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IL DOTTORE CHE FACEVA SCUOLA AGLI ARGENTINI

Fulvio Bernardini, fu il primo grande prodotto del calcio romano. Si affermò giovanissimo alla Lazio, ove arrivò quasi per caso. Con la maglia biancoceleste fece i primi passi da portiere, per poi essere spostato in mezzo al campo, ove fece subito vedere doti da fuoriclasse, arrivando ben presto in Nazionale. Il suo addio alla maglia azzurra fu oggetto di roventi polemiche e dovuto soprattutto all'opera di lobbing dei giocatori juventini. 

Il primo grandissimo prodotto del calcio romano, fu Fulvio Bernardini. Il futuro Dottore, si affermò giovanissimo nella Lazio, ove era arrivato quasi per caso. Infatti, Bernardini aveva sino ad allora militato in una squadretta di quartiere, l'Esquilia, muovendo i suoi primi passi calcistici in porta. A tredici anni, insieme a Filippi, si presentò ai cancelli del campo della Fortitudo, per effettuare un provino, ma fu rispedito a casa da uno zelante guardiano, che aveva ricevuto l'ordine di non far passare nessuno, visto il gran numero di aspiranti calciatori che ogni giorno facevano la stessa operazione. La Lazio, per sua fortuna, lo visionò e le sue doti furono subito notate, aprendogli le porte delle squadre minori biancocelesti. Non era l'ultima volta che i destini di Bernardini si incrociavano con la Fortitudo, poichè in uno dei tanti infuocati derbies che in quel lasso di tempo caratterizzavano il calcio romano, il portierino laziale fu colpito da un calcio in testa nel corso di una mischia, spingendo la sua famiglia a chiedere all'allenatore, Desiderio Koszegy, il suo avanzamento. Koszegy non si fece pregare, di modo che la Lazio perse un buon portiere, ma acquistò un grandissimo giocatore, capace di giostrare all'attacco o a centrocampo con eguale efficacia. Quello che colpiva di Bernardini, ad onta delle giovanissima età, era la sagacia con cui impostava il gioco d'attacco, la calma che caratterizzava le sue giocate e la capacità di trovare sempre il compagno meglio piazzato per il tiro. Alcuni dissero che era un pò lento, scambiando per lentezza la tendenza a ragionare in modo da effettuare la giocata più utile per la squadra. Altra grande caratteristica di Bernardini era una tecnica raffinatissima, che però era spesso messa in sottordine da una tendenza alla non appariscenza, figlia della capacità di sapersi adattare alle esigenze della squadra. Il suo gioco era soprattutto offensivo, tanto che gli si rimproverava a volte di non saper ripiegare con eguale efficacia, ma a questo appunto il giocatore di Rione Monti usava rispondere che era molto più utile far rifiatare la squadra sostenendo l'azione di attacco che spremersi inutilmente in fase difensiva.
Le grandi doti di Bernardini, gli aprirono ben presto le porte della Nazionale. Il 22 marzo del 1925, contro la Francia, fu il primo giocatore del centrosud ad indossare la maglia azzurra, dando luogo ad una prestazione che fu salutata con grandi lodi dalla critica specializzata, la stessa che prima della partita aveva adombrato l'ipotesi che la chiamata dell'asso biancoceleste fosse dovuto alle raccomandazioni di Baccani, suo allenatore e facente parte della Commissione Tecnica della nostra massima rappresentativa. La storia con la Nazionale andò avanti sino al 1931, quando Pozzo decise di sacrificare Bernardini a favore di giocatori meno tecnici, ma più pugnaci. Lo stesso Bernardini, nel suo diario, spiegò onestamente ciò che aveva spinto il Commissario Tecnico ad operare questa scelta, affermando che nel colloquio avuto prima della partita con l'Ungheria, Pozzo gli disse che il suo gioco era di qualità troppo elevata per il resto della truppa e che perciò preferiva sacrificare lui, piuttosto che tutti gli altri. La stampa, nei giorni successivi alla gara con i magiari, montò una feroce polemica sull'episodio, arrivando ad affermare che i due erano venuti alle mani, ma la realtà stava probabilmente nelle parole di Bernardini: quella di Pozzo fu una semplice scelta tecnica che il Dottore decise di rispettare. Del resto, negli anni successivi, i rapporti tra i due personaggi rimasero sempre su un livello di rispetto, che tenderebbe ad escludere la fantasiosa ricostruzione giornalistica di quanto accaduto nel prepartita. Sempre nel suo diario, però, Bernardini accenna ad un episodio che contribuisce a far luce su quanto effettivamente avvenuto in quei giorni. Secondo lui, infatti, nel ritiro azzurro arrivò senza preavviso Bertolini, raccomandato da Caligaris con la motivazione che, essendo il mediano bianconero in rotta con la sua società e trovandosi perciò in difficili condizioni economiche, in tal modo avrebbe potuto godere dell'eventuale premio partita in caso di vittoria. Se si somma a questo episodio il fatto che in allenamento Pozzo aveva ripetutamente provato una mediana composta da Pitto, Bernardini e Ferraris IV, si può agevolmente comprendere come il fuoriclasse romano fu vittima di una azione di lobbing architettata dal blocco della Juventus.    

