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SPENSLEY E KILPIN

La storia dei giocatori anglosassoni nel nostro paese è una storia a parte. Che ha inizio agli albori del calcio italiano, quando tanti ragazzi inglesi, molto spesso lavoratori o studenti che si trovavano nel nostro paese, si prodigarono per favorire la diffusione dello sport pedatorio nella penisola. Tra di loro si distinsero soprattutto James Richardson Spensley, primo capitano del Genoa e Herbert Kilpin, cofondatore del Milan.

La storia dei giocatori anglosassoni in Italia, costituisce un capitolo a parte nell'avventuroso romanzo del nostro calcio. Il primo capitolo di questa storia, fu scritto dai tanti inglesi che vennero in Italia nel corso degli ultimi anni del diciannovesimo secolo o nei primi anni di quello successivo e che furono gli artefici della diffusione del gioco nato dalle loro parti nel nostro paese. Molto spesso si trattava di giovani inglesi che arrivavano in Italia per ragioni di studio o di lavoro e che, nei momenti liberi, tiravano fuori i primi rudimentali palloni di cuoio che ancora costituivano un UFO in Italia e cercavano compagni di gioco per passare qualche ora in spensieratezza. Tra costoro, un posto d'onore spetta soprattutto a due personaggi di grande spessore: il primo è James Richardson Spensley, l'uomo che ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del calcio nello stivale, il secondo è Herbert Kilpin. 
L'importanza di Spensley nella storia del nostro calcio, fu dovuta non tanto alle sue doti calcistiche, quanto a quelle organizzative. Spensley era un medico trasferito dall'Inghilterra a Genova per curare i marinai inglesi delle navi carboniere. Persona molto colta, appassionato di religioni orientali, conosceva perfettamente tra le altre lingue il sanscrito ed il greco, viaggiatore instancabile, corrispondente per il Daily Mail, appassionato di pugilato, filantropo (nel 1910 avrebbe fondato la sezione italiana dei boy-scout) e svariate altre cose. Tra queste altre, c'era soprattutto una passione feroce per il football, sport che lo aveva attratto immediatamente e che praticava regolarmente. La sua passione trovò una efficace sponda a Genova, ove si era formato il Genoa Cricket and Football Club. Nella società rossoblù, trovo l'appoggio per allestire una vera e propria squadra di calcio sul modello di quelle britanniche che ormai da anni si stavano dotando di una organizzazione capace di superare la fase embrionale e di promuovere una diffusione capillare del nuovo gioco che sin dagli esordi aveva dimostrato una straordinaria capacità di attrazione su giovani di tutte le classi e ceti sociali. Proprio Spensley, al fine di promuovere la diffusione dello sport che amava, si occupava di arruolare per le partite del sabato gli equipaggi delle navi inglesi alla fonda nel porto nonchè gli operai, sempre di nazionalità anglosassone, delle ferriere Bruzzo, che del resto non chiedevano di meglio per poter trascorrere le ore successive a quelle lavorative. Il 10 aprile 1897, Spensley riuscì a far passare nell'Assemblea del Genoa una mozione rivoluzionaria che sanciva l'ingresso nel Club di soci italiani (fino a 50 all'inizio, senza limite dopo alcuni anni) e portava perciò ad un ulteriore allargamento delle basi su cui si poteva lavorare per la diffusione del football. Erano quelli gli anni in cui il Genoa dominava la ristretta scena calcistica italiana e Spensley fu il capitano di quella squadra. Una volta smessi i panni di giocatore, continuò a lavorare per la diffusione dello sport che amava, almeno sino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nella quale trovò prematura morte. Arruolatosi come ufficiale medico nell'esercito britannico, fu ferito in Germania mentre, in linea col suo carattere, stava generosamente soccorrendo un soldato tedesco oltre le linee. Spensley spirò il 10 novembre del 1915 dopo oltre un mese di agonia nell'ospedale militare di Magonza. Venne sepolto, dove riposa tutt'ora, con gli onori militari nel cimitero di Kassel.
Herbert Kilpin,  fu tra i cofondatori del Milan e primo capitano della squadra di calcio rossonera. Kilpin, si era trasferito giovanissimo in Italia, partecipando nel 1890 alla fondazione della Internazionale di Torino, quella che può essere considerata la prima società calcistica italiana, presieduta da Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi. Sette anni dopo si era trasferito a Milano e aveva cominciato a frequentare l'American Bar ove aveva conosciuto un gruppo di connazionali, tra cui Alfred Edwards, coi quali aveva convenuto sulla necessità di dar luogo ad una società di calcio. A loro si erano uniti alcuni italiani, ex soci della Mediolanum e a quel punto la storia del nostro calcio si era arricchita di una delle sue grandi storiche. L'attività di Kilpin, continuò sino al 1907, quando, a seguito della decisione della Federazione di puntare sull'autarchia e ritenendola una mancanza di riconoscenza verso i tanti stranieri che avevano lavorato per impiantare il football in Italia, decise di appendere gli scarpini al chiodo. Il calcio italiano aveva perso un grande personaggio.

