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LO SCONTRO CON GIPO VIANI

L'inventore del Vianema lo aveva portato in Italia, pensando magari di poter domare il suo capriccioso talento. Non aveva perō fatto i conti con la bizzarria del carattere di Bronče. Che infine gli fece saltare i nervi, tanto da spingerlo a picchiarlo. Bronče si prese rapidamente la sua rivincita, pretendendo, per accettare di giocare con la Roma, l'immediato esonero di Viani.

Se c'č stato un giocatore in grado di surclassare le cassanate, questi non puō che essere Helge Bronče. Vero artista del pallone, il danese riempė con le sue imprese le gazzette degli anni '50 e, soprattutto, si procurō la gratitudine dei giornalisti grazie ad una serie di imprese che ne fecero un personaggio pressochč ineguagliabile. Arrivato in Italia grazie alla volontā del presidente del Palermo, Lanza di Trabia, di avere un giocatore in grado di assicurare spettacolo, Bronče si fece immediatamente notare per una serie di stranezze che avrebbero dovuto mettere in allarme il povero Gipo Viani, l'uomo che aveva in pratica concluso il suo acquisto. Amante del lusso e dell'eleganza, Bronče provvide a caratterizzare il ritiro del Palermo, in quel di Asiago, requisendo tutte le stampelle dell'albergo ove erano alloggiati i rosanero per le camicie che aveva provveduto a portarsi dietro. Se questa stranezza, tutto sommato, era perō inoffensiva, molto pių pericolosa per la squadra si dimostrō la totale idiosincrasia alla normalitā da parte di Bronče. Nel corso di una partita giocata sotto il diluvio, il danese provvide ad apostrofare l'arbitro dicendogli che lui era un artista e che un campo ridotto ad un pantano, gli impediva di estrinsecare la sua arte. E meno male che glielo disse in francese, altrimenti l'espulsione sarebbe stata sicura. Nel corso delle partite sotto il sole, invece, Bronče era solito mettersi dalla parte di campo in ombra e giocare in un fazzoletto di campo molto ristretto, in modo da non dover sudare troppo. ma la sua bizzarria, si spingeva anche ad atti del tutto autolesionistici per la squadra, come accadde nel corso di una partita che il Palermo stava cercando di pareggiare col pių classico dei catenacci. per protestare contro questo modo di giocare, che evidentemente non gradiva, ad un certo punto il danese si spostō in difesa buttando la palla in fondo al sacco, nel pių classico e voluto degli autogoal. Apriti cielo! Negli spogliatoi, Viani decise che era troppo e gli mise le mani addosso. La vendetta di Bronče arrivo due anni dopo, allorchč la Roma, appena tornata dalla serie B, decise di rinforzare la squadra per puntare direttamente al titolo. Ad allenarla era appunto Viani che, perō, apprese dai giornali di essere stato allontanato dalla guida tecnica proprio su richiesta di Bronče, condizione posta dall'asso danese per indossare la casacca giallorossa.

UNO PIU' PAZZO DELL'ALTRO

Bronče, alla Roma, formō un sodalizio di pazzi scatenati con Giuseppe Moro, un altro dei pių strampalati personaggi dell'epoca, capace, quando era in giornata, di sbarrare la porta, ma anche, in caso di luna storta, di regalare incredibili goal agli avversari. Il teatrino messo su dalla coppia, fece impazzire i cronisti e i tifosi dell'epoca, oltre che il povero Varglien.

