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DALLA FONDAZIONE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - DAL SECONDO SCUDETTO ALLA CRISI DEGLI ANNI '20 - I BRILLANTI ANNI '30 - L'ERA MASSERONI - L'ERA D'ORO DI ANGELO MORATTI - L'INTER EUROMONDIALE - DA MORATTI A FRAIZZOLI - CON PELLEGRINI E TRAPATTONI E' ANCORA GRANDE INTER - A CORRENTE ALTERNATA - IN NOME DEL PADRE: ARRIVA MASSIMO MORATTI

NASCE LA BENEAMATA

Il calcio italiano è attivo da pochi anni, quando nasce la F.C. Internazionale. A sancirne la nascita è la decisione di scindersi dal Milan di un gruppo di soci, i quali si proclamano contrari alla decisione di escludere gli stranieri dalla vita societaria. A guidarli è il pittore Giorgio Muggiani, lo stesso che passerà alla storia per aver dato veste grafica al Popolo d'Italia di Mussolini. E' l'atto di nascita della più cosmopolita delle società italiane.

Il calcio italiano dei primi anni del ventesimo secolo, era caratterizzato soprattutto dal grande apporto degli stranieri. In particolare svizzeri e inglesi, che per un motivo o per l'altro si trovavano nel nostro paese, costituivano l'ossatura intorno alla quale in molte città italiane andavano sorgendo società di calcio, cioè del nuovo gioco che, inventato in Inghilterra, si stava propagando a macchia d'olio nel vecchio continente. A Milano, in particolare, esistevano già il Milan, società fondata qualche anno prima, ove però il clima sereno degli esordi stava avvelenandosi a causa di una polemica che era un pò la cartina di tornasole di ciò che stava succedendo quà e là per lo stivale, e la Milanese. Dopo la prima fase di sviluppo, nella quale avevano avuto un ruolo preponderante i lavoratori inglesi conquistati in patria dal nuovo sport e desiderosi di praticarlo nelle ore di tempo libero, l'afflusso di italiani aveva riequilibrato la situazione. 
A questa regola non era sfuggito il Milan, società che si era immediatamente imposta come una delle più importanti su una scena ancora alla fase embrionale. A rendere sempre meno idilliaco il clima in casa rossonera, era un gruppo di soci che teorizzava l'autarchia e la necessità di rivolgere il proselitismo soltanto ai ragazzi di origine nostrana. Questa corrente, si era ingrossata sempre di più, trovando inaspettati consensi in una società che pure molto doveva agli stranieri. A contrastare questa visione di stampo nazionalistico, v'era però una meno consistente fazione avversa, guidata dal pittore Giorgio Muggiani, lo stesso che sarebbe passato alla storia per aver dato forma grafica al Popolo d'Italia di Mussolini, che vedeva come il fumo negli occhi l'esclusione di quegli stranieri che pure avevano rivestito un ruolo fondamentale nella diffusione dello sport pedatorio in Italia. Pur essendo minoritari, costoro difesero con grande vigore le loro ragioni. Quando era ormai chiaro che gli avversari stavano avendo la meglio, Muggiani e i suoi seguaci decisero che non era il caso di perdersi in interminabili ed estenuanti dispute e di fondare un nuovo sodalizio, chiamandolo Football Club Internazionale, ragione sociale che era un vero e proprio manifesto delle idee che avevano ispirato l'operazione. La data di nascita del nuovo sodalizio era il 9 marzo 1908. Il primo presidente della storia interista, fu Giovanni Palamithotti, mentre per quanto concerne i colori, Muggiani, che mise a disposizione la sua arte per dare forma grafica al simbolo societario, scelse il nero e l'azzurro. Per inciso, che le ragioni dei fondatori dell'Inter fossero molto solide, lo avrebbe dimostrato il repentino addio al Milan di quell'Herbert Kilpin che era stato tra i fondatori del club rossonero e il primo capitano della squadra, motivato proprio dalla palese ingratitudine che il calcio italiano stava riservando a quegli stranieri che pure si erano prodigati generosamente per permettere la diffusione del football nella penisola. Muggiani e gli altri soci fondatori, con la loro lotta al gretto nazionalismo che rischiava di strozzare sul nascere il calcio italiano, dimostrarono una certa lungimiranza, la stessa che avrebbe guidato nel corso dei decenni i dirigenti, più o meno grandi che si sono avvicendati alla guida della società meneghina. Basterebbe scorrere i nomi dei tanti campioni stranieri che hanno onorato la maglia nerazzurra, a partire dallo svizzero Herner Marktl, che fu il primo capitano dell'Inter, per comprendere il legame profondo con quel cosmopolitismo che faceva bella mostra di sé nel nome stesso scelto all'atto della nascita.   
 