CHARLES, IL GIGANTE GENTILUOMO

La pista britannica si riaprì solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Fu la Juventus a percorrerla in maniera decisa, portando a Torino John Charles, un gigantesco centravanti gallese che aveva fatto sfracelli con il Leeds. Il Gigante Buono, come fu soprannominato, si dimostrò un crack e formò con Sivori una coppia straordinaria, sulla quale la squadra bianconera costruì i suoi successi degli anni '50.  

Dopo Spensley e Kilpin, tanti altri giocatori inglesi ebbero modo di misurarsi col calcio italiano. ma non solo giocatori, se si pensa che l'arrivo e gli ottimi risultati di William Garbutt, il primo allenatore professionista approdato nel nostro calcio, favorirono l'importazione di ottimi tecnici inglesi nel corso dei primi decenni del secolo. A partire dagli anni '20, però, l'afflusso di giocatori anglosassoni si fermò del tutto, per riprendere soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l'arrivo di Paddy Sloan al Milan, una esperienza non proprio memorabile. A riaprire decisamente la pista britannica fu la Juventus che, nel 1957, fece arrivare il gallese John Charles, un gigantesco centravanti che nel campionato inglese aveva fatto veri e propri sfracelli col Leeds mettendosi in luce come uno dei migliori attaccanti in assoluto del calcio britannico. Basti ricordare che nel campionato precedente al suo arrivo in Italia, il gallese aveva messo a segno la bellezza di 38 reti in 40 gare disputate! Dotato di un fisico poderoso, un metro e ottantasette di altezza per novanta chili di peso, Charles era solito buttare nella contesa tutta la sua vigoria fisica, con la quale metteva in grande ambasce avversari non abituati a doversi misurare con attaccanti così pesanti. Al contempo, però, il gigante gallese era un vero e proprio gentleman e si esimeva dall'accoppiare a quella straordinaria potenza una cattiveria che sarebbe stata pericolosissima per i suoi diretti avversari. Più di una volta, nel corso delle partite che lo vedevano protagonista, Charles preferì disinteressarsi dello svolgimento dell'azione per soccorrere avversari rimasti in terra dopo contatti fisici da lui provocati in maniera involontaria. In questo, il gallese si dimostrò profondamente diverso da quell'Omar Sivori che invece non di rado usava rendersi protagonista di contatti al limite, e molto spesso oltre, del regolamento. i due formarono una strana e straordinaria coppia, trainando la Juventus a ripetuti titoli, dei quali furono grandissimi protagonisti. 
La grande forza fisica di Charles si accoppiava in maniera magnifica alla tecnica sopraffina di Sivori, rendendo praticamente impossibile l'opposizione delle pur munitissime difese italiane. Fortissimo nel gioco aereo, nel quale poteva far valere la sua stazza, Charles, pur non essendo del tutto rifinito dal punto di vista tecnico, sapeva colpire nel migliore dei modi la palla anche coi piedi e il suo tiro secco e preciso gli permise anche in Italia di mantenere medie realizzative elevatissime. In cinque campionati disputati in bianconero, mise a segno ben 93 reti. Nell'estate del 1962, la Juventus giudicò ormai arrivato al capolinea il gallese e lo rispedì in patria, ma l'avventura italiana di Charles non era ancora conclusa. Arrivò la chiamata della Roma, che aveva bisogno di un ariete d'area, cosicchè il Gigante Buono sbarcò sulla sponda giallorossa del Tevere per spendere gli ultimi spiccioli di una straordinaria carriera. Purtroppo per lui, e per la Roma, la valutazione della dirigenza bianconera si rivelò esatta e Charles riuscì a giocare soltanto dieci gare, mettendo a segno quattro reti. Di lui sarebbe rimasto nei tifosi bianconeri e in quelli delle altre squadre, il ricordo di un attaccante straordinario e di un vero gentiluomo del calcio.   