SU ENTRAMBE LE SPONDE DEL TEVERE

Il suo trasferimento all'Inter, si trasformò in una vera e propria guerra di fazioni all'interno della Lazio. Ma la beffa era dietro l'angolo: dopo soli due anni, Bernardini tornava nella Capitale, ma sull'altra sponda tiberina. Negli anni successivi, Bernardini divenne il leader incontrastato della Roma, formando una straordinaria coppia con Ferraris IV, suo ideale completamento per aggressività ed agonismo.

Anno cruciale nella carriera di Bernardini, fu il 1926. In quell'anno, infatti, venne a maturazione la situazione creata dalle grandi prestazioni sciorinate sia con la Lazio che con la Nazionale. Su di lui, avevano messo gli occhi molte squadre del Nord e in particolare l'Ambrosiana, la quale fece gli pervenire una offerta pressochè irrinunciabile. Bernardini, che veniva da famiglia povera, si trovò di fronte ad un vero e proprio dilemma: lasciare cadere l'offerta sontuosa proveniente da Milano o tradire la parola data la padre in punto di morte e in base alla quale non avrebbe mai dovuto lasciare la casa madre? Bisogna infatti ricordare che la società biancoceleste aveva aiutato il giocatore trovandogli un posto da fattorino di banca, in modo da alleviare le condizioni economiche di una famiglia che non navigava nell'oro. Bel presto, il caso Bernardini si trasformò in una sorta di guerra civile tra chi riteneva che non bisognasse discostarsi da quell'ideale olimpico che aveva caratterizzato la nascita della Lazio e chi, invece, riteneva che fosse impossibile opporsi all'incipiente professionismo che stava accelerando la marcia del calcio italiano sin dagli ultimi anni del decennio precedente. Il giovanissimo Fulvio, per un poco, riuscì a resistere alle sirene provenienti da Milano, ma poi gli equivoci sorti nei rapporti coi compagni e con la società, lo spinsero ad accelerare la trattativa con l'Inter. E quando Olindo Bitetti, uno dei dirigenti laziali a lui più vicino, lo sciolse dalla vecchia promessa fatta la padre, Bernardini salpò verso la Madonnina, mentre la sua vecchia società si dilaniava in lotte sempre più aspre. Le quali fecero perdere di vista quello che sarebbe potuto succedere di lì a poco. Nel 1927, infatti, nacque la Roma, che sin dai primi momenti sbandierò i suoi propositi ambiziosi, nei quali rientrava l'acquisizione dei migliori elementi del vivaio romano. Come Bernardini, appunto, il quale dopo due anni trascorsi in nerazzurro, nel corso dei quali aveva confermato le grandi referenze che ne avevano accompagnato l'avvento, tornava trionfalmente nella Capitale, ma sull'altra sponda tiberina, con grande scorno della dirigenza laziale che, tutta intenta a combattere una guerra anacronistica, non si era premunita di far aggiungere al contratto del fuoriclasse di Rione Monti una postilla che avrebbe vincolato il suo ritorno a Roma alla Lazio stessa. Fu con grande stupore, così, che l'ambiente laziale vide tornare il suo vecchio idolo tra le grandi dimostrazioni di giubilo della tifoseria avversa, un ritorno che la diceva lunga su ciò che stava accadendo nell'ambito del calcio romano, ove la nascita della società giallorossa assomigliava ad un terremoto.
Indossata la maglia romanista, Bernardini continuò a sciorinare grandi prestazioni, formando una strepitosa coppia con Ferraris IV, sia in campo che nella vita. I due erano estremamente diversi: ragionatore e classico Bernardini, per quanto era aggressivo ed istintivo il borghigiano. Bernardini era uso ripetere: "Ah, se avessi il fisico di Attilio...", mentre Ferraris IV rimpiangeva di non avere l'intelligenza del Dottore. Cui, aveva nel frattempo ceduto la fascia di capitano, come atto di rispetto verso quello che riteneva il vero numero uno del calcio romano. L'unico del resto, al quale il borghigiano dava ascolto. 
Proprio la miscela esplosiva, formata dai due, consentì ben presto alla Roma di inserirsi nei quartieri alti del nostro calcio e di ottemperare nel migliore dei modi alla missione storica per la quale era sorta. E militando nella Roma, Bernardini non poteva che accrescere il rancore verso la squadra che lo aveva visto nascere, soprattutto in considerazione delle ventimila lire che Bitetti aveva preteso per scioglierlo dagli obblighi verso la Lazio. Ma Bernardini era troppo signore per ostentare il suo risentimento, tanto che il primo derby della storia, quello giocato nel 1929 e finito con la vittoria giallorossa con rete di Volk, fu caratterizzato anche dalla sua mancanza, che non pochi attribuirono alla volontà di non rinfolocare le polemiche furiose che ne avevano accompagnato la cessione all'Inter. Negli undici anni giocati con la Roma, divenne l'idolo incostrastato della tifoseria giallorossa e confermò il magistero calcistico che spinse gli autori della famosa canzone di Testaccio a scrivere quella strofetta in base alla quale "Poi c'è Fulvio Bernadini che dà scola all'argentini"...  
    

