzo finisce tra i fischi. In lotta per non retrocedere. La squadra si salva, ma la crisi finanziaria torna a farsi sentire in maneira pressante. Inizia l'era Lenzini.

L'addio di Lorenzo ebbe comunque un effetto benefico, ricompattando un ambiente nel quale le divisioni erano ormai una tradizione senza le quali sembrava impossibile procedere. Il suo successore fu individuato in Umberto Mannocci, uno dei tecnici emergenti dell'epoca, che aveva fatto veri e propri miracoli sulla panchina del Messina, mentre la campagna acquisti vedeva arrivare Dotti, Fascetti, Bartù, Christensen, Petris, Piaceri, Gori e Renna, nomi non certo altisonanti (se si fa eccezione per Petris che era però alla fine di una ottima carriera che lo aveva messo in mostra come uno dei migliori attaccanti italiani e che lo aveva portato anche a vestire la maglia azzurra) che comunque potevano dare sufficienti garanzie. Una campagna acquisti siffatta, soprattutto se raffrontata a quelle che la avevano preceduta, poteva in fondo essere considerata il classico bicchiere riempito a metà: solo il campo poteva stabilire se era mezzo vuoto o mezzo pieno.
L'inizio fu abbastanza in sordina, con la Lazio sconfitta a Genova dai rossoblù, a Firenze e a Milano dai rossoneri e capace soltanto di pareggiare con Catania e Inter all'Olimpico. La prima vittoria dell'anno arrivò alla sesta giornata, nell'incontro casalingo col Varese, cui però fecero seguito due nuove battute d'arresto con Bologna e Vicenza che introdussero la Lazio alla prima stracittadina dell'anno. Fu uno squallido 0-0 che comunque servì a far muovere la classifica e a fare morale. Da questo momento la marcia della Lazio si fece più spedita e i biancocelesti riuscirono a chiudere il girone di andata con una sola altra sconfitta, quella con il Foggia. Curiosamente il girone di ritorno vide la Lazio rallentare di nuovo, almeno sino alla trasferta di Varese, dalla quale gli uomini di Mannocci tornarono con la posta piena grazie ad una rete di Governato che portò fieno in cascina proprio prima di un altro periodo difficile, durante il quale la Lazio fece solo tre punti in sei partite, tra i quali quello del secondo derby. Risucchiata pericolosamente verso il basso la squadra biancoceleste dette un ultimo colpo di reni vincendo lo scontro diretto con la Sampdoria, regolando poi in rapida successione Foggia e Mantova (in trasferta) portandosi al sicuro col pareggio a reti bianche di Roma con l'Atalanta. Alla fine del torneo la salvezza fu raggiunta anche se con un solo punto di vantaggio sul Genoa e non senza aver corso seri rischi di una nuova caduta. Se la squadra riusciva a tenersi in linea di galleggiamento, anche se in maniera estremamente faticosa, analoga impresa non riusciva però alla società ove la crisi finanziaria tornava a farsi sentire in maniera impietosa, tanto che dopo una campagna acquisti praticamente inesistente, i giocatori in ritiro precampionato a Pievepelago decisero di tornare a casa, avviando l'ennesima crisi societaria al termine della quale emergeva un personaggio chiave nella storia della Lazio, Umberto Lenzini.