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UNA DIFFICILE RICOSTRUZIONE

La fase successiva al tonfo brasiliano, si apre tra mille difficoltà. La Federazione decide di formare una commissione tecnica formata da Beretta, Busini e Combi, presto ribattezzata BBC. La vittoria contro il Portogallo, suscita grande entusiasmo, ma poi i nodi vengono al pettine. Dopo la scomparsa di Mazzola e Loik, mancano soprattutto forti interni di spola, nonostante l'ottimo inizio del fiorentino Egisto Pandolfini. 

Dopo il disastro brasiliano, il calcio italiano non poteva che porsi l'obiettivo di rientrare immediatamente nella crema del calcio mondiale. Obiettivo che era però reso estremamente difficile dalla realtà innescata dalla tragedia di Superga: non era infatti facile sostituire giocatori come Mazzola, Loik, Maroso, Bacigalupo e tutti gli altri periti sul muraglione della basilica, la cui scomparsa avrebbe pesato come un macigno per molti anni a venire. Tra l'altro, a rendere ancora più difficile il momento, arrivava il solito vizio italico di pensare al proprio particulare, come fecero le società della serie A, le quali, dopo il tremendo KO inflitto dalla Svezia ai nostri, decisero di importare in massa gli scandinavi. Era una mossa che stava ad indicare una totale mancanza di prospettiva nei centri decisionali del nostro calcio: invece di puntare sui vivai, si preferiva importare campioni, o supposti tali che andavano a chiudere la strada ai nostri giovani e, soprattutto, a deresponsabilizzare i giocatori italiani, inflazionando in particolare i ruoli di attacco e ponendo una seria ipoteca sul futuro immediato della nostra selezione nazionale. La dinamica innescata dalla massiccia importazione di assi stranieri, sarebbe venuta ben presto alla luce, anche se per vie traverse. 
L'attività della nazionale ripartì l'8 aprile del 1951, con una amichevole a Lisbona contro il Portogallo. La guida tecnica della squadra era stata affidata ad una commissione tecnica formata da Carlino Beretta, dal direttore tecnico del Milan, Toni Busini e dall'indimenticato Giampiero Combi. La facile vittoria per 4-1, frutto delle segnature di Pandolfini, Burini, Amadei e Cappello, illuse l'ambiente, inducendo gli osservatori a pensare che il peggio fosse passato. Nell'amichevole col Portogallo, vi era stato un deciso rimescolamento che aveva portato all'esordio di forze nuove come il terzino Silvestri del Milan, l'altro terzino Cervato, della Fiorentina e l'ala rossonera Burini. Oltre a loro, avevano giocato altri semiesordienti come il portiere napoletano Casari, il forte interno fiorentino Pandolfini, il centromediano Giovannini, dell'Inter e il mediano Omero Tognon, del Milan. Il nuovo corso della BBC, come era stata ribattezzata la commissione tecnica dalla fertile immaginazione popolare, fu però messo a dura prova nella successiva partita con la forte Yugoslavia del grande Beara, che ribattè colpo su colpo alle iniziative italiane e chiuse la partita di Milano sullo 0-0. 
La netta vittoria riportata contro la Francia, nel giorno in cui la BBC decise di schierare una inedita formula con quattro centravanti (Boniperti, Lorenzi, Amadei e Cappello), sembrò riportare il sereno, ma proprio quella strana formula indicava una certa difficoltà a reperire interni di spola in grado di rimpiazzare degnamente Mazzola e Loik. Non bastava infatti il pur forte Pandolfini a fare reparto e la formula estremamente offensiva, esponeva la squadra a grossi rischi contro squadre organizzate. Il tutto venne fuori eloquentemente nelle partite contro la Svezia e la Svizzera. Contro gli scandinavi, fu provato come interno il palermitano Aredio Gimona, un giramondo che aveva sempre giocato a discreti livelli, ma del tutto impreparato al grande salto internazionale, mentre contro gli elvetici, fu il turno di Gei. Se cambiavano i fattori, non mutava però il risultato: pareggio per 1-1 contro la Svezia, pareggio con lo stesso risultato contro la Svizzera, dopo aver rischiato una clamorosa sconfitta, evitata solo da una rete di Boniperti in mischia. Il fallito assalto al catenaccio svizzero, ebbe come risultato la fine della commissione, poichè la Federazione decise di lasciare al timone il solo Beretta. Ormai, stavano venendo i nodi al pettine e la successiva amichevole col Belgio, inaugurò nel peggiore dei modi il 1952. Due reti di Moes, rimandarono sconfitti gli azzurri e proprio alla vigilia di un impegno tale da far tremare i polsi, quello contro l'Inghilterra, squadra che mai la nostra selezione era riuscita a piegare.             
   

IL RITORNO DI PIOLA

L'amichevole del 1952, contro l'Inghilterra, segna il clamoroso ritorno di Silvio Piola in azzurro, alla bella età di 38 anni. La vittoria morale contro i Maestri, illude la critica, ma è l'Ungheria ad incaricarsi di dissolvere le illusioni. Alle Olimpiadi di Helsinki prima, nella amichevole che inaugura l'Olimpico di Roma, Puskas e compagni rifilano due netti 3-0 ai nostri. Beretta viene sostituito da Lajos Czeizler, tra le polemiche. 

