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UNA FUGA CLAMOROSA

Quando mancavano solo poche ore all'inizio del torneo 1935-36, l'ambiente calcistico nazionale venne messo a rumore dalla notizia della clamorosa fuga del trio argentino della Roma costituito da Guaita, Scopelli e Stagnaro. Una fuga motivata dalla paura di finire in Etiopia ad espletare il servizio militare e che costituì un colpo gravissimo per le ambizioni di scudetto della squadra giallorossa, considerata la massima favorita.

Mancavano poche ore all'inizio del campionato 1935-36, cui la Roma si presentava in qualità di massima favorita, quando una notizia clamorosa si propagò dalla capitale al resto dello stivale: i tre fuoriclasse argentini Guaita, Scopelli e Stagnaro, avevano abbandonato il suolo italiano! La fuga del trio argentino della Roma, arrivò come un fulmine a ciel sereno nell'ambiente calcistico nazionale. Nulla infatti lasciava presagire un avvenimento del genere, soprattutto in considerazione del fatto che i tre giocatori in questione (soprattutto Guaita e Scopelli, un pò meno Stagnaro, che sino ad allora era stato frenato da un grave infortunio) avevano avuto occasione di mettersi in grande evidenza nelle due stagioni precedenti. Sia Guaita che Scopelli avevano tra l'altro rivestito la maglia azzurra, e il primo si era fregiato del Mondiale vinto dalla nostra massima rappresentativa a Roma nel 1934. Quando era stata ventilata la possibilità che i tre dovessero arruolarsi nell'esercito, i dirigenti della Roma si erano attivati immediatamente per fare in modo che, come era prassi, la leva fosse svolta a Roma. I tre assi sudamericani sembravano essersi rasserenati e, anzi, avevano ottenuto dalla dirigenza romanista un adeguamento dei propri contratti che, soprattutto nel caso di Guaita, avevano raggiunto livelli record. Quando perciò fu chiaro che essi erano scappati, la reazione fu abbastanza acida, tanto che qualcuno disse che la Roma non aveva bisogno di codardi.
La fuga dei tre assi argentini non fu con ogni probabilità una iniziativa estemporanea. La motivazione da essi accampata, la paura di essere arruolati per la guerra d'Etiopia, non avrebbe dovuto in alcun modo sussistere visti i precedenti in tema di arruolamento di calciatori, ai quali era sempre stato riservato un trattamento di favore in quanto indispensabili pedine del disegno fascista di usare il calcio come strumento di propaganda per il regime. Fu perciò adombrata da più parti l'ipotesi che fosse stato qualcuno bene addentro alle gerarchie militari a inoculare in loro questa paura, ragion per cui fu chiamata in causa il generale Vaccaro, alto dirigente della Lazio e della Federazione italiana calcistica. Vaccaro era considerato un acerrimo nemico della Roma ed era stato uno dei promotori della mancata fusione della Lazio nella stessa. Era perciò considerato abbastanza plausibile un suo intervento verso Guaita, Scopelli e Stagnaro. I sospetti in questione non furono comunque mai provati del tutto, anche se non è da escludere che proprio Vaccaro abbia giocato un ruolo non secondario negli eventi in questione.

UN BUCO ALL'ATTACCO

La fuga degli argentini, lascio monca la Roma. Con il forfait di Guaita e Scopelli, infatti, la squadra giallorossa, massima favorita per la corsa al titolo, si ritrovò con un buco in avanti, che il tecnico Barbesino cercò di colmare in ogni maniera. Fu addirittura provato il difensore Gadaldi, al centro dell'attacco. Alla fine il problema fu risolto con l'innesto di un ragazzino scovato in un collegio di Albano, Dante Di benedetti.

