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SPLENDORI E MISERIE

La bravura di Jesse Carver maschera i limiti strutturali della squadra. Ancora grandi nomi. L'ennesima partenza ad handicap pone una seria ipoteca sul cammino della Lazio. Montagne russe: dal fondo della classifica al terzo posto finale. Bilancio finale: ne è valsa la pena?

Naturalmente dopo i risultati ottenuti e la sagacia tattica dimostrata, il tecnico inglese fu confermato e la società, tutta protesa verso la conquista di quel titolo che sembrava ormai a portata di mano, procedette alla solita sventagliata di grandi acquisti, pensando di mettere in mano a Carver una squadra in grado di rendere concreto il sogno. Vestirono così la casacca laziale i vari Tozzi (attaccante brasiliano dalle grandi referenze, già prenotato nel corso dell'anno precedente), Lucentini, Moltrasio, Zaglio e Praest, andando a gravare ulteriormente un bilancio che ormai aveva raggiunto livelli di deficit spaventosi. In particolare, l'acquisto di Praest poteva dare la misura della spasmodica ricerca del nome da parte di una dirigenza che sembrava ormai incapace di contenersi, essendo l'ex juventino un atleta ormai arrivato praticamente al capolinea di una strepitosa carriera. Ai tifosi però questo particolare interessava poco, il loro sguardo era tutto appuntato sui risultati del campo e questi arrivavano, grazie alla bravura di Carver che pur in mezzo alla tempesta che stava addensandosi sulla società, riuscì a condurre la squadra ancora una volta a d un brillante terzo posto, alle spalle di Milan e Fiorentina, nonostante la solita partenza ad handicap nella quale la Lazio aveva visto maramaldeggiare la Juventus all'Olimpico e, soprattutto, la Roma che era passata in carrozza sulla compagine biancoceleste, facendo temere il peggio per il prosieguo del torneo. E quando la Lazio, sconfitta a Ferrara alla sesta partita, si era ritrovata in fondo alla classifica, sembrò veramente che il sogno estivo stesse sul punto di trasformarsi in incubo.
A dissipare le nubi minacciose che andavano addensandosi sul cielo biancoceleste arrivarono 16 punti nelle restanti partite del girone di andata che consentirono agli uomini di Carver di girare al quinto posto per poi scatenarsi nel ritorno anche grazie alle prodezze di Tozzi che, dopo aver esordito a dicembre, confermò appieno le ottime referenze che lo accompagnavano. Nella seconda parte del torneo la Lazio riuscì a battere per 3-0 sia il Milan che la Fiorentina, prime due classificate, l'Inter a San Siro con una rete di Bettini e chiuse in bellezza con un terrificante 6-2 in trasferta al già retrocesso Palermo, accogliendo così con giustificato rammarico un piazzamento pur prestigioso che, senza quel drammatico inizio, avrebbe potuto dare ben altro esito.

SE NE VANNO TESSAROLO E VASELLI

Oltre 800 milioni di deficit! Lasciano Tessarolo e Vaselli, la presidenza a Siliato. La tentata cessione di Selmosson all'Inter, sventata dalla rivolta dei tifosi. Carver se ne va e arriva lo yugoslavo Ciric, che però dura poco. Il ritorno del figliol prodigo: Fulvio Bernardini sulla panchina biancoceleste.