In vista della partita contro i Maestri, Beretta decise di procedere ad una mossa che a molti sembrò patetica, il richiamo del vecchio Silvio Piola, il quale, a 38 anni suonati, continuava a dispensare i suoi tesori calcistici nel Novara. La mossa di Beretta, dovuta anche agli infortuni di Lorenzi e di Vivolo, astro nascente della Juventus, era soprattutto la naturale risultante della campagna di stampa che era stata montata per riportare in azzurro un giocatore che era il naturale trait d'union con la grande Italia d'anteguerra. La mossa di Beretta dette i suoi frutti. La partita, giocata a Firenze di fronte a spalti strapieni, vide una orgogliosa Italia impattare sull'1-1, grazie ad una segnatura di Amadei e meritare ampiamente una vittoria che non venne solo grazie alle grandi parate del portiere inglese Merrick e ad una certa dose di sfortuna. La critica specializzata, salutò comunque con grandi titoloni l'ottima partita, accreditando la nostra selezione di una vittoria morale, che introduceva la stessa alle Olimpiadi di Helsinki. In vista dell'impegno olimpico, la Federazione ricorse al solito escamotage di presentare una squadra nella quale erano presenti molti studenti, o pseudo tali. Tra di essi, giocatori ormai affermati come Pandolfini e Arcadio Venturi, e grandi promesse come il portiere spallino Bugatti, il terzino juventino Corradi e l'ala della Spal Fontanesi. Nella partita di esordio, gli azzurri ebbero facilmente ragione degli USA, travolti 8-0, ma poi vennero gli ottavi di finale e il terribile ostacolo rappresentato dall'Ungheria, che aveva presentato nella rassegna la sua nazionale maggiore, un blocco di fuoriclasse quasi tutti provenienti dalla celebre Honved e capeggiati dal grande Puskas. Il risultato finale, 3-0 per gli ungheresi, era il logico riepilogo di quanto si vide quel giorno sul campo e della distanza siderale tra le due squadre, ma invece di essere accettato per quello che valeva, innescò nuove polemiche che resero molto traballante la posizione di Beretta. Nessuno riusciva a prendere atto della difficile situazione innescata dalla tragedia di Superga e, soprattutto, nessuno capiva che bisognava creare le condizioni per una rinascita del nostro calcio che era invece resa problematica dalla sciagurata politica di apertura delle frontiere che aveva caratterizzato sin lì il nostro massimo torneo. Nell'estate del 1952, il clamoroso acquisto dello svedese Jeppson da parte del Napoli, e le polemiche che gli fecero seguito, spinsero alcuni settori della federazione e riconsiderare ciò che stava per succedere, ma il dibattito che ne seguì non sortì effetti apprezzabili. Fu la politica, allora, a prendere in mano il pallino della situazione: il sottosegretario agli Interni, Giulio Andreotti, si fece promotore di un provvedimento in base la quale, da quel momento, non sarebbero più stati rilasciati permessi di soggiorno a stranieri che motivassero lo stesso con la necessità di dispiegare il proprio talento calcistico sui campi della penisola.
Nel frattempo, però, c'era stata una nuova sconfitta con l'Ungheria, sempre per 3-0, ma stavolta ottenuta dalla nazionale maggiore nella partita che segnava l'inaugurazione del nuovissimo Stadio Olimpico di Roma, che aveva rinfocolato le polemiche. La nostra selezione, che veniva da un pareggio in Svezia, ottenuto grazie ad una rete dell'esordiente Vivolo, da una facile vittoria con la Svizzera e da una sconfitta, sempre per 2-0, con la Cecoslovacchia (nel giorno dell'esordio di Ardico Magnini, forte terzino della Fiorentina), aveva presentato quel giorno il blocco di centrocampo della Roma, costituito da Pandolfini, Venturi e Bortoletto, che però non aveva resistito alla maggior classe dei magiari, anche per la non esaltante giornata del portiere Sentimenti IV, e gli ottantamila dell'Olimpico non avevano potuto far altro che prendere atto della grandezza di Puskas e compagni. La partita, tra l'altro, era stata preceduta da un grande battage ad opera dei partiti di sinistra, i quali la avevano presentata come una sfida tra i due blocchi nella quale i rappresentanti del comunismo avrebbero fatto vedere la superiorità del loro sistema, cosa effettivamente avvenuta. Ma una sconfitta così netta, ad un solo anno dai Mondiali svizzeri, non poteva certo rimanere senza echi, tanto che il giorno dopo, la Federazione si riunì d'urgenza per cercare di porre argine a quella che si configurava come una vera e propria crisi tecnica. La montagna partorì il classico topolino: fu deciso infatti il varo di una Commissione dei Cinque, che avrebbe dovuto studiare la situazione e proporre una serie di riforme. Intanto, però, la guida tecnica, in vista delle eliminatorie per i mondiali, veniva affidata all'ungherese Lajos Czeizler, padre putativo del trio Gre-No-Li, la cui nomina provocò grandi polemiche presso chi reputava un oltraggio affidare la selezione nazionale ad uno straniero. Per protesta contro questa decisione, Adolfo Baloncieri, presidente dell'Associazione Allenatori, rassegnò la sue dimissioni.               

