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UN MOMENTO DIFFICILE

La sconfitta contro la Danimarca, alle Olimpiadi londinesi del 1948, conferma il momento particolare del calcio italiano. La Federazione riapre le frontiere e comincia la corsa al campione straniero, che spesso non si rivela tale. Il 1949 comincia con le vittorie contro Portogallo e Spagna, che riporta il sereno nell'ambiente della Nazionale e sembra il miglior viatico ai Mondiali che si disputeranno in Brasile. 

Il difficile momento del nostro calcio, fu confermato alle Olimpiadi di Londra. La nostra selezione, una sorta di nazionale B, dopo aver rifilato un roboante 9-0 agli Stati Uniti, fu infatti eliminata, con grande clamore, dalla Danimarca. I nordici, vinsero 5-3 e misero in mostra tutta una serie di ottime individualità, che poi sarebbero calate in Italia, a partire dai due fuoriclasse d'attacco John Hansen e Praest, passando per la mediana composta da Pilmark, Jensen e Oernvold e finendo per l'ala Ploeger. E proprio Ploeger, uno dei grandi protagonisti del 5-3 rifilato dai danesi all'Italia, fu protagonista del farsesco episodio che spiega benissimo quello che stava avvenendo in un calcio come il nostro, affamato di novità esotiche: contattato da Juventus e Milan, il giocatore si accordò inizialmente coi rossoneri, partendo in treno per l'Italia. Mentre il viaggio era in corso, però, un emissario della società bianconera convinse Ploeger a firmare per la Juventus, la quale, in contropartita, decise di girare un centravanti svedese, Nordhal, al Milan. La farsa, si trasformò ben presto in una clamorosa beffa per i bianconeri, poiché mentre Nordhal si sarebbe rivelato un vero e proprio fuoriclasse, Ploeger non si sarebbe mai ambientato nel nostro calcio, smentendo in maniera clamorosa le referenze che lo avevano accompagnato. Se l'affare Ploeger rasentava la farsa, tutto quello che si stava imbastendo sulla questione degli stranieri rischiava invece di trasformarsi in un danno per il nostro calcio, poiché il consueto provincialismo che stava caratterizzando la caccia al campione forestiero rischiava di riverberarsi in maniera pesante sui vivai, impedendo la crescita dei giocatori indigeni o ritardandola oltremodo. 
Si chiudeva con il disastro londinese il 1948, un anno certamente non glorioso, che aveva messo a nudo le difficoltà nelle quali si trovava il nostro calcio, derivanti da equivoci tattici e anche da una mancanza di programmazione seria, della quale l'apertura delle frontiere era il segno più evidente. Il blocco del Grande Torino, costituiva sicuramente una garanzia, anche a livello internazionale, come del resto confermò la tourneè che lo squadrone granata fece nell'estate in Brasile, sciorinando bel gioco e rendendo del tutto evidente che in forza del collettivo pilotato da Valentino Mazzola, l'Italia poteva sperare in una ottima riuscita ai Mondiali programmati per il 1950 proprio in terra brasiliana. La stessa stampa brasiliana, di fronte alla grande dimostrazione di efficienza fornita dal Torino, si dimostrò ammirata e preoccupata in vista della rassegna mondiale, affermando in maniera unanime che l'Italia era una delle squadre più pericolose per la formazione di casa. Dall'altro canto, erano in molti a preoccuparsi dell'equivoco tattico in cui continuava a dibattersi la nostra selezione, sempre a metà tra l'adozione del Sistema e un ritorno parziale al Metodo. Inoltre, scarseggiavano i ricambi in grado di supplire eventuali assenze, anche se al blocco torinista, andavano aggiunti due ottimi giocatori come Parola, forse il miglior centromediano europeo e Boniperti, possibile alternativa agli attaccanti.
Cominciava così il 1949, anno cruciale nella storia della nostra Nazionale e anche del calcio italiano. La stagione partiva nel migliore dei modi, con il 4-1 rifilato al Portogallo nell'amichevole disputata a Marassi, nel corso della quale Valentino Mazzola dimostrava di aver ormai superato lo strano complesso che lo aveva limitato nelle prime uscite in maglia azzurra. Arrivava poi la bella vittoria di Madrid, 3-1 contro le Furie Rosse, con una squadra abbastanza sperimentale nella quale trovavano posto il terzino genoano Becattini, il mediano del Milan Annovazzi, gli interisti Lorenzi e Amadei (il fornaretto aveva appena lasciato la Roma) e l'ala Carapellese, che sembrava il miglior viatico possibile ad un nuovo periodo di successi. Ma proprio nel corso dell'amichevole con il Portogallo, si erano involontariamente poste le basi per la sciagura che avrebbe cambiato i destini del nostro calcio per i decenni a venire.           
   

