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25 NOVEMBRE 1953: L'UNGHERIA UMILIA I MAESTRI

Per molti anni, gli inglesi avevano snobbato il calcio del resto del mondo. Sino al 1950, si erano limitati a sfidare la vincente del Mondiale o ad invitare le squadre ritenute degne di un confronto a casa loro. Qualche campanello di allarme era già suonato, come quando i bianchi erano stati ignominiosamente esclusi dai mondiali brasiliani per mano degli USA. Ma quello che successe il 25 novembre del 1953, sarebbe rimasto a perenne memoria...

Gli inglesi hanno inventato il football. E per molti anni si sono fatti forti di quella primogenitura per ammantarsi di una aureola meritata solo fino ad un certo punto. Sicuramente nei primi decenni del ventesimo secolo, il calcio giocato oltremanica è stato di un livello altissimo, un poco come il basket della NBA se paragonato con quello di altre nazioni. Poi, però, il progresso degli altri movimenti calcistici del Vecchio Continente e di quelli di Brasile, Uruguay ed Argentina, ha fatto sì che la differenza si assottigliasse sempre di più, senza però che i Maestri prendessero atto di quanto stava accadendo. Già nel corso degli anni '30, l'Italia era riuscita a provocare più di uno spavento nelle accanite sfide che avevano fatto seguito ai suoi trionfi mondiali. Nel 1934, sotto di tre reti dopo pochi minuti, su un campo reso pesantissimo dalla pioggia e ridotta in dieci per l'infortunio occorso a Luisito Monti, gli uomini di Pozzo seppero serrare i ranghi e riuscirono a riportarsi sul 3-2, che date le condizioni in cui si era svolta la partita, rappresentava una vittoria morale. Dopo il conflitto, l'atteggiamento degli inglesi non cambiò, ma almeno la federazione britannica ebbe il buon senso di chiudere la pagina del suo ostracismo ai Mondiali, optando per la partecipazione della selezione nazionale ai Campionati Mondiali che si sarebbero disputati in Brasile nel 1950. E proprio in quel frangente, si verificò quello che rimane forse il maggior disastro nella storia della nazionale inglese, con la sconfitta riportata contro i modestissimi americani al cui confronto la Corea italiana del 1966 non può assolutamente reggere il confronto. Per capire di quale umiliazione si trattò, basti pensare che i tifosi inglesi per più di un giorno rimasero convinti del passaggio del turno da parte dei bianchi in quanto i giornali inglesi, a fronte dei dispacci che riportavano l'1-0 in favore degli USA, pensarono ad un errore di battitura e diffusero la falsa notizia che l'Inghilterra aveva vinto 10-1! Bisogna anche aggiungere che l'Inghilterra avrebbe potuto tranquillamente rientrare dalla finestra in quella occasione, in quanto gli americani avevano messo in piedi una squadra che di autoctono non aveva proprio nulla e avevano violato tutte le possibili regole sulle naturalizzazioni varate dalla FIFA, ma Stanley Rous, messo in guardia da Ottorino Barassi, aveva deciso (e non aveva tutti i torti) che il modo in cui i suoi avevano giocato, non meritava una seconda chanche, evitando così di fare reclamo.
Se la boria non avesse accecato i responsabili del calcio britannico, si sarebbe potuto porre riparo a quanto stava accadendo. Che era il semplice risultato dell'isolamento cui il football degli inventori si era votato in tutti quegli anni. Mentre le altre scuole calcistiche si confrontavano, mettevano a confronto tecnica e tattica, affinavano i sistemi di allenamento e cercavano di migliorarsi giorno per giorno, gli inglesi continuavano a crogiolarsi nella convinzione di essere i migliori e che nessuno poteva scalfire questa posizione di forza. E per di più, permettevano agli altri di studiare a fondo il loro sistema, dando una valida mano al progresso delle altre scuole calcistiche, le stesse che si apprestavano a soppiantarli dalla loro posizione. Basti pensare che Vittorio Pozzo, prima di diventare Commissario Tecnico della nostra selezione, aveva a lungo soggiornato in Inghilterra e con grande umiltà aveva studiato a fondo tutto quello che girava intorno al calcio. Tornato in Italia, aveva potuto così applicare molto di ciò che aveva imparato, per consentire al nostro movimento calcistico di crescere in maniera esponenziale, recuperando in pochi anni il gap con le squadre più attrezzate. Un percorso, quello di Pozzo, che sta chiaramente ad indicare lo scrupolo con cui fuori dal Regno Unito, si guardava al football britannico per carpirne i segreti. Il tutto, mentre l'Inghilterra si apprestava a ricevere i frutti avvelenati del suo splendido isolamento.  


