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DALLA FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DAL SECONDO SCUDETTO ALLA CRISI DEGLI ANNI '20 - I BRILLANTI ANNI '30 - L'ERA MASSERONI - L'ERA D'ORO DI ANGELO MORATTI - L'INTER EUROMONDIALE - DA MORATTI A FRAIZZOLI - CON PELLEGRINI E TRAPATTONI E' ANCORA GRANDE INTER - A CORRENTE ALTERNATA - IN NOME DEL PADRE: ARRIVA MASSIMO MORATTI

DA POZZANI A MASSERONI

Si fa sentire la perdita di Meazza. Il secondo posto del 1940-41 è solo una illusione e negli anni seguenti, l'Inter perde quota. Nel 1941-42, uno squallido dodicesimo posto convince Pozzani a lasciare in favore di Masseroni, industriale della gomma. Il quale comincia con alcuni errori clamorosi ,il maggiore dei quali è l'acquisto dei cinque famosi bidoni (Zapirain, Bovio, Volpi, Pedemonte e Cerioni) nella stagione 1946-47.

Gli anni successivi, videro l'Inter perdere lentamente quota. La perdita di Meazza cominciò a farsi sentire sensibilmente, come del resto era logico. Tra l'altro, era ormai scoppiata la guerra e l'infausta decisione di Mussolini di entrarvi al fianco della Germania nazista, spargeva grandi incognite sul futuro e non invogliava certo a fare investimenti. Il 1940-41, vide l'Inter arrivare seconda confermandosi perciò su alti livelli, ma nel torneo successivo, la realtà venne alla luce in maniera clamorosa e il mancato adeguamento dell'organico, produsse un dodicesimo posto che ebbe il solo vantaggio di evitare la clamorosa retrocessione di una squadra che era palesemente in crisi. Dopo un crollo simile, l'unica strada era quella di una mezza rivoluzione, che in effetti si realizzò in quanto la scarsità di risultati convinse infine Pozzani a farsi da parte a favore di Masseroni, un industriale della gomma che era anche grande appassionato di ciclismo. La sua prima mossa, e non poteva essere altrimenti, fu l'allontanamento del tecnico Ivo Fiorentini, avvicendato da Giovanni Ferrari, appena pasato dal calcio giocato alla panchina. Sotto la guida di Ferrari, l'Inter riuscì a risalire parzialmente la china, ottenendo il quarto posto. Non c'era comunque molto da recriminare, visto che ormai la guerra era arrivata anche nel nostro paese ed era arrivato il momento di fermare i campionati e pensare a salvare il salvabile tra bombardamenti alleati e rastrellamenti nazifascisti, in una Italia spaccata in due.
Finalmente, però, la guerra ebbe fine e, in una Italia da ricostruire, il calcio tornò ad occupare il suo posto privilegiato. Il primo torneo del dopoguerra, fu anche quello che vide il ritorno dei gironi territoriali, resi necessari dalle difficoltà do movimento causate dalla distruzione delle infrastrutture viarie. Anche in casa Inter, si ebbe un gradito ritorno, quello appunto della vecchia denominazione sociale, nella quale non compariva più il richiamo all'Ambrosiana. La squadra, affidata a Carcano, era però ancora in fase di riassestamento e non andò oltre un appena discreto quarto posto finale, che imponeva a Masseroni un deciso intervento sul mercato. Il presidente si attivò per trovare giocatori in grado di far salire a qualità della rosa e pensò di averli trovati in questi giocatori sudamericani, tutti o quasi provvisti di ottime referenze. Si trattava di Zapirain,
Pedemonte, Cerioni, Volpi e Bovio. In particolare, Bibiano Zapirain
era stato un vero e proprio mito nella sua squadra di club, il Nacional di Montevideo, mentre anche Bovio aveva saputo guadagnarsi grandi benemerenze con il Penarol. Se qualcuno pensava che fosse arrivata la soluzione dei problemi palesati negli anni precedenti, l'inizio del torneo si incaricò di smentire tutto. I cinque sudamericani, dimostrarono subito di essere un clamoroso equivoco. Qualcuno di loro era anche molto dotato, Zapirain e Bovio su tutti, ma non erano assolutamente adatti al calcio rapido ed essenziale che caratterizzava la serie A. Poi, a gennaio inoltrato, Bovio, Volpi e Cerioni fecero addirittura perdere le loro tracce, senza destare eccessivo rimpianto, peraltro e a Carcano non rimase che da prendere atto della sua impossibilità a restare sulla panchina. Fu Nino Nutrizio a portare la squadra fuori dalle secche della bassa classifica, cogliendo un decimo posto finale, che se non era desolante, poco ci mancava. Ne', andava meglio l'annata successiva, introdotta da una campagna acquisti confusa e senza un preciso filo conduttore. Arrivavano infatti tanti discreti giocatori come Fiorini, Pangaro, Susmel e Quaresima, una giovane promessa come Benito Lorenzi, di cui si sarebbe parlato a lungo, un ottimo giocatore come Fattori, ma anche tante mediocrità a partire dall'ungherese Garay, che non potevano certo ovviare ai difetti palesati negli anni precedenti. Il risultato finale, era un ulteriore arretramento, un dodicesimo posto che la diceva lunga sulla reale qualità dei tanti innesti fatti. L'unica nota lieta dell'anno, era costituita dall'esplosione di Lorenzi, che andava a confermare quanto di buono si sapeva di lui. Per il resto, era un disastro. E considerato che il Grande Torino, non dava segni di cedimento, era ormai chiaro che ci voleva un deciso mutamento nella conduzione della squadra.                 

