ARCHIVIO STORICO
 HOME

 STORIE

 SQUADRE

 CAMPIONATI

 GIOCATORI

 COPPA ITALIA

 MONDIALI

 BIG MATCH

 COMMUNITY

 LINKS

 CREDITS

 CONTATTI

 

LA CALATA DEGLI ORIUNDI

Gli inizi degli anni '30, furono caratterizzati dalla calata in massa nel nostro paese degli oriundi, cioè di quei cittadini sudamericani che avevano conservato passaporto italiano e che perciò vennero equiparati ai giocatori nostrani. La vera e propria razzia di cui furono oggetto le squadre sudamericane, fu oggetto di polemiche roventi, ma portò ad un potenziamento esponenziale del nostro calcio e della Nazionale di Pozzo.

La parte iniziale degli anni '30, fu caratterizzata dall'arrivo in massa dei cosiddetti "oriundi" cioè di quei cittadini che, pur non essendo nati in Italia, potevano essere equiparati agli indigeni purchè dimostrassero di discendere da italiani. Naturalmente ad approfittare di questa nuova normativa furono soprattutto i giocatori sudamericani, per i quali non era certo impresa proibitiva dimostrare l'esistenza di qualche avo di origine italiana, vista la gran massa di nostri concittadini che nei decenni precedenti aveva eletto il Sudamerica come nuova terra in cui trovare quelle opportunità che il paese natìo non era stato in grado di offrire. Grandi furono le polemiche all'epoca, soprattutto da parte della stampa sudamericana che vedeva nella manovra messa in atto su direttiva delle alte sfere fasciste, soprattutto un tentativo di affrettare l'evoluzione tecnica del calcio in Italia, che andava a discapito di chi, nel continente sudamericano, aveva in quei decenni formato giocatori che ora andavano a elevare il tasso tecnico del football tricolore. La vera e propria razzia di cui fu oggetto il calcio sudamericano, se da una parte fece la fortuna del nostro calcio, che vide aumentare in maniera esponenziale la caratura tecnica del massimo torneo e della Nazionale di Pozzo, che ricorse in modo massiccio ai naturalizzati, dall'altro provocò una vera e propria crisi diplomatica che si riverberò sui Mondiali del 1934. In quell'anno, infatti, i clubs argentini non vollero concedere i loro assi più rinomati alla selezione biancoceleste, per paura di un ulteriore depauperamento che poteva derivare dal mostrare i loro gioielli ai compratori italiani. Il Mondiale italiano fu così privato della partecipazione di una delle protagoniste più attese, quell'Argentina che nella competizione di quattro anni prima aveva dato filo da torcere all'Uruguay campione. Naturalmente i timori degli argentini erano più che fondati. Negli anni a seguire il flusso di oriundi verso il nostro paese continuò in maniera massiccia, anche perchè il calcio sudamericano aveva delle vere e proprie falle organizzative che favorivano l'esodo dei più rinomati fuoriclasse. Soltanto con la guerra, il filo rosso che legava Italia e Sudamerica, si attenuò, per poi ricomparire all'inizio degli anni '50.

LA BRASILAZIO

La squadra che più di altre cercò di approfittare della legislazione in materia di oriundi fu la Lazio. Nel 1931-32 la squadra biancoceleste, inzeppata di brasiliani, fu ribattezzata "Brasilazio". Ben presto l'esperimento si trasformò in un clamoroso fallimento e la squadra laziale, bastonata in maniera spietata dai calciatori italiani, riuscì a salvarsi per miracolo da una clamorosa retrocessione. Non senza prima aver dato luogo ad episodi farseschi.

