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DALLA FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DAL SECONDO SCUDETTO ALLA CRISI DEGLI ANNI '20 - I BRILLANTI ANNI '30 - L'ERA MASSERONI - L'ERA D'ORO DI ANGELO MORATTI - L'INTER EUROMONDIALE - DA MORATTI A FRAIZZOLI - CON PELLEGRINI E TRAPATTONI E' ANCORA GRANDE INTER - A CORRENTE ALTERNATA - IN NOME DEL PADRE: ARRIVA MASSIMO MORATTI

IL TERZO SCUDETTO

I vertici fascisti decidono che Inter e Milanese debbono fondersi: nasce l'Ambrosiana. Diventa presidente Ernesto Torrusio, mentre Veisz lascia a favore di Joszef Viola. Arriva anche Serantoni. L'Inter si qualifica per la serie A del 1929-30, primo torneo a girone unico. Torna Veisz e l'Inter, finalmente, decolla: dopo aver dominato in lungo e in largo il torneo, vince il terzo scudetto con una domenica di anticipo.

Il torneo 1928-29, rivestiva un ruolo di grande importanza. Per effetto della decisione presa dalla Federazione due anni prima, quello doveva essere l'ultimo campionato a gironi e perciò avrebbe dovuto fungere anche da torneo di qualificazione per il successivo primo campionato a girone unico. L'Inter era naturalmente tra le squadre che ambivano a far parte dell'aristocrazia del calcio italiano che avrebbe partecipato alla nuova serie A. Poco prima dell'inizio del nuovo torneo, però, arrivò una imposizione dall'alto, cioè da quel regime fascista che usava ormai il calcio come strumento di propaganda e che non aveva scrupoli ad intervenire nelle cose di quello che già allora era lo sport più amato dagli italiani. Fu deciso che Inter e Milanese avrebbero dovuto fondersi, in modo da schierare ai nastri di partenza del campionato una squadra capace di sollevarsi dalla mediocrità esibita nel corso degli anni '20. La nuova società era anche funzionale alla necessità di lasciare un posto libero per la Fiumana, squadra che rappresentava l'avamposto italiano sul confine orientale e che doveva essere privilegiata per ciò che rappresentava nell'immaginario collettivo. A spingere per la realizzazione di questo progetto fu soprattutto Rino Parenti, presidente dell'Ente Provinciale Sportivo della Federazione Fascista di Milano. Mentre però i soci della Milanese dimostrarono subito entusiasmo, quelli dell'Inter opposero qualche timida resistenza, subito piegata dalla decisione di convertire la maglia dell'Ambrosiana Inter, così si sarebbe chiamata la nuova società, dal bianco originario al nerazzurro, inizialmente condito da un collarino a scacchi bianconeri (i colori della Milanese). Presidente divenne Ernesto Torrusio, un parlamentare fascista che garantiva il massimo dell'ossequio al potere politico. La squadra, intanto, aveva subito un deciso rimescolamento con gli innesti di Blasevich, Viani, Serantoni e Visentin, tutti giocatori di ottima levatura o all'inizio di una grande carriera (come nel caso di Serantoni), i quali garantivano un rendimento elevato, garanzia non da poco in una stagione cruciale. Alla guida tecnica era da registrare l'arrivo di Joszef Viola, ex giocatore della Juventus, il quale colse un sesto posto non esaltante, che però permetteva all'Ambrosiana di qualificarsi tra le sedici regine che avrebbero partecipato al successivo campionato di serie A, quello che in fondo era il vero obiettivo di una squadra in fase di rinnovamento.