IL DISASTRO DI SUPERGA

Il 4 maggio 1949, mentre torna a casa dopo la partita disputata a Lisbona, l'aereo del Grande Torino cade sul muraglione della Basilica di Superga. Il disastro di Superga, il più grave nella storia del calcio mondiale, inaugura la crisi più grave del calcio italiano. Impossibile infatti sostituire i fuoriclasse radunati da Novo, a partire da Valentino Mazzola, che avevano dominato da cima a fondo il periodo successivo alla guerra. 

Nel prepartita di Marassi, infatti, il capitano portoghese Ferreira, aveva convinto Valentino Mazzola a portare il Grande Torino a Lisbona per la sua partita di addio. L'unica cosa che avrebbe potuto impedire il viaggio, era una sconfitta dei granata a Milano con l'Inter, nel match che poteva dare una svolta in un senso o nell'altro al torneo 1948-49. Quel giorno, Valerio Bacigalupo si superò respingendo tutti gli attacchi portati alla sua porta dagli avanti nerazzurri. consegnando in pratica ai suoi compagni il quinto titolo consecutivo. La comitiva granata, poteva così imbarcarsi sull'aereo che la avrebbe dovuta portare nella capitale portoghese per la partita con il Benfica. Nel corso del viaggio di ritorno, però, l'aereo che stava riportando Mazzola e compagni in Italia, terminò il suo tragico viaggio sul muraglione della Basilica di Superga. Nel disastro, il più grave del calcio mondiale di ogni epoca, perivano tutti i giocatori che avevano fatto sognare gli italiani, oltre ai membri dell'equipaggio, ai dirigenti accompagnatori e ai giornalisti che avevano accompagnato quel viaggio. Lo choc che travolse il calcio italiano, fu profondo, reso ancora più acuto dalla constatazione che era praticamente impossibile far fronte, sul piano tecnico, alla scomparsa di fuoriclasse come Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Loik e Mazzola. Il tutto ad un solo anno dall'appuntamento mondiale del 1950, cui sino ad allora gli ambienti federali avevano guardato con grande fiducia e con il chiaro intento di stupire ancora una volta, come era successo nel 1934 e nel 1938.
La ricostruzione, partiva il 22 maggio 1949, con una partita contro l'Austria, nell'ambito della rinata Coppa Internazionale, per la quale la Federazione, decise di devolvere l'incasso della partita ai familiari delle vittime. La nuova Italia, era composta da alcuni veterani, come Annovazzi e Carapellese, e da molti esordienti o quasi, a partire dal portiere interista Franzosi, alla sua seconda presenza in azzurro. In particolare, vestivano per la prima volta la maglia azzurra il terzino della Lucchese, Bertuccelli, e quello della Fiorentina, Rosetta, il mediano interista Fattori e l'estroso attaccante Gino Cappello. La squadra, assemblata da Novo, pur schierata con ben quattro centravanti (oltre a Cappello, c'erano Boniperti, Amadei e Lorenzi), riuscì a battere l'Austria con una prestazione di ottimo livello, che probabilmente illuse qualcuno sulla possibilità di poter comunque rimediare al disastro di Superga. Purtroppo, non era così. Un terzino come Maroso e, soprattutto, una coppia di interni come quella costituita da Mazzola e Loik, non avevano possibili sostituti, troppo era il dislivello con coloro che ne costituivano i rincalzi. La reazione nervosa della nostra squadra, fu comunque apprezzabile, tanto che nella seconda partita della Coppa Internazionale, gli azzurri andarono a pareggiare a Budapest contro l'Ungheria, grazie ad una rete di Carapellese. L'annata, forse la più tragica del calcio italiano, si chiuse con una sconfitta contro l'inghilterra a Londra, un 2-0 che confermava i bianchi come vera bestia nera della nostra selezione.
Ormai, i mondiali erano alle porte. Il 1950, si aprì con una vittoria contro il Belgio, ma poi arrivò la sconfitta per 1-0 in Austria, nella terza gara della Coppa Internazionale, a confermare la grande confusione che si era impadronita del nostro calcio. Quel giorno, infatti, la nostra squadra dette luogo ad una modifica tattica del tutto fuori luogo, suggerita dalla necessità di fermare il fulcro del gioco austriaco, quell'Ocwirk che di lì a qualche anno sarebbe venuto a giocare nella Sampdoria. Nel tentativo di arginare il fortissimo centromediano austriaco, Novo pensò di incollargli Annovazzi, pensando in tal modo di prosciugare la fonte del gioco avversario. Avvenne esattamente il contrario, poichè mentre Ocwirk continuò a sciorinare il suo gioco, Annovazzi non potè dare il suo contributo in fase di rilancio condannando l'Italia ad una partita puramente difensiva, persa infine per 1-0. Se la sconfitta con l'Austria contava relativamente, l'approccio alla partita stava a dimostrare che le alchimie tattiche, ormai in gran voga nel campionato italiano, rischiavano di trasformarsi in una palla al piede per il nostro calcio, anche se nessuno fece una riflessione in tal senso. A facilitare la rimozione di quanto successo in Austria, concorse l'incredibile 5-0 rifilato dalla nostra squadra B all'Inghilterra, nel giorno in cui Gino Cappello aveva deciso di mettere in mostra tutte le doti di cui disponeva e che molto spesso erano messe in sottordine da un carattere impossibile. Il bolognese quel giorno mise ripetutamente in difficoltà la difesa avversaria, sbalordendo gli inglesi per proprietà di palleggio e potenza atletica, guadagnandosi in tal modo il biglietto per la spedizione mondiale.              