SI RICOMINCIA A SALIRE

Dopo gli errori del 1946, Masseroni cambia registro. Punta sulla acquisizione di giovani promesse italiane o campioni affermati e, per quanto concerne il mercato estero, si rivolge al Nord Europa. Da dove arrivano due fuoriclasse come Wilkes e Skoglund. Inoltre, in Francia scova un certo Istvan Nyers, detto Le Grand Etienne, il quale si dimostrerà ben presto uno dei più straordinari assi mai giunti in Italia. E i risultati cominciano ad arrivare. 

Finalmente, nell'estate del 1948, Masseroni si decise a prendere atto di quanto stava succedendo e di agire di conseguenza. La campagna acquisti vide arrivare a Milano Amadei, il fornaretto della Roma, per il quale Masseroni si era dovuto svenare o quasi, Gino Armano, promettente ala dall'Alessandria, il mediano Bearzot, altra fulgida promessa scovata a Gorizia, e il forte il centromediano Attilio Giovannini, grande rivelazione della Lucchese. Ma, soprattutto, sul mercato estero Masseroni era riuscito ad arpionare l'apolide Istvan Nyers, fortissimo attaccante dello Stade Francais, proprio l'uomo che serviva per rinforzare in maniera adeguata un attacco che, negli anni passati, aveva mostrato chiaramente la corda. Era invece fallito l'assalto a Valentino Mazzola, il quale, nonostante le sfarzose offerte di Masseroni, non se l'era sentita di abbandonare il Torino. Il campo, confermò ben presto la bontà del lavoro fatto dalla società. Guidati da uno straordinario Nyers, capocannoniere d'annata con 26 reti, i nerazzurri tornarono nel gruppo di testa e diventarono il contraltare del Grande Torino. Solo con lo 0-0 di Milano del 30 aprile 1949, gli uomini di Novo riuscirono ad assicurarsi la sicurezza del quinto tricolore di fila. Quel giorno, uno strepitoso Valerio Bacigalupo, parò praticamente tutto, permettendo ai suoi compagni di chiudere a reti bianche la partita. Nessuno poteva saperlo, ma proprio quelle parate erano la condanna a morte della più grande squadra mai espressa dal calcio italiano. Infatti, i granata ebbero in premio il permesso per volare a Lisbona, per giocare la partita di addio del capitano benfichista Ferreira, viaggio che al ritorno fu funestato dal terribile schianto contro il muraglione della Basilica di Superga. Era l'anno più orribile del calcio italiano, che veniva privato degli uomini che avevano ridato al nostro paese orgoglio dopo la fine del regime fascista. La tragedia di Superga, stendeva anche un velo di tristezza su un ambiente come quello interista, che pure avrebbe avuto più di un motivo di rallegramento, al termine di una annata che aveva visto la squadra nerazzurra tornare a livelli più confacenti al suo blasone.