La stagione 1929-30, vide un sostanziale immobilismo in fase di mercato. Il nuovo presidente, Simonotti, fece una valutazione del materiale tecnico che poteva sembrare azzardata, reputandolo all'altezza per un campionato di vertice. In particolare, l'esplosione di Meazza, autore nel torneo precedente di ben 33 reti, apriva orizzonti nuovi per la squadra di nuovo affidata a Veisz. L'austriaco naturalmente puntò ancora sul suo collaudato modulo alla danubiana e sin dalle prime giornate si capì che la nuova Inter non era nemmeno lontana parente di quella che aveva stentato per tutto il corso del decennio precedente. Dopo aver vinto a Livorno alla prima partita, i nerazzurri persero a Vercelli col minimo scarto, ma la vittoria col fortissimo Bologna alla terza giornata allontanò le prime nuvole portate da quella battuta di arresto. Un pareggio a Roma con la Lazio e la vittoria abbastanza stentata contro la Cremonese, introdussero gli uomini di Veisz al primo derby stagionale, che fu vinto grazie alla rete di Meazza nel secondo tempo. Lo stesso Balilla, con una tripletta, fu il grande protagonista della goleada col Padova, nella settima giornata, ma la domenica successiva, l'Inter fu battuta a Testaccio dalla Roma dell'ex Bernardini. Il momento non felice fu confermato dalla sconfitta interna con la Triestina, che allontanò il vertice della classifica. Poi, però, arrivò la vittoria di Alessandria a dare nuova linfa alle speranze interiste. La conferma della forza nerazzurra, arrivò perentoria alla quindicesima giornata, quando Meazza e compagni andarono a schiantare la capolista Genoa a domicilio, con un 4-1 che non ammetteva repliche. Quando l'Inter riuscì a violare anche il campo della Juventus, nella giornata successiva, fu chiaro a tutto l'ambiente calcistico nazionale, che il calcio italiano aveva trovato una nuova, grande, protagonista. L'Inter, vinto il platonico, ma significativo, titolo di campione d'inverno, proseguì sullo slancio rifilando un 6-2 al Livorno e un 4-0 alla Pro Vercelli, ancora con Meazza sugli scudi. La prima svolta del torneo, si ebbe alla ventiquattresima giornata, quando i nerazzurri, vincendo a Padova, approfittarono al meglio della concomitante sconfitta della Juventus a Modena. Nella giornata successiva uno strepitoso Meazza rifilò una quaterna nel 6-0 inflitto alla Roma: proprio l'attacco si dimostrò il reparto più efficiente della squadra, rifilando una goleada dietro l'altra alle rivali, tra le quali spiccò il terrificante 8-0 inflitto alla Pro Patria alla ventottesima giornata. L'ultimo sussulto di un torneo ormai in mano agli uomini di Veisz, avvenne alla terzultima giornata, quando a far visita all'Inter arrivò il Genoa secondo in classifica a quattro punti. I liguri dettero fondo a tutte le loro energie ed ebbero in mano la gara per buona parte della contesa, ma non riuscirono a concretizzare la loro superiorità. Il 3-3 finale, sanciva in pratica la conquista del terzo scudetto interista, anche se la sicurezza matematica arrivò solo la domenica successiva con la vittoria sulla Juventus. La partita coi bianconeri fu preceduta da un incidente automobilistico occorso ad Allemandi, condito da una scazzottata, che costrinse il forte terzino ad arrivare allo stadio proprio poco prima che cominciasse la gara. A tacitare il tutto, fu proprio la vittoria sul campo, che permetteva all'Inter di arricchire ulteriormente il suo carniere.             
 

