ARCHIVIO STORICO
 HOME

 STORIE

 SQUADRE

 CAMPIONATI

 GIOCATORI

 COPPA ITALIA

 MONDIALI

 BIG MATCH

 COMMUNITY

 LINKS

 CREDITS

 CONTATTI

 

L'AVVENTO DI NOVO - LA PRIMA PIETRA - UNA COPPIA PORTENTOSA - L'ADOZIONE DEL SISTEMA - I PRIMI TRIONFI - LA GUERRA FERMA TUTTO - IL GRANDE TORINO - UNA VERA EPOPEA - DIECI IN NAZIONALE - LA SCIAGURA DI SUPERGA - UN LUTTO NAZIONALE - GRANDE TORINO PER SEMPRE

IL COSTRUTTORE

Ferruccio Novo, l'uomo che ha costruito il Grande Torino. Un periodo poco esaltante. Il Torino deve subire l'egemonia della Juventus dei cinque titoli. Un calciatore fallito lascia il posto a un dirigente di prima grandezza. Novo fa tutta la trafila prima di diventare Presidente del Torino.

Se il Grande Torino potesse essere rinchiuso in un simbolo, questi non potrebbe essere che lui, Ferruccio Novo, l'uomo che del mito granata fu il vero proprio artefice e che tale mito aveva edificato pietra su pietra con grande tenacia nel corso degli anni precedenti Superga. A noi piace pensarlo ancora sulle gradinate del Filadelfia (che esiste ancora ad onta dell'incuria umana, perchè i simboli dell'anima non muoiono mai) mischiato ai tifosi del Grande Torino, mentre segue le evoluzioni della sua creatura, le ripetute combinazioni tra Mazzola e Loik, le invenzioni sottoporta di Gabetto, le chiusure di Grezar, la straordinaria tecnica con cui Maroso usava dispensare le sue lezioni di calcio in attesa che nascessero i terzini moderni e tutto lo straordinario repertorio di una squadra che proprio lui aveva assemblato con straordinario acume e passione.
"Alla fine del campionato 1938-39, concluso dal Torino al secondo posto dietro il Bologna, altra svolta storica nella vita della società. Il presidente ingegner Cuniberti lascia l'incarico dopo quattro anni di lotte e gli succede Ferruccio Novo..." Così "Il Torino, una fede. Storia generale del Torino" a cura di Bruno Perucca, Gianni Romeo e Bruno Colombero, delinea l'avvento dell'uomo che più di ogni altro lavorò per costruire la più grande squadra che mai abbia calcato i campi di gioco della penisola. In effetti il periodo che aveva preceduto la scalata presidenziale di Novo non era stato dei più esaltanti e anzi aveva visto la squadra granata non in linea con una tradizione che, nel corso della presidenza Marone di Cinzano aveva visto il Torino vincere uno scudetto e perderne un'altro soltanto per effetto di una decisione federale che aveva inteso punire la corruzione del terzino juventino Allemandi da parte di un consigliere granata. Pur rimanendo sempre a discreti livelli nel corso degli anni '30, il Torino aveva dovuto subire lo strapotere della grande Juventus dei cinque titoli consecutivi e aveva mal digerito la perdita del primato cittadino.
Novo era da quasi trent'anni in contatto col Torino poichè, nel 1913 aveva firmato il cartellino che lo legava in qualità di calciatore alla società nata soltanto sette anni prima da una scissione incorsa in seno alla Juventus. La carriera di calciatore era presto naufragata, senza eccessivi rimpianti e il giovane Novo, dopo aver studiato in una delle scuole più esclusive della città, il Collegio San Giuseppe dei Fratelli delle Scuole Cristiane, si era dedicato con profitto al lavoro imprenditoriale. Se non era riuscito come calciatore, Novo non per questo s'era allontanato dalla società granata, trasformandosi di volta in volta in socio, accompagnatore, dirigente, consigliere per poi terminare la sua scalata con la massima carica societaria. Per sua fortuna il peso maggiore dell'azienda era stato assunto dal fratello Mario, anch'egli grande tifoso della società granata, e ciò gli aveva lasciato grande libertà d'azione e soprattutto la possibilità di dedicare molto tempo al calcio.


FASE DI STUDIO

Novo comincia a disegnare il Torino del futuro. Le sue idee trovano resistenza negli uomini della vecchia guardia granata. Una campagna di rafforzamento mirata. Il primo tassello va a posto: arriva Ossola dal Varese. Kutik e Mattea decidono di riproporre come sistema di gioco il Metodo.