DOTTOR PEDATA

Terminata la carriera da giocatore nella Mater, Bernardini divenne tecnico, cominciando una carriera straordinaria, che lo avrebbe visto vincere lo scudetto con la Fiorentina e col Bologna. L'unico neo della sua grande carrirera da tecnico, fu quello che portò al suo esonero dalla Roma, proprio all'inizio della carriera. Per capire lo sbaglio commesso da Sacerdoti, basti pensare che nel 1950, la società giallorossa cadde per l'unica volta in serie B.

Dopo aver terminato la sua carriera da giocatore nella Mater, Bernardini decise di restare nel calcio in qualità di tecnico. La sua carriera ad alto livello cominciò proprio da dove era finita quella di giocatore, nella Roma. La società giallorossa, dopo aver vinto lo scudetto del 1941-42, non aveva saputo ripetersi ad alti livelli ed anzi, dopo il conflitto era entrata in un periodo estremamente critico, dovuto soprattutto alla mancanza di mezzi finanziari all'altezza. La dirigenza, nel tentativo di invertire la tendenza che stava risucchiando i giallorossi verso i bassifondi, pensò di chiamare il vecchio capitano dei tempi d'oro sulla panchina, senza però mettergli a disposizione una rosa all'altezza. Bernardini cercò di traghettare la squadra verso il nuovo modulo di gioco che vedeva nel Grande Torino il suo indiscusso alfiere, il Sistema, ma venne ben presto in aperto contrasto con Renato Sacerdoti. La situazione divenne ingestibile, tanto che il Dottore fu costretto a gettare la spugna, senza che la mossa sortisse apprezzabili risultati: la Roma retrocesse nel 1950-51 per la prima ed ultima volta della sua storia, mentre Bernardini spiccava il volo verso Firenze. E in riva all'Arno, produsse il suo primo capolavoro, costruendo insieme a Befani la grande Fiorentina che vinse lo scudetto del 1955-56. E nel trionfo gigliato, il primo della storia, il tecnico ebbe una parte rilevantissima. Proprio Bernardini, infatti, capì che nella macchina da lui creata, la benzina ideale sarebbe stata rappresentata da Julio Botelho, in arte Julinho, ala della nazionale brasiliana che aveva incantato ai Mondiali giocati in Svizzera nel 1954. E sempre a lui, si dovette l'intuizione che portò Prini nel ruolo di tornante, con funzioni di copertura che assicurava il necessario equilibrio in una squadra votata all'offensiva e al bel gioco, vero marchio di fabbrica del tecnico romano nel corso della sua carriera. E anche la scelta di Sarti, portiere antispettacolare, ma dallo strepitoso senso del piazzamento e capace di guidare la difesa nel migliore dei modi, fu una sua intuizione. La grande vittoria del 1955-56, rappresentò una felice eccezione nel calcio italiano dell'epoca, ove lo sfrenato tatticismo e il difensivismo simboleggiato dal catenaccio, già limitavano al minimo lo spettacolo. Ma non fu una eccezione nella carriera del Dottor Pedata, come lo ribattezzò