LA SVIZZERA CI FA NERI

Il calcio italiano adotta il catenaccio, ma la Nazionale si ferma a metà del guado: il nuovo tecnico, Lajos Czeizler, convoca il blocco interista, ma continua a giocare col WM. Le buone prestazioni prima del mondiale svizzero illudono, ma i padroni di casa ci riportano alla realtà. L'Italia, priva di interni di spola all'altezza e carente nel gioco in profondità, viene sconfitta 4-1 dai rossocrociati e torna mestamente a casa.

Il calcio italiano, era nel frattempo interessato da una svolta epocale di carattere tattico. Dopo l'infuriare della polemica tra fautori del Sistema e del Metodo, che aveva portato alla elaborazione di una serie di varianti e di ibridi, era arrivato il momento del catenaccio. Ad imporlo era stato Alfredo Foni, che nella sua Inter aveva proposto l'ala Armano come chiave tattica, usandolo in funzione di terzino quando gli avversari attaccavano, mentre Ivano Blason, nel corso di questi ripiegamenti, andava ad indossare i panni del libero spazzino. L'Inter di Foni, imperniata su un centrocampo di interditori come Neri, Nesti e Mazza, aveva così impostato il suo gioco sul più classico dei contropiedi, facilitata anche da un giocatore come l'apolide Istvan Nyers che in questo tipo di gioco eccelleva. I nerazzurri segnavano poco, ma subivano ancora meno e, grazie alla salda tenuta difensiva, avevano potuto vincere il torneo 1952-53 segnando poco più della metà di quanto avevano fatto Milan e Juventus. 
Di questa svolta non volle però tenere conto Czeizler. Esteta del calcio, Zio Lajos era decisamente contrario ai tatticismi e non voleva usare il catenaccio che aveva consentito all'Inter di tornare in vetta. Se contro l'Egitto, questo poteva passare senza eccessivi danni, consentendo agli azzurri di battere gli africani per 2-1 e 5-1, il discorso diventava leggermente più complicato quando il livello dell'avversario si alzava. A rendere ancora più contraddittorio il quadro, concorsero anche le belle vittorie riportate nella fase precedente la rassegna iridata, contro la Cecoslovacchia, regolata per 3-0 e la Francia, battuta a domicilio per 3-1. La squadra, era stata disegnata sul blocco dell'Inter, con l'innesto del portiere Ghezzi, dei terzini Vincenzi e Giacomazzi, e dei mediani Neri e Nesti, ma il modulo era il classico WM, col quale sarebbe stato più logico usare giocatori che lo usavano in campionato. In particolare, i giocatori nerazzurri non potevano godere della protezione assicurata alla retroguardia da Gino Armano, in quanto Muccinelli, preferito da Czeizler, giostrava di punta senza mai retrocedere. Inoltre, alla nostra squadra mancava l'attitudine a giocare in profondità, difetto che si sarebbe rivelato esiziale al Mondiale svizzero. Che si trasformò in effetti in una disastrosa rotta. La prima partita fu persa contro i padroni di casa per 2-1 e terminò con gli azzurri intorno all'arbitro, il brasiliano Viana, cui vennero attribuite le colpe per la sconfitta e rifilati un paio di calcioni nel fondoschiena. Il successivo 4-1 al Belgio dette una ulteriore possibilità ai nostri e sempre contro la Svizzera, nello spareggio che avrebbe fatto avanzare una delle due squadre ai quarti. Proprio quel giorno, purtroppo, vennero alla luce tutti i difetti strutturali della squadra di Czeizler, dominata da capo a fondo da una Svizzera che aveva quella tonicità fisica e quella predisposizione al gioco in profondità che mancavano completamente ai nostri. Particolarmente disastrosa fu quel giorno la prova di Armando Segato, interno della Fiorentina la cui macchinosità contribuì non poco alla disfatta, affossando l'intero reparto centrale che non riuscì né a contenere in modo apprezzabile gli scatenati padroni di casa, né a dare apprezzabili palloni agli attaccanti. E alla disastrosa prestazione di Segato, fece riscontro quella non meno nera del portiere juventino Viola, il quale contribuì non poco alle segnature rossocrociate. La doppietta di Hugi e le segnature singole di Ballaman e Fatton, furono solo parzialmente contrastate dalla rete di Nesti che aveva riacceso le speranze azzurre a metà della ripresa. Purtroppo, la decisione di Czeizler di rimanere a metà strada, optando per un modulo inadatto ai giocatori che aveva chiamato, si rivelò disastrosa, acuendo tutti i difetti che stavano pesando sul nostro calcio in quel preciso momento storico.