Nell'assumere la guida del club, Novo pensava di trasportarvi quei criteri manageriali che reputava necessari per poterlo riportare a quelle posizioni di vertice che gli cometevano: prontezza nell'attuare i piani concordati, continuo aggiornamento circa l'evolversi continuo dello sport calcistico con lo studio delle maggiori realtà dell'epoca, disponibilità ad affrontare anche economicamente rischi superiori alla norma. Tra le sue doti, soprattutto una avrebbe contribuito alle fortune del Torino, il saper ascoltare i consigli che gli venivano dalle persone che riteneva capaci, anche se poi era lo stesso Novo a decidere la strada da prendere. Persona di grande autorevolezza, era sempre pronto ad assumere sulla propria persona i rischi connessi alle attività praticate. Proprio per questo motivo forse, nei primi tempi del suo impegno nel Torino aveva incontrato forti resistenze da parte di coloro che erano legati a criteri più tradizionali e al paternalismo che aveva caratterizzato il calcio italiano nei decenni precedenti, che però aveva saputo ben presto domare imponendo le idee che reputava irrinunciabili. Il suo primo anno di presidenza fu improntata ad un attento studio di ciò che andava muovendosi nel calcio italiano, ragion per cui cambiamenti ci furono, ma non certo rivoluzionari. Se la squadra fu ridisegnata, soprattutto nella sua linea avanzata, ove a Petron furono affiancati Borsetti, Marchini, Michelini e Capri, in modo da consegnare al duo che aveva chiamato alla guida tecnica. formato da Andrea Kutik e Angelo Mattea, una squadra capace di reggere il passo con le migliori, il piano tattico rimase lo stesso, ancorato a quel Metodo che aveva portato l'Italia di Pozzo a vincere per due volte consecutive i Mondiali, che però ormai cominciava a mostrare le prime vistose crepe dell'usura. Era però passato sotto silenzio un fatto che negli anni successivi, avrebbe assunto grande rilevanza anche simbolica, l'acquisto di un giovane di belle speranze, tal Franco Ossola dal Varese, per la cifra di 500.000 lire che era stato segnalato da una vecchia bandiera come Janni, allenatore dei lombarrdi. Era il primo tassello nella costruzione del Grande Torino.

UN AVVIO NON ESALTANTE

Dopo un ottimo inizio, il Torno perde cinque gare in sei partite e pregiudica il cammino successivo. La squadra non si scoraggia e rimonta posizioni su posizioni, entrando in lotta per il quarto posto. Alla fine è un sesto posto che però non smonta Novo, che prevede lo scudetto in breve!

L'ottimo avvio, fu vanificato dal momentaccio che i granata vissero tra la quarta e la nona giornata, nel corso del quale il Torino perse la bellezza di cinque partite, ponendo una seria ipoteca in negativo sul prosieguo del campionato. Nonostante tutto il Torino non si perse d'animo e riuscì a superare la crisi e a rimettersi in corsa per i quartieri alti della classifica. Dopo aver pareggiato a Roma contro i giallorossi, arrivarono due vittorie consecutive con la Triestina e a Modena a riportare il sereno. Il periodo favorevole fu confermato dal pareggio di Bari e dalla vittoria con la Fiorentina. Una nuova sconfitta contro il Genoa, a Marassi, rallentò la marcia dei granata, ma da quel momento gli uomini di Novo inanellarono una serie di risultati in trasferta che ne consolidarono la classifica, mettendoli in lotta per un quarto posto che, alla luce di quello che era successo nel corso della parte iniziale del campionato, poteva essere considerato insperato. Il modulo di attacco senza vere e proprie torri d'area, che prevedeva il tourbillon continuo da parte di attaccanti e centrocampisti dette ottimi frutti, tanto che l'attacco del Torino sarebbe stato alla fine il terzo in assoluto. Molto meno positive furono però le note riguardanti la difesa, che probabilmente a causa di una certa fragilità in fase difensiva da parte del reparto centrale, soffrì per tutto l'anno, esposto come era alle offensive avversarie che trovavano scarsa resistenza da parte di centrocampisti portati più alla costruzione che all'interdizione. Purtroppo tutto fu vanificato dalle due sconfitte rimediate nel corso delle ultime due giornate. Alla fine dell'anno il Torino si piazzò al sesto posto, un piazzamento onorevole, ma non certo esaltante per una persona che ragionava in grande come Novo. Era un inizio non certo esaltante, ma la fiducia del neo presidente granata non decadde certo per questo piazzamento, che pure era di molto inferiore alle attese di inizio stagione. Per capire la delusione di Novo, figlia di una grande ambizione, basti dire che, nel corso di una discussione con amici, il presidente granata si era fatto scappare una affermazione molto impegnativa e che sul momento era parsa più che altro una spacconata: "Tempo quattro anni e riprenderemo lo scudetto."