LAW E BAKER, DUE TIPI DA ROTOCALCO

Sull'altra sponda del Po, si fecero invece notare Denis Law e Joe Baker, che passarono come un vero e proprio uragano sulla scena torinista. Giocatori differenti e fortissimi, accomunati da una concezione del calcio assai poco professionale. Dopo aver fatto innamorare la Maratona, si resero protagonisti di una serie di avventure tragicomiche che si conclusero con un incredibile incidente automobilistico.

Mentre finiva l'avventura torinese di Charles, si apriva quella di due dei più bizzarri campioni che siano mai transitati nella penisola. i due rispondono ai nomi di Denis Law e Joe Baker ed erano stati portati al Torino da Gigi Peronace. Le referenze che li accompagnavano erano di primo ordine, ma probabilmente Peronace non aveva ragguagliato debitamente la dirigenza torinista sulle stranezze caratteriali dei suoi due protetti. Law era scozzese, mentre Baker era inglese. Il primo era un attaccante dotato di tecnica straordinaria, mentre il secondo basava il suo gioco su una straripante forza fisica e su un coraggio leonino. Erano costati molto: 220 milioni Law, poco meno Baker. La loro prima apparizione fu in linea con il loro carattere: l'amichevole di presentazione cominciò con il cielo stellato e finì con acqua a catinelle. Probabilmente questo esordio avrebbe dovuto mettere sul chi vive i dirigenti del Torino. La prima parte dell'avventura granata di Law e Baker destò il subitaneo entusiasmo della Maratona, orfana ormai da molti anni di campioni in grado di far rivivere, almeno in parte, la straordinaria epopea del Grande Torino di Valentino Mazzola. Le giocate estemporanee di Law e la straordinaria fisicità del gioco del suo degno compare, furono enormemente apprezzate dalla tifoseria granata e, soprattutto, sembrarono poter restituire una prospettiva ad una storia, quella del Torino appunto, che da quel maledetto schianto di Superga non si era più risollevata. Purtroppo, a frenare almeno in parte il rendimento di Law e Baker, c'era una concezione del calcio che strideva in maniera irriducibile con il professionismo. Per loro il calcio era lavoro soltanto la domenica, il resto della settimana doveva ridursi ad uno spasso continuo. Ecco così le notti tirate sul tardi e le interminabili bevute nei locali notturni che facevano imbestialire il povero Enzo Bearzot. Il quale, più di una volta cercò di convincerli che il calcio era anche sacrificio, col risultato di farli addormentare ogni volta che cominciava il suo sermone. La società cercò di correre ai ripari, mettendogli alle costole il povero Peronace, nel tentativo di ammorbidirne gli eccessi, ma fu tutto inutile. Nella settimana successiva al secondo derby della stagione, perso dal Toro, Law e Baker, col gentile concorso del fratello dello scozzese, Joseph, andarono a scontrarsi con la loro auto contro il monumento a Garibaldi che faceva bella mostra di sè in un crocevia cittadino. Stavano tornando da una notte passata in un locale notturno ed erano le quattro del mattino, quando i tre, completamente ubriachi, riuscirono nella bella impresa di centrare il monumento dedicato all'Eroe dei Due Mondi. Dal violentissimo impatto con il monumento, Law uscì con alcune contusioni ed escoriazioni, mentre a Baker andò molto peggio: frattura del palato e del setto nasale e campionato finito. Fu un vero peccato, poichè il primo campionato giocato in Italia aveva fatto intravvedere cose egregie, soprattutto da parte di Law, un vero fuoriclasse, anche se eccessivamente intemperante. Purtroppo era praticamente impossibile arginare l'esuberanza dei due. Il cozzo contro la statua di Garibaldi non era certo il primo incidente di cui si rendevano protagonisti. Basti pensare che già il 19 novembre, a Roma, nel corso di una uscita in due noti night della Capitale, Baker aveva dato luogo ad un litigio con un fotografo che lo aveva ripreso senza permesso e, soprattutto, senza pagarlo, prassi che in Inghilterra, a suo dire, era una consuetudine. Altro episodio del genere si era verificato a Venezia, ove Baker aveva picchiato il fotografo Celio Scapin, costringendo la società a sborsare 700.000 lire per mettere a tacere l'accaduto. E poi multe, litigi, intemperanze continue e una guerra senza sosta con la società. Che finì in quell'alba del 7 febbraio, quando la dirigenza decise che era arrivato il momento di pensare a qualche campione dal carattere più conciliante.