Naturalmente, la scomparsa del Grande Torino riapriva i giochi al vertice, dando l'opportunità alle squadre che avevano dovuto subire il predominio granata, di poter aspirare di nuovo al primato. E l'Inter era appunto tra le più accreditate di loro. Nell'estate del 1949, Masseroni riuscì a portare a Milano altri ottimi giocatori, come il terzino
Giacomazzi, giovane promessa scovata alla Luparense, e l'interno Miglioli, che veniva da due grandi stagioni con l'Atalanta. Ma il colpo da maestro del presidente, fu l'olandese Faas Servas Wilkes, straordinaria ala che andava a completare un attacco che non aveva nulla da invidiare ai più forti del nostro campionato. Nonostante il suo ottimo rendimento e la conferma di Nyers, però, l'Inter fece un passo indietro, arrivando terza in un torneo dominato da cima a fondo dalla grande Juventus di John Hansen, Martino e Praest. Se era mancato l'acuto sperato ad inizio torneo, era però arrivata la conferma che i nerazzurri erano rientrati a pieno titolo nel gruppo di testa e che chi voleva vincere lo scudetto, doveva vedersela con loro.
Masseroni, si rimetteva alacremente al lavoro, nel tentativo di trovare quel qualcosa che ancora mancava per poter aspirare al primato. Il risultato del suo lavoro era l'acquisto di due forti difensori, Ivano
Blason dalla Triestina e Padulazzi, dalla Lucchese, ma soprattutto quello dello svedese Nacka Skoglund, strappato alla Roma che sembrava già aver chiuso l'affare. Lo svedese era uno dei pezzi pregiati della squadra svedese che aveva sbattuto fuori dai mondiali brasiliani la nostra Nazionale e andava a rafforzare la folta colonia nordica che già operava nel nostro massimo campionato. Il suo arrivo, e la naturale conferma di Nyers, Lorenzi e Wilkes, creava un problema di abbondanza all'attacco, che veniva risolto con la cessione al Napoli di Amadei. Il torneo 1950-51, si trasformò in una lotta senza quartiere tra le due squadre milanesi, risolto solo alla penultima giornata quando, la clamorosa sconfitta interna del Milan con la Lazio, veniva neutralizzata dal concomitante capitombolo interista a Torino, coi granata. Il secondo posto finale, pur velato di rammarico, poteva però essere considerato una conferma di quanto seminato e la premessa di quanto sarebbe successo negli anni successivi.
              


FINALMENTE TORNA LO SCUDETTO

Il lavoro di consolidamento di Masseroni procede, anche se la latitanza di vittorie provoca qualche mugugno. Il terzo posto del 1951, in particolare, sembra la testimonianza di un fallimento. Invece, con larrivo sulla panchina di Foni, il mago del catenaccio, cambia tutto e l'Inter si aggiudica due scudetti di fila. Masseroni può finalmente cantare vittoria e, dopo il crollo del 1954-55, decide che è arrivato il momento di farsi da parte: arriva Angelo Moratti. 