IL PRIMO SCUDETTO

La nuova squadra mostra subito una certa consistenza. Nel 1909-10, ad appena un anno dalla sua nascita, l'Inter vince il suo primo scudetto, anche se a sminuirlo non poco contribuisce la decisione della Pro Vercelli di boicottare lo spareggio in polemica con la Federazione. I nerazzurri passeggiano sulla squadra ragazzi dei bianchi. La vittoria nei due derby col Milan rende ancora più bella l'annata. 

La neonata società andava così a muovere i suoi primi passi nel campionato 1908-09, nell'ambito del girone lombardo ove si sarebbe dovuta scontrare con Milan e Milanese. Naturalmente i nerazzurri non erano i favoriti, visto che il Milan era già considerata la maggiore alternativa al forte Genoa di quel lasso di tempo, mentre la Milanese poteva vantare nelle sue fila alcuni dei migliori giocatori del panorama italiano, a partire dal portiere De Simoni, che sarebbe stato il primo numero uno della nascente Nazionale. I ragazzi nerazzurri, però, dimostrarono immediatamente una buona efficienza, tanto che il primo derby della storia contro il Milan, svoltosi il 10 gennaio 1909 all'Arena, si chiuse con una sofferta vittoria rossonera per 3-2, dopo che la squadra capitanata da Marktl si era addirittura portata sull'1-1 grazie alla rete di Gama. E' il caso di riportare per intero la formazione di quella prima stracittadina: Cocchi; Kappler, Marktl; Niedermann, Fossati, Kummer; Gama, Du Chene, De Vere, Wipft, Volke, Schuler. Come si può notare, la stragrande maggioranza dei primi footballers nerazzurri, era di origine svizzera, cosa che non poteva certo stupire visto il modo in cui era nata la società. Il girone in questione fu alfine vinto dalla Milanese, ma rimaneva l'impressione di una già buona compattezza di squadra a supportare le speranze della dirigenza interista. 
Una prerogativa che diventava ancora più necessaria, visto che il torneo 1909-10, si sarebbe svolto con la formula del girone unico, costringendo l'Inter a scontrarsi con quelle che erano le corazzate del calcio italiano della fase pionieristica, Genoa, Pro Vercelli, Juventus e Torino, oltre alle altre milanesi. La svolta federale, consigliò i vertici societari a muoversi per rinforzare in maniera decisa una squadra che rischiava di fare la parte del vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro. Il rinnovamento fu estremamente deciso, tanto che della squadra dell'anno prima rimasero soltanto due titolari, Fossati e Schuler. Tra i nuovi arrivi, era da notare quello del portiere Campelli, uno dei migliori nel suo ruolo nel periodo che precedette lo scoppio del primo conflitto mondiale, il quale divenne immediatamente uno dei maggiori punti di forza della squadra. Incredibilmente per una compagine formatasi solo da un anno, l'Inter non solo resse l'urto, ma si issò in vetta alla classifica in coabitazione con la Pro Vercelli, coabitazione che sarebbe durata sino alla fine del campionato, costringendo la Federazione a stabilire la data dello spareggio per l'assegnazione del titolo al 24 aprile del 1910, all'Arena di Milano. Poichè lo stadio era indisponibile per una gara tra rappresentative militari (nella quale sarebbero stati impegnati i vercellesi Innocenti, Milano II e Fresia), la stessa Federcalcio spostò la sede a Vercelli, senza però spostare la data come richiesto dalla dirigenza piemontese. Per protesta, i bianchi decisero di far scendere in campo la squadra ragazzi, che si trovò presto a malpartito contro i più smaliziati avversari. Il punteggio finale, 10-3 (secondo alcuni 9-3. secondo altri 11-3) dimostrò non solo che la partita non ebbe storia, ma anche una certa disorganizzazione del calcio italiano dell'epoca, come del resto dimostrava ampiamente il comportamento federale. Questi erano comunque i nomi dei primi campioni nerazzurri: Campelli, Fronte, Zoller; Jenny, Fossati, Stebler; Capra, Payer, Peterlj, Aebi, Schuler. L'ultima cosa da annotare, erano le due goleade rifilate al Milan il 6 e il 27 febbraio. Nel breve spazio di tre settimane, i malcapitati rossoneri dovettero chinarsi per ben dieci volte a raccogliere il pallone in fondo alla loro rete. Nella prima partita, il mattatore fu Capra, autore di una tripletta, condita dai goal di Payer e Peterly, nella seconda gara Engler e Peterly con le loro doppiette e Capra, risposero alla segnatura iniziale di Mariani.          