Ad approfittare in maniera massiccia dell'opportunità offerta dalla normativa sugli oriundi, fu soprattutto la Lazio che chiamò a far parte della propria rosa ben nove brasiliani, tanto da essere ribattezzata "Brasilazio". Ai cugini Fantoni, arrivati nel corso dell'anno precedente, si aggiunsero i vari Guarisi, Castelli, Del Debbio, De Maria, Rizzetti, Serafini e Tedesco, tutti elementi assai validi, alcuni dei quali avevano anche indossato la maglia della nazionale verdeoro, ma abituati ad un tipo di calcio assai differente da quello in vigore sui nostri campi, ove già aveva preso piede la moda di randellare a tutto spiano gli elementi più dotati tecnicamente. L'ambientamento in un tipo di calcio così diverso divenne molto problematico, se non impossibile. Ne risultò per la squadra biancoceleste una mancanza di continuità e una serie di alti e bassi assai pericolosi in un torneo difficile come il massimo campionato italiano
La mancanza di continuità in casa laziale portò ben presto la squadra biancoceleste sull'orlo della crisi tecnica assai difficile da immaginare all'inizio dell'annata, una crisi che era la naturale risultante del mancato ambientamento dei brasiliani e dello slancio col quale gli italiani li affrontavano. Nel corso della gara col Bari del 20 dicembre 1931, i biancocelesti furono guidati all'attacco addirittura dal trainer Barbuy sul quale sarebbe poi fiorita una ricca aneddotica, derivante dal fatto che da alcune fonti risulterebbe non proprio giovanissimo, avendo ormai compiuto la bella età di 52 anni, mentre su altre risulterebbe come un trentunenne ancora in età da gioco! La verità stava praticamente nel mezzo: Barbuy aveva una età prossima alla quarantina e aveva appena smesso una carriera agonistica ricca di soddisfazioni. Non fu quello l'unico episodio farsesco della partita se solo si considera che oltre a quello dell'allenatore vi fu da registrare l'esordio delle scarpette da gioco di Guarisi. Con esse l'ala brasiliana riuscì a siglare due delle reti della vittoria laziale. Salace il commento del "Littoriale": "Non poteva mettersele prima?"


ASSI E BIDONI

Naturalmente, nella grande massa di coloro che arrivarono, ci furono veri assi e incredibili bidoni. Tra i primi possono essere annoverati i vari Orsi, Monti, Fedullo, Sansone, Guaita, Petrone, Guarisi, solo per fare i primi nomi che vengono in mente. I bidoni è meglio non ricordarli, anche perchè tra di loro furono annoverati tanti che tali non erano e che invece, avevano solo trovato difficoltà insormontabili a contatto col nostro calcio.

Naturalmente la massiccia calata degli oriundi, in un'epoca in cui non esistevano mezzi di comunicazione di massa, comportò l'arrivo di grandi campioni e di altrettanto grandi bidoni. Le trattative intessute dalle società italiane per mezzo di intermediari molto spesso privi di qualsiasi scrupolo ed etica professionale, si risolsero così in una vera e propria lotteria. Accanto all'arrivo di veri e propri fuoriclasse come i vari Monti, Orsi, Cesarini, Guaita, Scopelli, Petrone, Fedullo, Sansone, Demaria e Guarisi (tanto per citarne alcuni), si ebbe perciò l'ingresso di bufale allucinanti che non lasciarono alcuna traccia nel nostro calcio, oltre a quello di giocatori ormai sull'orlo del tramonto o che vi si erano avviati da un bel pezzo. Vi fu anche chi, arrivato con referenze di prim'ordine, non riuscì a confermare la bravura di cui era accreditato in patria. Fu questo soprattutto il caso di Guillermo Stabile, il mitico "Filtrador" che, giunto a Genova con la fama ampiamente meritata di fuoriclasse, non riuscì mai ad abituarsi alle ferree marcature delle difese italiane deludendo gravemente le attese. Ma stabile non fu il solo ad esibire grandi difficoltà con un calcio già allora ostico come quello italiano. Molti giocatori, che pure nel loro paese di origine si erano costruiti una solida fama, non ressero all'impatto e dovettero ben presto tornare mestamente in patria.
Tra tanti fallimenti, arrivarono anche molte conferme, da parte di giocatori che invece non ebbero soverchie difficoltà a confermare la fama acquisita in patria. Luisito Monti fu tra coloro che anche sui nostri campi confermarono le doti già messe in mostra nel corso della precedente vita calcistica, tanto da diventare una delle colonne della Nazionale italiana che si laureò Campione del Mondo a Roma nel 1934. Giocatore molto solido e poco portato al bello stile, proprio per la grande efficacia del suo gioco fu preferito da Pozzo a Fulvio Bernardini, del quale il tecnico azzurro non gradiva il fatto che alla sapienza con cui questi gestiva il gioco offensivo facesse riscontro una certa latitanza in fase di contenimento. Dote che certo non mancava a Monti e che anzi costituiva una carta efficacissima da giocare nelle partite ove la tecnica era messa in sottordine dall'impeto agonistico con cui squadre meno dotate cercavano di colmare il gap di classe con il quale partivano.