Nell'estate del 1951, continuava il lavoro di consolidamento portato avanti da Masseroni. Il quale procedeva all'acquisizione di alcune promesse, come il portiere Giorgio Ghezzi, dal Modena, l'interno Broccini, dal Venezia, l'ala Migliorini dal Como, e di un giocatore ormai affermato, come il mediano Maino Neri. Ancora una volta, l'Inter si mantenne nel gruppo di testa, ma il terzo posto finale, a distanza siderale dalla Juventus, ebbe il potere di provocare grandi mugugni in una tifoseria che viveva male la latitanza di vittorie, essendo stata abituata sin troppo bene nel corso degli anni che avevano preceduto la guerra. Se c'era ancora una volta più di una nota lieta, come ad esempio l'esplosione di Ghezzi, dall'altro lato continuava a mancare il grande risultato, quel titolo che rischiava di tramutarsi in una vera ossessione per una tifoseria che non riusciva a nascondere le sue smodate ambizioni. E stavolta, Masseroni, decise di non lasciare nulla al caso. Convinto della bontà del materiale tecnico, decise di puntare sul mutamento in cabina di regia, affidando la squadra ad Alfredo Foni e limitando la campagna acquisti a due soli innesti di rilievo, quelli rappresentati da Nesti e Mazza. Proprio una campagna acquisti così minimale, agitò non poco le acque prima dell'inizio del torneo, ma poi, la squadra, disposta con un robusto catenaccio da Foni, dimostrò che era ormai giunta alla giusta maturazione. Gli uomini di Nyers, presero il comando alla nona giornata e non lo mollarono più sino al termine. La peculiarità di quella squadra, era la compattezza, grazie alla quale i pericoli per Ghezzi erano ridotti al minimo. Una prima svolta, si verificò alla quindicesima giornata, quando l'Inter sconfisse la Juventus e si ritrovò con quattro lunghezze di vantaggio sul Milan. Nelle quattro giornate successive, il vantaggio aumentò a otto punti, che divennero nove al ventiduesimo turno. Da quel momento, i ragazzi di Foni poterono dedicarsi alla difesa di quel ragguardevole vantaggio, ottenendo la sicurezza della vittoria con grande anticipo alla quartultima giornata, con la vittoria sul Palermo che consegnò loro il sesto scudetto della storia. Da rilevare, a bocce ferme, che la difesa dell'Inter aveva subito solo 24 reti, a dimostrazione di una tenuta ferrea, che era la risultante della straordinaria compattezza di una squadra nella quale ogni giocatore aveva portato il suo personale mattoncino alla edificazione dell'edificio comune.
La vittoria del 1952, permise a Masseroni di chiudere un poco i cordoni della borsa, in vista della successiva campagna acquisti. Che fu salutata con qualche mugugno, a causa di arrivi non proprio esaltanti come quelli del portiere Cavalli, il cui compito era chiaramente quello di far da riserva a Ghezzi, del giovane terzino Vincenzi, dalla Reggiana e dell'attaccante Zambaiti. Chiaramente, il presidente puntava tutto sulla conferma in blocco della squadra che tanto bene aveva fatto l'anno prima e non rimase deluso. Sotto la sagace guida di Foni, infatti, i nerazzurri riuscirono a bissare lo scudetto, stavolta dopo una lotta senza quartiere con la Juventus, che vide alla fine prevalere l'Inter di un solo punto. La svolta del campionato, si ebbe alla trentaduesima giornata, quando la Juventus, sino ad allora appaiata in testa alla classifica con i nerazzurri, fu sconfitta a Bergamo, mentre l'Inter pareggiava sul sempre difficile campo di Palermo. Quel misero, ma prezioso punticino, veniva difeso strenuamente nelle due giornate che mancavano, consegnando infine agli uomini di Foni il settimo scudetto. Era praticamente l'apoteosi per Masseroni. Il quale, ormai stanco delle critiche immancabili che avevano sempre fatto seguito al suo operato, prendeva atto del crollo del 1954-55, quando la squadra arrivava ottava, e decideva di passare la mano ad Angelo Moratti. Era la fine di una era, ma anche l'inizio di una delle più luminose nella storia nerazzurra.