SEMPRE AD ALTO LIVELLO

Dopo la vittoria del 1929-30 l'Inter incappa in una annata altalenante, chiusa comunque al quinto posto. Gli arrivi dal Sudamerica permettono ai nerazzurri di rimanere in alto, ma la Juventus dei cinque scudetti è inattaccabile. Meazza e compagni perdono in finale contro l'Austria Vienna la Coppa Europa del 1933. La Juventus finisce il suo ciclo, ma a raccoglierne l'eredità è il Bologna, nonostante i grandi acquisti di Pozzani. 

Naturalmente, la squadra che tanto brillantemente si era comportata nel 1929-30, fu ritoccata soltanto marginalmente. Nel corso del mercato estivo, arrivarono Ferrero dalla Pistoiese, Mariani dal Novara, Miltone dal Lecce e Parodi dal Derthona, mentre sul fronte delle partenze, era da registrare l'addio di Povero, ceduto all'Ascoli, Gasparini, al Brescia e Rizzi, al Legnano. La prima goleada della stagione, 5-1 al Casale alla prima giornata, sembrò l'inizio di una nuova cavalcata trionfale, ma ben presto gli uomini di Veisz smarrirono la strada giusta. Dopo due pareggi consecutivi, alla quarta giornata arrivò la terrificante scoppola rimediata a Torino (6-0) contro i granata a riportare sulla terra i nerazzurri, che, dopo il pareggio nel primo derby della stagione, rimediarono una nuova batosta a Trieste, un 5-0 dovuto soprattutto alle incertezze del portiere Miglio, chiamato all'improvviso in prima squadra per cercare di mettere una toppa agli infortuni contemporanei di Degani e Smerzi. Usciti repentinamente dalla lotta per il titolo, Meazza e compagni si trovarono addirittura in lotta per non retrocedere a metà torneo, ma riuscirono a reagire alle avversità dando luogo ad una ottima seconda parte di campionato che li vide terminare al quinto posto. Naturalmente era un risultato al di sotto delle aspettativa, ma visto quello che era successo nella parte ascendente del campionato, era tutt'altro che da disprezzare, anche perchè a renderla meno agra concorse l'ennesima grande stagione di Meazza, autore di 24 reti. Anche in Coppa Europa, il cammino dell'Inter durò poco: dopo un buon inizio, lo Slavia Praga si rivelò avversario troppo forte per una squadra che aveva bisogno di ritocchi di qualità per tornare ad alti livelli. Anche il nuovo presidente, Pozzani (un uomo estremamente autoritario, tanto da meritarsi il soprannome di Generale Po) capì che era arrivato il momento di intervenire e decise di giocare la carta degli oriundi, facendo arrivare dal Sudamerica due fuoriclasse assoluti come Hector Scarone e Atilio Demaria. Il primo, in particolare era considerato uno dei migliori giocatori del mondo e aveva fatto parte della Celeste che aveva vinto la prima edizione dei Mondiali. Al loro arrivo, faceva riscontro la partenza di Blasevich, ceduto al Palermo, di Gianfardoni, che andava a chiudere una carriera di rilievo al Lecce, ma soprattutto di Leopoldo Conti, che andava alla Pro Patria. Alla guida tecnica, era da registrare l'avvicendamento tra Veisz e Istvan Toth, che però non produsse i risultati sperati. Nonostante la classe di Scarone e Demaria e la solita grande annata di Meazza (autore di 21 reti), l'Inter arrivò al sesto posto, a ben sedici punti dalla Juventus campione. A pagare il non eccelso comportamento della squadra, fu naturalmente l'allenatore, Toth, il quale dovette cedere il posto al rientrante Veisz. La campagna acquisti, fu molto corposa. In porta arrivò Carlo Ceresoli, prelevato dall'Atalanta dove si era rivelato come portiere di grande avvenire. Dal Bari arrivava invece il terzino Ballerio, difensore di sicuro affidamento, mentre in attacco c'erano da registrare tre innesti di grande peso, quelli di Felice Levratto, lo sfondareti genoano, del fiumano Mihalic, acquistato dal Napoli, e di Francesco Frione, oriundo prelevato