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CRISI APERTA

Una breve illusione. Il degrado tecnico della squadra è ormai visibile. Tozzi e Lovati non bastano a mascherare i limiti della squadra. La Roma di Selmosson passeggia sui resti della Grande Lazio. Il Dottor Pedata non può evitare un deludentissimo undicesimo posto finale.

L'inizio del torneo 1958-59 dette l'illusione che la partenza di Selmosson non fosse poi così irrimediabile, ma la bravura di Bernardini non poteva mascherare a lungo le magagne di uno squadra non eccelsa, acuite dal fatto che alla cessione dello svedese si erano sommate quelle di altri ottimo giocatori come Muccinelli, Vivolo e Fuin che certo non potevano essere compensate da quelle di giovanotti inesperti come Cei, Franzini, Del Gratta, Follador, Costariol, Pagni o Fumagalli, tutte promesse più o meno grandi del nostro calcio che però avrebbero avuto bisogno di ben altro ambiente e tranquillità per confermare le buone referenze che avevano contraddistinto la prima parte della loro carriera. Le uniche testimonianze di un passato prossimo glorioso rimasero così il buon Lovati e l'estroso Tozzi, la cui bravura non bastava però a mascherare i limiti ormai sempre più evidenti della squadra che Bernardini stava cercando di ricostruire con la sapienza universalmente riconosciutagli. La conquista della Coppa Italia, a parte il fatto che rappresentava comunque il primo trofeo mai vinto dalla Lazio nella sua gloriosa e tormentata storia, permise comunque alla squadra biancoceleste di partire per la nuova avventura in un clima di pace apparente che dette modo alla squadra di giocare con una certa tranquillità le prime giornate con discreti risultati che fecero sperare che il periodo più tormentato fosse ormai alle spalle. All'1-0 contro la Sampdoria nell'esordio casalingo dell'Olimpico, fecero seguito la sconfitta con il Vicenza, sempre col minimo scarto, e il brillante pareggio di Firenze. Un pareggio casalingo con l'Udinese introdusse poi la Lazio all'impegno esterno di Ferrara, che la compagine di Bernardini superò brillantemente grazie ad una doppietta del prezioso Prini e alla rete di Tagnin. La serie positiva si allungò quindi per effetto dei pareggi col Napoli all'Olimpico e col Bari fuori casa, seguiti poi da un'altra bella partita vinta col Torino a Roma. Sembrava a questo punto che la squadra messa su dal "Dottore" potesse continuare nell'ottima serie inaugurata in estate, ma a riportare l'ambiente sulla terra provvidero prima la Triestina e poi la Roma, che in due partite insaccarono sei palloni nella rete di Lovati. Le vittorie di Alessandria e col Bologna sembrarono l'avvio di un nuovo periodo di prosperità, poi però, a gioco lungo, le crepe aperte dalle cessioni eccellenti vennero alla luce e la bravura conclamata del Dottor Pedata (come era stato chiamato Bernardini dal grande Gianni Brera) non bastò più ad arginarle e la Lazio cominciò a perdere bruscamente quota. Terribile fu in particolare il periodo tra la tredicesima e la diciassettesima giornata, con la Lazio sconfitta 5-0 dal Milan, 3-1 dal Padova, 4-2 all'Olimpico dal Genoa, 6-1 dalla maramalda Juventus e 2-1 in casa dall'Inter. Da questo momento la squadra biancoceleste non riuscì più a ritrovarsi e mise in mostra i limiti che derivavano in maniera inequivocabile dalle cessioni eccellenti effettuate nel corso degli ultimi anni. Ne derivò un undicesimo posto finale che era la testimonianza più veritiera del ridimensionamento in atto.

TESSAROLO PORTA LA LAZIO IN SERIE B

Siliato cerca di correre ai ripari. Arriva Rozzoni, ma parte Tozzi, l'ultimo fuoriclasse rimasto in casa Lazio. Olimpico è ormai un deserto. Le proteste dei tifosi provocano le dimissioni di Siliato e il ritorno di Tessarolo. L'oggetto misterioso Guaglianone. La retrocessione.