SENZA INFAMIA E SENZA LODE

Dopo lo scudetto, l'Inter si affloscia nettamente. Nella stagione 1910-11 e in quella successiva, non passa neanche il turno preliminare e perde la supremazia cittadina. Va meglio nel 1913-14, anche perchè comincia a dare i suoi frutti l'arrivo di Zizì Cevenini dal Milan, ma l'Inter deve arrendersi a Casale e Genoa. Poi arriva la guerra e l'Inter paga il suo tributo di sangue alla Patria: muoiono Bavastro, Fossati e Caimi.   

Negli anni successivi, quel primo trionfo si sarebbe però rivelato un fulmine a ciel sereno. Nei tornei successivi, la squadra nerazzurra sembrò aver smarrito del tutto la baldanza messa in mostra nel 1910, tanto da non raggiungere la seconda fase di un torneo tornato ai gironi territoriali. Che qualcosa si fosse rotto nel meccanismo, fu dimostrato dalla prima stracittadina del torneo 1910-11, disputata il 5 febbraio 1911 all'Arena e che vide il Milan regolare i rivali col classico punteggio all'inglese. Ancora più cruda fu la sconfitta del secondo derby, un 6-3 che mostrava impietosamente il declino di una squadra che pure era rimasta praticamente la stessa dell'anno precedente. Alla fine dell'anno, l'Inter non solo aveva perso la supremazia in campo nazionale, ma anche quella cittadina, poichè a fronte del secondo posto milanista nel girone lombardo-piemontese-ligure, i nerazzurri chiudevano con un desolante sesto posto che rappresentava un clamoroso passo indietro. 
Un pò meglio andò nel torneo 1911-12, quando Campelli e compagni riuscirono a chiudere al quarto posto il girone eliminatorio. I tanti mutamenti intercorsi nell'ossatura della squadra, avevano parzialmente restituito efficienza ai nerazzurri, senza però consentire quel salto di qualità necessario a tornare in vetta. Ancora una volta, il Milan vinse le due stracittadine e precedete nettamente una squadra che era ormai lontana parente di quella che aveva vinto il titolo. 
Di fronte ad una situazione certamente non esaltante, si cercò allora di correre ai ripari. Il colpo più clamoroso nella campagna di potenziamento, fu rappresentato dall'arrivo di Cevenini III, vero e proprio fuoriclasse dell'epoca, il quale dopo aver rotto col Milan, decise di trasferirsi in nerazzurro portando con sè i propri fratelli. Neanche il suo arrivo, però, poteva invertire quella che era ormai diventata una tendenza. Il gap con la vetta si ridusse leggermente, come dimostrò la fatica con la quale il Milan piegò i nerazzurri nelle due stracittadine di annata, ma ancora una volta l'Inter rimase esclusa dalle finali, per effetto di un terzo posto nel girone ligure-lombardo che rappresentava sotanto un piccolo passo in avanti. Gli innesti di quella stagione, però, dettero i loro frutti combinandosi con quelli della campagna di rafforzamento del 1913, in particolare quello di Bavastro, che dette ai due fratelli Cevenini la possibilità di godere di una valida spalla d'attacco in grado di finalizzare al meglio la mole di gioco da loro svolta. L'Inter riuscì a vincere il girone eliminatorio davanti a Juventus e Milan, per poi arenarsi nella fase successiva di fronte alla più quadrate Casale e Genoa, ma rimaneva la consolazione del recupero della supremazia cittadina, simboleggiata dai due derby vinti. Lo stesso andamento ebbe la stagione 1914-15, coi nerazzurri primi nel loro girone eliminatorio e in quello di semifinale. Nel girone di finale, però, il cammino nerazzurro fu interrotto dalla guerra, quando mancava una sola partita. L'entrata del nostro paese nel conflitto che già da un anno insanguinava l'Europa, portò alla cessazione dell'attività ufficiale e la pratica calcistica continuò solo a livello clandestino, in modo da tenere in attività coloro che non erano stati chiamati in trincea, cioè i giovanissimi o gli anziani. Molti dei giocatori interisti raggiunsero le prime linee e la società nerazzurra, come del resto le altre, pagò un prezzo salatissimo alla guerra: Fossati, Bavastro e Caimi persero infatti la vita duranti i cruenti combattimenti che caratterizzarono il grande macello innescato dall'attentato di Sarajevo. Per fortuna, anche la guerra ebbe termine e, nel 1919, il calcio poteva tornare ad essere lo svago ideale per chi voleva dimenticare le distruzioni e i lutti lasciati dal conflitto.