Il colpo per la Roma fu gravissimo. I giallorossi infatti, avevano impostato la loro campagna di rafforzamento sul puntellamento della difesa, considerandosi in una botte di ferro dal centrocampo in sù. Guaita, nell'annata precedente, si era dimostrato un cecchino inesorabile, stabilendo un record mai più eguagliato nei tornei a sedici squadre: 28 reti in 29 gare disputate. Nè Scopelli si era dimostrato da meno, fornendo una valida mano anche in fase realizzativa, oltre che di costruzione del gioco. Proprio per non rendere vano ciò che l'attacco creava, la società era ricorsa ad una campagna di rafforzamento della difesa strabiliante. Erano infatti arrivati Monzeglio e Allemandi, la coppia di terzini che aveva vinto il Mondiale del 1934, con i quali la Roma aveva chiuso nel migliore dei modi una squadra che, sulla carta, non aveva punti deboli. In effetti i reparti avanzati erano di assoluto pregio considerato quello che aveva fatto vedere Guaita nel torneo precedente e che i vari Scopelli, Bernardini, Cattaneo e Tomasi avevano sempre dimostrato grande dimestichezza con il goal. Con la fuga degli argentini, il reparto offensivo venne a trovarsi in una situazione di gravissima difficoltà, stante la mancanza della prima punta e del centrocampista offensivo più forte forse del calcio italiano. Ad aggravare la situazione, era anche la pratica impossibilità di intervenire con qualche acquisto mirato, visto che la campagna acquisti era ormai conclusa. In un primo momento addirittura si cercò di ovviare alla bisogna inserendo un terzino come Gadaldi al centro dell'attacco, per poi provare i vari D'Alberto e Subinaghi. I risultati furono però abbastanza scarsi. Per tutto il girone di andata e nella fase iniziale del girone di ritorno, infatti la Roma fu perseguitata dalla cronica mancanza di risultati offensivi all'altezza della granitica solidità della difesa ove giganteggiarono a lungo Masetti, Monzeglio e Allemandi. In preda alla disperazione, l'allenatore giallorosso Barbesino decise allora di buttare nella mischia un ragazzone scovato in un collegio della provincia, Dante Di Benedetti. Il giovanissimo attaccante ripagò la fiducia dell'allenatore nel migliore dei modi, mettendo a segno 7 reti nelle 13 partite disputate e conferendo al reparto offensivo quella potenza e quella praticità sino ad allora latitanti. Col suo innesto la Roma risolse d'incanto i propri problemi offensivi, e inanellò una serie di risultati che la portarono a scalare imperiosamente la classifica, tanto da insidiare il primo posto del Bologna che, infine, riuscì ad avere la meglio per un solo punto.

L'ANELLO DEBOLE

Gli autori del complotto, fecero leva su quello Stagnaro che poteva essere considerato l'anello debole del trio argentino. Il forte centromediano, aveva trovato maggiori difficoltà rispetto ai colleghi, anche perchè si era scontrato con la concorrenza di Bernardini e aveva avuto un grave infortunio che ne aveva limitato il rendimento. E quando le voci di una possibile partenza per l'Etiopia arrivarono alle sue orecchie, fu il più lesto ad attivarsi.

Sembra che a spingere per il ritorno a casa fu soprattutto Stagnaro, unico dei tre ad aver trovato difficoltà nella parentesi romana. A parte la latente rivalità con Bernardini, dovuta al fatto che il Dottore non voleva saperne di spostarsi dal suo ruolo preferito di centromediano, a frenarlo era stato in particolare un grave infortunio riportato al ginocchio, che ne aveva ritardato l'inserimento. Nei primi tempi della sua militanza romanista, le difficoltà di carattere fisico avevano addirittura fatto dubitare delle sue reali qualità tecniche, che al contrario erano sicuramente molto consistenti se solo si considera che dei tre, il più referenziato in patria era proprio lui. Poi però le cose erano parse sistemarsi, ma con tutta evidenza Stagnaro non considerava acquisiti i favori della folla e delle dirigenza giallorossa. Quando gli arrivarono all'orecchio le voci su una possibile partenza per l'Etiopia, il centromediano riconsiderò tutta la sua esperienza romana e, fatti i debiti conti, decise che era meglio non rischiare e si adoperò in prima persona presso i compagni per agevolare la fuga. A pagare le conseguenze della vicenda fu soprattutto Renato Sacerdoti, sino a pochi mesi prima presidente della Roma. Inviso al regime a causa delle sue provenienze ebraiche, il banchiere fu condannato al confino di polizia in quanto fu tirato dentro l'inchiesta che venne aperta ai danni dei tre per traffico illecito di valuta. Negli anni successivi Sacerdoti dovette contentarsi di fungere da semplice eminenza grigia, ma non perdette mai la passione dirompente per la sua Roma. E quando arrivarono i tempi bui della retrocessione, nel 1950, si fece trovare ancora una volta pronto nel momento del bisogno. Tornato al timone della società, approntò un piano che prevedeva l'immediato ritorno della Roma nella massima serie e consistenti investimenti che dovevano riportarla ai massimi livelli, cosa che puntualmente avvenne. E proprio Sacerdoti, fu il massimo protagonista di alcuni dei clamorosi acquisti della Roma degli anni '50, a partire da quello di Alcide Ghiggia. Ma quella è già una altra storia.