LA GRANDE GIORNATA DI HIDEGKUTI

Il grande protagonista della partita, fu il centravanti Hidegkuti. Il quale, non si limitò a segnare tre delle sei reti ungheresi, ma dette una mano preziosa in fase di ripiegamento e addorittura in difesa, creando più volte una preziosa superiorità numerica e lasciando il suo avversario diretto ai margini della contesa. La stampa britannica fu letteralmente conquistata dalla grandiosa interpretazione del ruolo data quel giorno da Hidegkuti.

Il 25 novembre del 1953, si svolse a Wembley una partita che rimane una delle pietre miliari dello sport calcistico. Quel giorno, l'Ungheria di Grosics, Puskas, Hidegkuti, Kocsis e Czibor, andò letteralmente a passeggiare sui resti di quello che sino a quel giorno era ancora un mito. Il 6-3 con cui lo squadrone magiaro distrusse letteralmente l'Inghilterra, divenne la testimonianza più eclatante di quanto la mancanza di confronto con i concorrenti può provocare in una disciplina sportiva praticata da milioni di persone. Ancora una volta, gli inglesi avevano dimostrato una mancanza di intelligenza e di lucidità che avrebbe continuato a pesare per molti anni sui discendenti di chi aveva inventato lo sport più popolare in assoluto. Eppure, poche settimane prima, era suonato l'ennesimo campanello di allarme, nel corso di una partita tra Inghilterra e una selezione continentale che, pur raccogliticcia e perciò scarsamente affiatata, aveva costretto i Maestri ad un pareggio, 4-4, che avrebbe dovuto indurli ad un ripensamento sul loro ruolo all'interno del movimento mondiale.
Se l'onore era stato salvato contro la rappresentativa continentale, fu impossibile farlo contro lo squadrone ungherese. Che veniva dalla vittoria olimpica e che stava mettendo in piedi una squadra imbottita di fuoriclasse inarrivabili, a partire dal grande Ferenc Puskas, uomo simbolo di una squadra ormai guardata con grande ammirazione da tutti gli addetti ai lavori. Dopo neanche un minuto, l'Inghilterra si ritrovò già sotto di una rete. La palla, centrata dai magiari, cominciò a filare dall'uno all'altro dei giocatori della rappresentativa ungherese, per quarantacinque lunghissimi secondi, senza mai uscire dal campo e terminò la sua corsa in fondo al sacco della rete custodita da Merrick. Gli inglesi reagirono, buttando tutto il loro vigore in una contesa che si annunciava sin dal suo esordio estremamente problematica e al 13' riuscirono a pareggiare con Sewell. Fu quello l'unico momento di difficoltà per Puskas e compagni, i quali ricominciarono a tessere il filo del loro gioco, mettendo sempre più alle strette gli attoniti avversari. Il gioco dell'Ungheria, era una pratica anticipazione del gioco totale olandese degli anni '70. L'interscambio dei ruoli, la alternanza nell'impostazione dei ritmi di gioco tra attimi di stasi e improvvise e velocissime ripartenze, il controllo quasi totale della sfera, erano una cosa che sino ad allora non si era mai vista sui campi di calcio. Basti pensare che il centravanti Hidegkuti, passò la maggior parte della sua partita fuori dall'area di rigore avversaria e sovente retrocesse sino alla sua area di rigore per dare una mano ai compagni di difesa. Ciò non gli impedì, però, di segnare una sensazionale tripletta, che però non dice tutto sulla sua partita. Fu il Times, nel resoconto della gara, a mettere in rilievo il fatto che Hidegkuti, svariando a più non posso, aveva in pratica isolato dal gioco il suo diretto avversario, lo stopper Johnston, preparandolo nel modo migliore a ripetute figuracce sugli inserimenti di chi arrivava da dietro e poteva infilarlo in velocità.             
    