E alla Roma, il teatrino personale di Bronče, si arricchė di nuovi esilaranti episodi. A partire dal ritiro di Montalbieri, ove un giorno, il dirigente Crostarosa, appena arrivato da Roma, si trovō davanti Renosto travestito da Hitler, con una bionda sconvolgente sotto braccio. La bionda sconvolgente era il terzino Eliani e a provvedere al travestimento, al fine di rompere la monotonia del ritiro, era stato appunto Bronče. Il tutto sotto la serafica supervisione del nuovo allenatore, Varglien, il quale aveva immediatamente capito che l'unico modo per non entrare in rotta di collisione con Bronče, era quello di assecondarlo. Se questo era il debutto, il bello doveva ancora arrivare. Ben presto infatti, il danese formō un sodalizio da manicomio con il portiere Bepi Moro, un altro dei pių stravaganti giocatori dell'epoca. Per capire la portata del personaggio, basterebbe dire che Moro era solito portarsi una foto di Santa Rita da Cascia da mostrare a qualche malcapitato avversario, al quale assicurava che quel giorno non avrebbe segnato neanche con l'aiuto proveniente dall'alto. E molto spesso era proprio quello che succedeva, visto che nelle giornate di grazia, Moro era praticamente capace di sprangare la sua porta. Senonchč, c'era anche il rovescio della medaglia, poichč a volte il portierone romanista, si distraeva dalla contesa regalando reti incredibili agli avversari, per la disperazione dei suoi tifosi. Proprio per questo, Moro, assai difficilmente rimaneva per due anni nella stessa squadra ed era molto chiacchierato, anche per via di una passione per il gioco, che rasentava l'autodistruzione. Naturalmente con due personaggi di simile spessore, il divertimento era assicurato. In alcune partite, quando la squadra si buttava all'assalto della porta avversaria, al fine di scardinare il catenaccio avversario, Moro avanzava sin quasi a centrocampo, come se volesse partecipare anche lui al forcing offensivo. E a volte, Bronče assecondava il suo portiere, chiamandolo all'assalto per il divertimento della tifoseria romanista e la gioia dei cronisti, increduli di fronte ad un simile sfoggio di follia. Follia che perō Bronče sapeva anche farsi perdonare nelle giornate di grazia, allorchč sciorinava i numeri di una classe immensa. E naturalmente, le giornate di grazia non mancavano quando il danese si ritrovava davanti il nemico Viani. In quelle occasioni i suoi numeri avevano come teatro il fazzoletto di campo di fronte alla panchina dell'inventore del Vianema, cui non restava che assistere sconsolato allo sfoggio di un talento che non aveva saputo disciplinare.

VIALE DEL TRAMONTO

Le stranezze di Bronče vennero regolarmente perdonate dai suoi compagni di squadra e dalla dirigenza. Poi perō, nel corso di un litigio con Venturi, Bronče colpė con una scarpata il dirigente Campilli e cominciō l'atto finale della personale commedia del fuoriclasse danese. Ceduto alla Juventus, giocō per un anno in bianconero per poi chiudere a Novara.

La cosa strana della vicenda giallorossa di Bronče, consistette soprattutto nella tranquillitā con cui i suoi compagni assistettero alle prodezze del danese senza mai protestare. Qualche mugugno da parte di Pandolfini e di Venturi, ogni tanto c'era, ma nessuno si azzardava a cercare di mettere a posto l'irrequieto compagno di squadra, che proprio in conseguenza della mancanza di reazioni si sentiva probabilmente spinto ad alzare in continuazione la posta. Poi perō, venne il malaugurato 25 ottobre 1953, giorno della sfida contro l'Inter. La partita, vide una straordinaria prestazione dell'asso danese, una vera e propria direzione artistica sotto la quale la Roma si avviava a battere i nerazzurri dopo averli dominati da un capo all'altro della partita. Proprio quando tutto sembrava finito, Lorenzi beffō Moro con una palla che sembrava apparentemente innocua. Il pareggio dell'Inter aprė finalmente le porte alle recriminazioni dei compagni verso Bronče. Il pių irritato divenne proprio il pių tranquillo di tutti, quell'Arcadio Venturi che accusō infine di tutte le nefandezze possibili Bronče, il quale, per risposta gli tirō una scarpino. Che perō non colpė Venturi, chinatosi per evitarlo, ma il dirigente Campilli, accorso nello spogliatoio per cercare di calmare il tumulto. La societā decise allora di mettere fuori squadra il fuoriclasse nordico, tagliando i suoi emolumenti della metā, provvedimento che perō sarebbe stato sospeso in caso di scuse di Bronče. Quando sembrava che il danese fosse sul punto di andare a Canossa, lo stesso Bronče decise di tenere fede al suo personaggio, rifiutandosi di scusarsi e affermando che avrebbe continuato a giocare con la squadra riserve sino a quando la societā non si fosse scusata con lui. L'esperienza romanista era ormai giunta al capolinea. Alla fine dell'anno la Roma cedette Bronče alla Juventus, ove si pensava che il danese avrebbe finalmente messo la testa a posto. Non fu cosė, neanche il rigore savoiardo era in grado di far piegare la testa ad un istrione come lui. Ancora un anno a Novara, e poi Bronče si congedō dal calcio italiano, lasciando nello sconforto tutti coloro che si erano divertiti in quegli anni nel seguire il personalissimo teatrino di uno dei pių grandi fuoriclasse mai approdati sui nostri campi.