dal Wanderers. Oltre a loro arrivavano altri onesti comprimari, come il mediano Turchi, l'altro mediano Gruden, oltre a due meteore, il fratello di Demaria, Felix e Ponzinibio. Una campagna così effervescente non poteva non produrre risultati. La squadra, guidata dalla sapiente mano di Veisz, si rivelò l'unica seria alternativa alla straripante Juventus, ma non riuscì mai a mettere pressione ad Orsi e compagni, che chiusero il torneo con ben otto punti di vantaggio. Anche in Europa, i nerazzurri trovarono un avversario troppo forte, l'Austria Vienna di "Cartavelina" Sindelar, che sbarrò loro la strada in finale, anche se solo per differenza reti. L'ottimo comportamento della squadra, suscitò comunque grande entusiasmo nella tifoseria, alimentato anche da una nuova campagna di acquisizioni di grande rilievo. Nell'estate del 1933, infatti, arrivavano un vero pezzo da novanta del calcio italiano, il mediano Alfredo Pitto, dalla Fiorentina e Ricardo Faccio, mediano del Nacional di Montevideo preceduto da ottime referenze. Insieme a loro, era da mettere in rilievo l'acquisto di Agosteo, roccioso terzino della Pro Patria, che andava a comporre una coppia di terzini di sicuro affidamento con Allemandi. Il confermatissimo Veisz riuscì a portare in fuga la sua squadra, ma quando sembrava fatta per effetto del pareggio a reti inviolate di Torino, a sole sette domeniche dal termine, arrivarono le due sconfitte con Fiorentina e Torino e due pareggi con Roma e Genoa ad aiutare la Juventus che chiuse con quattro lunghezze di vantaggio su Meazza e compagni. Assai meno brillante fu il percorso interista in Coppa Europa: al primo turno infatti il Kladno rispedì subito a casa gli uomini di Veisz. A parziale consolazione, arrivò nell'estate del 1934 il primo trionfo mondiale dell'Italia di Pozzo, cui dettero grande contributo Peppino Meazza e Allemandi, mentre Ceresoli aveva dovuto dare forfait all'ultimo per una frattura al braccio. Ormai, il secondo posto stava diventando una abitudine per l'Ambrosiana e per cercare di schiodarsi da una situazione che stava diventando beffarda, la dirigenza elaborò una nuova campagna acquisti pirotecnica, che vide arrivare dal Sudamerica il terzino Mascheroni e gli attaccanti Porta e De Vincenzi, tutti elementi che avevano fatto vedere il loro spessore nei tornei dai quali provenivano. Anche sul mercato italiano, furono prelevati elementi di provato rendimento, a partire dal mediano patavino Battistoni, passando per l'ottimo interno Mazzoni, mezzala col vizio della rete acquistato dal Genoa, finendo con una promessa come l'attaccante Remo Galli, pescato nel Modena. Alla guida tecnica arrivò Guyla Feldmann, cui era chiesto quel titolo che sembrava la naturale risultante degli sforzi fatti in sede di mercato. Fu tutto inutile, perchè ancora una volta l'Ambrosiana dovette cedere alla Juventus, stavolta in maniera ancora più beffarda, all'ultima giornata, quando la sconfitta con la Lazio impedì ai nerazzurri di onorare nel migliore dei modi la scomparsa di Frione. Dopo la nuova beffa, la società decise di varare una campagna acquisti mirata, che in pratica fu incentrata sull'arrivo del grande Giovanni Ferrari dalla Juventus. Il quale, però, si beccò subito sei giornate di squalifica per aver firmato un contratto con la Lazio in un momento non consentito. Altri acquisti di un certo peso erano quelli del terzino Vincenzi dal Napoli e dell'ala Antona, una promessa soltanto in parte mantenuta. Stavolta la consueta beffa non ci fu, nel senso che l'Ambrosiana uscì presto dalla lotta per il titolo e alla fine arrivò un quarto posto estremamente deludente se rapportato al fatto che la Juventus aveva finito il suo grande ciclo e a raccoglierne l'eredità era stato il Bologna.             