IL RUOLO DI JIMMY HOGAN

A rendere ancora più amara la sconfitta inglese, concorse nel dopo partita una rivelazione del Presidente della Federazione ungherese, il quale disse che tutto ciò che gli ungheresi sapevano del calcio britannico, lo dovevano a Jimmy Hogan. Il quale, però, non divenne trainer dell'Inghilterra a causa dell'ostracismo decretatogli dall'opinione pubblica. L'Ungheria stava rivoluzionando il calcio mondiale, ma la rivoluzione del 1956 avrebbe posto fine alla sua leggenda...

L'impresa dell'Ungheria, assume ancora maggior risalto se si pensa che quel giorno l'Inghilterra non giocò male. Mortensen e compagni gettarono l'anima sul campo, nel tentativo di arginare gli scatenati avversari, ma non vi fu nulla da fare. I tabloid britannici lo dissero chiaramente, e forse maliziosamente, "L'Inghilterra non ha giocato male. Per gli standard britannici." Il messaggio di Times e Guardian era chiaro. Lo splendido isolamento aveva in pratica portato ad una involuzione di quello che era stato il movimento più forte sino a qualche anno prima e impedito ai giocatori britannici di sviluppare i possibili anticorpi derivanti dall'osservazione di quanto avveniva presso altre contrade. L'Ungheria di quel giorno, fece vedere cose che per l'epoca erano vere e proprie primizie. Le ali si scambiavano continuamente di posto, ingenerando confusione nei diretti avversari, i terzini si sovrapponevano sulle fasce, andando a creare una superiorità numerica resa ancora più letale dalla bravura tecnica, mentre gli attaccanti retrocedevano in continuazione a dare una mano ai difensori, creando perciò tutta una serie di gabbie ai danni degli isolati avversari. I poveri Ramsey, Wright, Matthews e Taylor, non riuscirono mai ad interpretare da un punto di vista tattico la gara e poterono soltanto limitarsi ad iniziative individuali che però, a fronte della spietata organizzazione danubiana, non potevano sortire grandi risultati. Oggi, gli accorgimenti che fecero grande la squadra danubiana degli anni '50, fanno parte del bagaglio tattico di qualsiasi allenatore che si rispetti, ma all'epoca era ancora in auge la battaglia tra Sistema e Metodo, e il gioco totale dell'Ungheria stava rivoluzionando tutto, rendendo anacronistica quella discussione. E la cosa più divertente, stava nel fatto che proprio un inglese era all'origine della rivoluzione tattica in questione. Il particolare, fu rivelato alla fine della partita dal Presidente della Federazione calcistica ungherese, Sandor Barcs, il quale, commentando quanto successo sul campo, disse: "Tutto ciò che sappiamo, a proposito del calcio inglese, lo dobbiamo ad un inglese, Jimmy Hogan." Il quale aveva girato per anni l'Europa danubiana insegnando calcio e che quel giorno si trovava in tribuna coi ragazzi dell'Aston Villa da lui allenati. Aveva 71 anni e proprio la sua età divenne, formalmente, la causa ostativa al suo passaggio sulla panchina dell'Inghilterra, come fu proposto da quelli che avevano ancora l'umiltà sufficiente per comprendere le grandi lezioni della storia. In realtà, da quel giorno Hogan fu osteggiato da una parte dell'opinione pubblica che non gli avrebbe mai perdonato l'umiliazione ricevuta dagli ungheresi. Lo snobismo continuò ad aleggiare a lungo sul football dei Maestri, anche se forse i motivi che stavano alla base di esso, stavano svanendo del tutto. Come del resto dimostrò la successiva partita con l'Ungheria, quella del maggio seguente a Budapest, quando i bianchi furono invitati per la partita che doveva fungere da celebrazione per il cinquantenario della Federazione magiara e furono letteralmente stritolati con un 7-1 che non ammetteva repliche. Ormai, il posto che per decenni era stato dell'Inghilterra, era passato all'Ungheria, una squadra che avrebbe segnato una intera epoca del calcio mondiale, anche se troppo breve. Nel 1954, infatti, Puskas e compagni, dopo aver dominato in lungo e in largo la kermesse mondiale in Svizzera, persero l'ultimo atto, la finalissima, con una Germania accusata a lungo di aver assunto sostanze dopanti. E proprio mentre l'Ungheria stava preparando la rivincita di quella triste pagina, arrivò la rivoluzione ungherese a porre fine al sogno e a costringere alla diaspora i componenti di una squadra che vanta pochi eguali nella storia dello sport calcistico.