felicemente Gianni Brera. Dopo il periodo fiorentino, fu la Lazio a chiamarlo sulla panchina nel tentativo di raddrizzare una situazione portata a livello di guardia dalle pazzie di Tessarolo e Vaselli, che avevano provocato un deficit di bilancio pauroso e costretto la società a vendere tutti i pezzi pregiati di cui disponeva. L'ultimo dei quali, Selmosson, era appena stato ceduto alla Roma, provocando l'aperta ribellione della tifoseria biancoceleste. Bernardini, che aveva accettato la panchina solo dopo un chiarimento con Bitetti, si rimboccò le maniche ed esordì con la clamorosa vittoria nella restaurata Coppa Italia del 1958, primo torneo vinto in assoluto dalla Lazio. Per un paio di anni, riuscì a tenere la barca laziale in linea di precario galleggiamento, ma poi, all'inizio del 1960-61, neanche lui riuscì a rimediare all'insipienza di una società che andava ad acquisire tal Guaglianone in Uruguay, finendo travolto da un disastroso inizio di campionato. Trasferitosi a Bologna all'inizio degli anni '60, Bernardini produsse l'ennesimo miracolo della sua carriera portando al sesto scudetto il Bologna presieduto da Dall'Ara, formando pezzo per pezzo uno strepitoso congegno che lo spinse a dire che come la sua squadra si poteva giocare solo in paradiso. Era il Bologna di Bulgarelli, di Haller, di Harald Nielsen, una squadra capace di unire nel migliore dei modi estetica ed efficacia e di superare lo scandalo del doping che aveva rischiato di travolgerla nel corso del torneo 1964-65. Fu necessario uno spareggio all'Olimpico, per consegnare ai felsinei il tricolore atteso per più di venti anni e anche in questo caso la mano del tecnico risultò decisiva, nella costruzione e nella oculata gestione del materiale tecnico.
L'ultimo acuto della sua straordinaria carriera, fu quello prodotto dopo il disastro della Nazionale ai Mondiali di Germania del 1974. Chiamato a ricostruire la massima selezione, insieme a Bearzot, il Dottore inaugurò il corso dei cosiddetti piedi buoni, inserendo nell'organico giocatori forti dal punto di vista tecnico, in modo da poter ridare qualità ad un gioco che latitava ormai da anni, a partire da Ciccio Cordova e da Antognoni. Cercando di unire la loro sagacia tecnica alla forza atletica di giocatori che sapessero attaccare e difendere allo stesso modo, come Francesco Rocca, in una miscela che avrebbe dovuto unire le caratteristiche tecniche del nostro calcio alla forza atletica delle scuole nordiche, che proprio ai Mondiali del 1974 avevano messo in grande evidenza il modello olandese. E in effetti il gioco messo in mostra dall'Italia in quelle prime uscite post-mondiale, riprodusse almeno in parte gli stilemi di gioco che avevano fatto la fortuna di Bernardini, ponendo le basi per l'ottima esibizione italiana ai Mondiali del 1978. Era il degno finale per una carriera inimitabile...