IL DISASTRO BRASILIANO

Mentre riprende l'attività internazionale, il calcio italiano si scinde in due fazioni, sistemisti e metodisti. I primi ritengono che non si possa rimanere ancorati al passato, i secondi che il Metodo sia più adatto alle caratteristiche dei nostri calciatori. Il 4-0 rifilato dall'Inghilterra all'Italia, rende infuocato il dibattito. I dubbi di Pozzo rendono ancora più pesante la situazione, mentre tornano gli stranieri nel nostro massimo campionato.

Arrivò così il momento della partenza per il Sud America. E già il viaggio, si trasformò in un problema. Troppo vivo il ricordo della sciagura di Superga, per convincere i giocatori ad affrontare un viaggio in aereo, per cui si ripiegò sul viaggio per nave. Che durò più di due settimane e che si rivelò di una noia mortale, deperendo oltremodo il morale dei ventidue prescelti. Per fare in modo che non perdessero la forma, i responsabili della spedizione fecero svolgere gli allenamenti fisici sulla nave, ma dovettero ben presto rinunciare a quello sui palloni, poiché quelli che erano stati portati erano ben presto finiti in mare. Le peripezie italiane, suscitarono l'ilarità delle concorrenti, le quali avevano risolto il problema del trasferimento con viaggi aerei durati non più di una ventina di ore e che già si trovavano sul posto per rifinire la condizione atletica. 
Quando gli azzurri arrivarono a San Paolo, la loro condizione era più simile a quella di turisti che di atleti che si apprestavano a giocare un mondiale. Gli allenamenti tecnici, seguiti da migliaia di nostri connazionali emigrati in Brasile, destarono grande ammirazione negli osservatori, ma i più accorti sapevano che la realtà era ben diversa e che sarebbe venuta fuori solo sul campo, quando alla preparazione tecnica si sarebbe dovuta affiancare una vena atletica che i nostri atleti, dopo un viaggio simile, non potevano avere. 
La verità, venne fuori nel corso della partita inaugurale contro la Svezia, squadra giovane che si era vista saccheggiare nei mesi precedenti dalle squadre italiane i suoi più rinomati campioni. Oltre a Nordhal, il Milan si era infatti accaparrato Liedholm e Gren, in pratica la spina dorsale della squadra, mentre molti altri giocatori non aspettavano altro che di mettersi in luce per seguire le orme degli illustri connazionali. E proprio questa circostanza, concorreva ad aumentare il grado di difficoltà di una partita che in molti, nell'ambiente italiano, avevano sottovalutato. 
Fu proprio quello che successe il 25 giugno 1950, quando la Svezia, trascinata da Jeppson, battè 3-2 l'Italia buttandola in pratica fuori dalla rassegna iridata. Quel giorno, oltre al fortissimo attaccante poi atalantino, autore di una doppietta, si misero in evidenza Sune Andersson, autore della terza rete, che sarebbe poi passato alla Roma, Sundqvist e Knut Nordhal, anch'essi futuri giallorossi, Gaerd, prenotato dalla Sampdoria e, soprattutto, l'imprendibile interno Nacka Skoglund, che sarebbe stato soffiato dall'Inter alla Roma, il quale fece girare la testa ai suoi controllori e ispirò tutte le manovre d'attacco scandinave. A rendere più facile la vittoria svedese, concorsero anche gli errori di Novo, a partire da quello riguardante il terzino della Lazio Furiassi, schierato nonostante la totale mancanza di esperienza internazionale. L'inadeguatezza di Furiassi, travolto dalle estreme svedesi, fu ulteriormente aggravata dalla pessima giornata di Lucidio Sentimenti IV, responsabile di almeno due reti avversarie e dal crollo nervoso di un altro esordiente, Magli. L'ultima speranza italiana, si infranse sul palo colpito da Muccinelli a pochi minuti dal termine, ennesimo duro colpo di un destino ingrato che sembrava aver girato le spalle agli azzurri. A nulla valse il 2-0 rifilato al Paraguay una settimana dopo, quando l'ingresso di Pandolfini rese molto più solido il reparto di mezzo e consentì all'Italia di chiudere con un minimo di dignità un torneo che, senza i clamorosi errori di preparazione e di gestione del materiale tecnico, avrebbe potuto dare ben altre soddisfazioni.