La sinistra eco derivante da questi risultati spinse la società a riesaminare la situazione e Siliato cercò di correre ai ripari, ma le esigenze di cassa erano sempre più pressanti e non permettevano di procedere a grandi acquisti, nè di mettere mano ad un piano a medio termine che potesse far sperare in un futuro meno disagiato. Ciononostante l'estate del 1959 vide arrivare alla Lazio due buoni attaccanti come Rozzoni (un attaccante che nella sua solidità fisica e nel coraggio che era solito mettere in mostra negli scontri coi ruvidi difensori italiani, può essere considerato un precursore di Chinaglia) e Mariani, oltre ad un paio di belle speranze come Recagni e Visentin, probabilmente il massimo che una società ormai con l'acqua alla gola potesse fare. Nel corso dell'anno però partiva anche Humberto Tozzi, ultimo fuoriclasse rimasto in biancoceleste e ultima traccia dello splendore passato, che decideva di tornare in Brasile non senza prima aver intentato causa alla società per inadempienza contrattuale. La partenza del brasiliano costituì l'ultimo clamoroso errore da parte di una dirigenza che non sembrava rendersi conto del sottilissimo filo che ancora reggeva la Lazio al calcio d'elitè e il dodicesimo posto finale era la conferma del declino in atto da tempo e sempre più accelerato dalle tragiche condizioni delle casse sociali, aggravate dal disamoramento del pubblico che mandava regolarmente deserte le apparizioni della Lazio all'Olimpico. Il peggio doveva però ancora arrivare, preannunciato da una campagna di rafforzamento pressochè inesistente che provocò le furibonde proteste della tifoseria che costrinsero Siliato a rassegnare le dimissioni. Il nuovo presidente era Ercoli, il quale però fu ben presto travolto dagli eventi e costretto a lasciare il posto a Tessarolo e fu proprio sotto la sua reggenza, una delle tante astuzie della storia, che avvenne la prima retrocessione della Lazio in serie B. Le premesse per l'ingloriosa retrocessione furono poste nel corso di una estate che aveva visto Roma sportiva celebrare i fasti delle Olimpiadi e le prodezze di Wilma Rudolph, Abebe Bikila e Cassius Clay. Dopo aver proceduto all'acquisto di un oggetto misterioso come l'attaccante uruguayano Guaglianone (che giocò soltanto una partita per poi ritornare nell'anonimato più assoluto dal quale l'ingaggio da parte della Lazio lo aveva strappato) e essere ricorsa al prestito di un giovanotto di belle speranze, Ferrario dal Milan, la squadra biancoceleste si avviò verso un vero e proprio calvario che, cominciato sotto la guida di Bernardini e proseguito sotto quella del vecchio "Flaco" Flamini, chiamato anche lui al capezzale di una squadra moribonda più che malata, si concluse infine con Carver, tornato alla Lazio, ma ormai in pieno disarmo psicologico, per porre il suo sigillo alla discesa della Lazio nella cadetteria, logico corollario di una serie di errori cominciati dopo la morte di Zenobi, del quale soltanto a seguito di questa caduta qualcuno cominciò a rammentare la lezione consistente nel non provare mai il passo più lungo della gamba pena la disastrosa caduta. Tra coloro che ricordarono questa lezione c'erano probabilmente i vertici federali che decisero di commissariare la Lazio.

SI RICOMINCIA DALLA CADETTERIA

Giovannini commissario. La Lazio non è più Ente Morale! Acquisti mirati. Una buona partenza sembra poter riportare subito la Lazio in serie A. L'assurdo esonero di Todeschini. La squadra affidata al segretario generale Ricciardi. Un clamoroso errore di Rigato condanna la Lazio.

Toccato il fondo, la Lazio iniziò la ricostruzione, che avrebbe dovuto naturalmente riportare subito la società in quella serie A che era considerata l'ambiente naturale della stessa. E la ricostruzione, iniziava con un nuovo responsabile, Giovannini che era stato nominato d'imperio dalla Lega dopo che si era scoperto che la denominazione di Ente Sociale era decaduta dal momento in cui la società biancoceleste non aveva più depositato i bilanci in Prefettura. Proprio questo forse, era il lascito più mortificante del periodo culminato nella retrocessione, se solo si considera l'importanza che aveva avuto nella storia il poter fregiarsi di tale onoreficenza!
Fu proprio Giovannini a decidere il nuovo tecnico, Todeschini, uomo equilibrato e conoscitore delle insidie della serie cadetta e a condurre la campagna di rafforzamento in vista della nuova stagione che per la Lazio aveva come unico obiettivo il rientro nella serie maggiore. Arrivarono i vari Zanetti, Governato, Seghedoni, Mecozzi, Gasperi, Landoni, Noletti, Longoni, Pinti, Maraschi e Gratton, un gruppo ben assortito di promesse e elementi di categoria che avevano il compito di riportare subito la Lazio tra le elette. L'inizio del torneo sembrò andare nella direzione sperata da tutto l'ambiente, tanto che ai primi tre pareggi consecutivi ottenuti con Cosenza, Lucchese e Brescia, fecero seguito quattro vittorie di fila con Modena, Samb, Napoli e Monza. La prima sconfitta dell'anno arrivò a Marassi col Genoa e da questo momento la squadra guidata da Todeschini dette luogo ad una certa alternanza di rendimento che comunque sembrava porre le basi per una promozione, anche se sofferta. Purtroppo non fu così, a causa di una decisione sciagurata della dirigenza che decise di esonerare Todeschini quando la Lazio era terza in classifica e sembrava avere in mano tutte le carte per un ottimo finale di campionato, affidando la squadra prima al segretario generale della società, Ricciardi, il quale non aveva mai svolto mansioni di allenatore e poi a Facchini, col risultato che la Lazio perse l'autobus per la promozione anche per effetto di uno strano episodio capitato nella partita interna col Napoli allorchè l'arbitro Rigato, uno dei migliori fischietti dell'epoca, non vide entrare un pallone scagliato su punizione da Seghedoni e che aveva bucato la rete della porta rompendo le maglie della stessa allentate dalla pioggia. Vane furono le proteste dei giocatori biancocelesti e alla fine dell'anno la Lazio dovette mestamente assistere al ritorno in A del Napoli per effetto di quel punto regalato ai partenopei dalla clamorosa svista di Rigato.