L'ottimo piazzamento di quel torneo, fu però ben presto messo in sottordine dall'ufficialità riguardante l'astronomico deficit societario, di fronte al quale ben poco poteva valere un risultato agonistico pur prestigioso. Quando la verità sul buco creato dalle politiche megalomani di Tessarolo e Vaselli era venuto a galla (il deficit, spaventoso per l'epoca, ammontava esattamente a 818.558.547), le reazioni non si fecero attendere e quando le richieste di farsi da parte erano state accolte dal duo che aveva provocato il più grande dissesto nella storia biancoceleste e il timone era stato affidato a Siliato. Questi si rese immediatamente conto che bisognava far qualcosa per ridurre il deficit, altrimenti sarebbe entrata in gioco la stessa sopravvivenza della Lazio e allacciò trattative con l'Inter per la cessione di Selmosson, ma la rivolta dei tifosi gli impedì di andare avanti come invece il bilancio avrebbe suggerito. La conseguenza di tutto ciò fu una campagna acquisti in tono minore, che vide arrivare solo Pozzan dal Bologna, mentre ad aggravare il quadro, c'era la partenza di Carver verso l'Inter, sostituito da Milovan Ciric, allenatore della Nazionale yugoslava che soltanto pochi mesi prima aveva travolto l'Italia (con il povero Lovati in porta) per 6-1.
Ciric era un ottimo tecnico, ma le sue idee di bel gioco (al suo arrivo aveva detto che del catenaccio italiano non voleva saperne nulla denotando un candore pari solo all'arroganza che una simile dichiarazione denotava) si scontrarono presto con la realtà prosaica del calcio italiano e quando la squadra si ritrovò sul fondo della classifica, divenne necessario il suo avvicendamento prima con Canestri e Monza e poi con il figliol prodigo Fulvio Bernardini, nel frattempo diventato uno dei migliori allenatori, se non il migliore in circolazione nel campionato italiano. Bernardini, prima di assumere l'incarico volle assicurarsi che l'ambiente non volesse ancora rinfacciargli gli episodi di trent'anni prima, ricevendo assicurazioni in tal senso e soltanto a seguito di questo fatto sciolse la riserva. Fu sotto la sua sapiente guida e nonostante una difesa colabrodo (alla fine con 65 reti al passivo fu la peggiore del campionato) che la Lazio riuscì a salvarsi all'ultima giornata, con la vittoria per 4-0 ottenuta contro il derelitto Verona, ma il periodo d'oro era ormai un ricordo.

LA RIVOLTA PER SELMOSSON

La Lazio vince il suo primo trofeo nazionale, la Coppa Italia, ma nessuno se ne accorge a causa della rivolta dei tifosi per la cessione di Selmosson alla Roma. La cessione di Raggio di Luna è il segno più evidente del declassamento. Bernardini fa i miracoli, ma il baratro è sempre dietro l'angolo.

Nell'estate del 1958 la Federazione decise di restaurare la Coppa Italia, competizione che non era più stata disputata dopo la guerra, ripristinando così la antica consuetudine di dare alle deluse del campionato una possibilità di rivincita. La prima edizione fu vinta proprio dalla Lazio che, dopo aver eliminato nel girone di qualificazione Palermo, Napoli e Roma (battuta nel derby di andata 3-2, con rete di Bizzarri e doppietta di Tozzi, mentre al ritorno i giallorossi non riuscirono ad andare oltre l'1-1, rete ancora di Tozzi), il Marzotto nei quarti e la Juventus in semifinale, nella finale giocata all'Olimpico, sconfisse la Fiorentina 1-0 grazie ad una rete del neo-acquisto Prini. Vale la pena di ricordare la squadra che ottenne il primo torneo della storia laziale: Lovati, Lo Buono, Janich,Carradori, Pinardi, Pozzan, Bizzarri, Tagnin, Tozzi, Fumagalli, Prini.
Il successo in questione, il primo nella storia della Lazio, che era frutto soprattutto del lavoro iniziato da Bernardini su un materiale tecnico non proprio esaltante e che proprio in considerazione di ciò poteva essere considerato alla stregua di un vero e proprio miracolo, passò però in sottordine di fronte alla notizia che proprio in quel periodo di tempo aveva messo in grandissima agitazione l'ambiente laziale, quella della cessione di Selmosson alla Roma. Tale notizia era deflagrata come una vera e propria bomba, creando scompiglio in un ambiente che probabilmente non si era ancora reso conto dei pericoli che l'enormità del deficit sociale addensava sulla testa della Lazio. La rivolta che fece seguito a questa notizia spinse Siliato a chiedere ai dirigenti romanisti di tornare indietro, ma era troppo tardi e per effetto della decisione del presidente "Raggio di Luna" approdava sull'altra sponda del Tevere tra lo sconforto della tifoseria laziale, cui certo non potevano bastare gli arrivi oltre che di Prini, di altri giocatori pur buoni come Bizzarri, Tagnin e Janich per far dimenticare alla tifoseria il talentuoso svedese che aveva segnato un'epoca della storia laziale nei tre anni in cui aveva giocato in maglia biancoceleste. Con la partenza di Raggio di Luna, cominciava una nuova epoca in casa Lazio.