I TRIONFI DELLA SECONDA PARTE DEGLI ANNI '30

L'estate del 1936 vede la fuga dei sudamericani. Castellazzi prende posto in panchina e, dopo un anno di assestamento, porta l'Inter al suo quarto scudetto. A sorpresa, però, l'allenatore lascia la panchina e al suo posto arriva Tony Cargnelli. Il Sistema sostituisce il Metodo. Meazza si ferma, ma due ragazzi del vivaio, Guarneri e Candiani, ne fanno brillantemente le veci: è il quinto titolo! 

La non buona annata 1935-36, ebbe come conseguenza una mezza rivoluzione. Provocata anche dalla fuga di ben cinque oriundi (Porta, De Vincenzi, Mascheroni, Demaria e Faccio), che seguirono l'esempio di Guaita, Scopelli e Stagnaro, gli assi argentini della Roma che l'anno precedente erano scappati per la paura di essere arruolati per la guerra d'Etiopia. Per rimpiazzare gli illustri fuggiaschi, furono ingaggiati Peruchetti e Locatelli dal Brescia, Bisigato dalla Lazio, Ferraris II dal Napoli, Frossi dall'Aquila e Buonocore dal Messina. Sul fronte delle partenze, ve ne erano due di peso, quelle di Ceresoli, che andava al Bologna e quella di Pitto, che andava aconcludere la sua grande carriera al Livorno. Era però molto difficile poter rimpiazzare i sudamericani partiti ed infatti il risultato fu appena sufficiente, un settimo posto che non rendeva merito alla bravura del nuovo tecnico, Armando Castellazzi. E che Castellazzi fosse bravo, lo confermò la grande stagione successiva, partita con una campagna acquisti in tono minore, che aveva visto arrivare a Milano i fratelli Ferrara, il roccioso terzino Setti, prelevato dal Bari e, soprattutto, il mediano Renato Olmi dal Brescia. Partita in tono minore, con un pareggio 3-3 a Lucca, l'Ambrosiana trovò presto il ritmo giusto, raggiungendo la vetta della classifica alla nona giornata, per effetto della vittoria nel big match con la Juventus. Al quindicesimo turno, ultimo del girone di andata, la squadra di Castellazzi vinse il titolo di campione d'inverno con ben quattro lunghezze di vantaggio sul Bologna. La parte discendente del campionato si aprì con la goleada ai danni della Lucchese, ma poi una piccola flessione dette coraggio alla muta delle inseguitrici, tanto che alla ventiduesima giornata, la Juventus affiancò i nerazzurri, per poi staccarli di due lunghezze due domeniche dopo. Che divennero addirittura tre, alla ventiseiesima giornata, quando l'Ambrosiana fu sconfitto sul campo del Liguria. Fu quello però il canto del cigno dei bianconeri, poichè alla penultima giornata il Liguria pensò bene di ripetere lo scherzetto fatto a Meazza e compagni andando a violare il campo di Torino. L'apoteosi nerazzurra avvenne all'ultima giornata, per effetto della vittoria di Bari che spinse migliaia di tifosi nerazzurri ad aspettare il ritorno dei propri beniamini alla Stazione di Milano, per festeggiare il quarto scudetto. Ancora una volta sugli scudi un grande Meazza, autore di 20 centri stagionali: nella stessa estate il Balilla portò l'Italia al secondo trionfo mondiale, confermandosi uno dei migliori giocatori della scena internazionale. 
Fu a quel punto che arrivò, come un fulmine a cielo sereno la decisione di Castellazzi di abbandonare la panchina e Pozzani si trovò costretto ad una difficile sostituzione. Il prescelto per la difficile eredità fu Tony Cargnelli, ottimo allenatore austriaco che aveva dato il meglio di sè a Torino, sulla sponda granata, ove aveva portato allo scudetto la grande squadra caratterizzata dal celebre trio formato da Baloncieri, Rossetti e Libonatti. Ad addolcire l'amarezza lasciata dall'addio di Castellazzi, contribuì il ritorno dall'Argentina di Demaria, salutato con grande soddisfazione da un ambiente che non aveva certo dimenticato quello che il giocatore aveva fatto nella sua precedente militanza in nerazzurro. Con Cargnelli, la squadra cambiò modulo, passando dal Metodo danubiano, che pure tante soddisfazioni aveva portato, al Sistema. Il cambiamento di modulo creò qualche problema ai giocatori (Campatelli da centravanti dovette trasformarsi in laterale sinistro) e l'Inter pagò anche i primi segni del declino di Meazza, ma la prima vittoria in Coppa Italia (in finale contro il Novara, battuto per 2-1 con reti di Ferraris II e Frossi) rese comunque positiva una stagione nel corso della quale molto era stato seminato. 
Il raccolto arrivò nell'anno successivo, nonostante l'assenza di Meazza, fermato da gravi problemi di circolazione al piede sinistro. L'innesto di due giovani del vivaio, Guarnieri e Candiani, dette una vera e propria scossa alla squadra, che memorizzò al meglio il Sistema di Cargnelli e riuscì a superare problemi che sembravano insormontabili. La sicurezza del quinto titolo, arrivò solo all'ultima giornata, quando lo scontro diretto col Bologna, al quale i nerazzurri si presentarono con il vantaggio di un punto, fu vinto a San Siro di fronte ad una tifoseria entusiasta. Purtroppo, la gioia di quel trionfo durò ben poco, poichè dopo soli otto giorni Mussolini annunciava l'entrata dell'Italia in guerra.