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PIETRA MILIARE

Il 12 maggio 1939, l'Inghilterra scende sul campo di San Siro per sfidare l'Italia campione. E' una pietra miliare nella storia del calcio, la prima grande sfida tra Metodo e Sistema. Quel giorno, i Maestri dimostrano nettamente la superiorità del nuovo modulo di cui sono interpreti, anche se la partita finisce 2-2, innescando una polemica, all'interno del nostro calcio, che dividerà in due fazioni irriducibilmente ostili, sistemisti e metodisti. 

La doppietta mondiale, soprattutto per il modo in cui era arrivata, era la conferma della bontà del lavoro svolto da Pozzo in quegli anni. L'ultima sconfitta, risaliva ormai a tre anni addietro, quel 2-1 subito in terra cecoslovacca che stava diventando storia. I ripetuti trionfi internazionali, recitavano in maniera eloquente quello che era stato sancito dal rettangolo verde: l'Italia era la migliore squadra del mondo. Pozzo, però, non intendeva riposare sugli allori e continuava a guardarsi intorno, alla ricerca di forze nuove espresse dal nostro massimo campionato, che potessero in tempi non troppo lunghi integrare la rosa e fornire valide alternative agli eroi di Francia. Il magnifico 1938, si chiuse con altre due vittorie in gare amichevoli, quelle riportate con Svizzera e Francia, così come il 1939 si aprì con il 3-2 rifilato alla Germania. In queste partite, vi furono poche novità, rappresentate dall'attaccante milanista Boffi, detto il "bombardiere di Seregno", e dal mediano genoano Genta. Evidentemente il Commissario Tecnico non riteneva ancora arrivato il momento di procedere ad un deciso rimescolamento delle carte, anche in considerazione del fatto che la maggior parte degli atleti che avevano riportato la vittoria in Francia, era nel pieno della propria maturità agonistica. 
Il 12 maggio, i superbi inglesi, ancora chiusi nella loro ostinata convinzione di essere irraggiungibili, si degnarono di scendere sul tappeto erboso di San Siro, convinti di fare un sol boccone di quelli che consideravano degli usurpatori. E in quella occasione, l'imbattibilità degli azzurri, corse serissimi pericoli, non tanto a causa del dislivello tecnico tra le due formazioni, che non esisteva, bensì per il vantaggio che il modulo di gioco inglese, il Sistema, assicurava rispetto all'ormai vetusto Metodo sul quale Pozzo aveva fondato le sue fortune. La partita giocata a Milano, rappresentò sotto l'aspetto tattico, una pietra miliare nella storia dello sport calcistico, dando modo di vedere l'evoluzione in atto e la sua importanza fondamentale sui destini del gioco. A dare ulteriore vantaggio agli inglesi, concorse la pesantezza del campo, che agevolò non poco la prestanza fisica degli stessi, rendendo difficili le manovre con la palla a terra cui erano abituati i nostri alfieri. Nelle cui fila, mancava un tassello fondamentale, quel Giovanni Ferrari che si era gravemente infortunato e che in conseguenza di ciò, aveva praticamente dato l'addio alla maglia azzurra. Al suo posto, Pozzo aveva deciso di avanzare il generoso Serantoni, il quale assicurava agonismo e vigoria fisica, ma non quella tecnica necessaria a dare respiro e geometria al gioco dell'Italia. Il quadrilatero inglese si assicurò sin dalle battute iniziali il predominio della zona nevralgica del campo e, con il suo gioco privo di fronzoli, fondato su lanci lunghi e precisi, guadagnò metri su metri, agevolato dalla marcatura a zona cui l'Italia non ritenne di dover abdicare neanche di fronte alle ferree marcature a uomo adottate dai bianchi. L'Inghilterra, passò in vantaggio al 19' minuto con Lawton, bravo a trovare lo spiraglio giusto per battere Olivieri e continuò a tenere in mano il pallino della gara anche dopo la segnatura, mantenendosi costantemente nella metà campo italiana. Proprio la marcatura ad uomo, però, costringeva gli uomini diretti da Whittaker a non sbagliare nulla per non agevolare il contropiede azzurro. Ogni volta che un difensore inglese sbagliava l'anticipo o veniva saltato, per l'Italia si aprivano vere e proprie praterie e fioccavano occasioni da rete. E quando all'inizio della ripresa, Biavati riuscì a saltare il suo diretto avversario, grazie al suo caratteristico doppio passo, il pareggio era cosa fatta: dopo una volata di cinquanta metri, il bolognese insaccò nella porta di Woodley, ristabilendo la situazione tra l'entusiasmo dei sessantamila convenuti all'appuntamento. Poi, gli azzurri riuscirono addirittura a passare in vantaggio, grazie ad un colpo di mano di Piola non visto dall'arbitro tedesco Bauwens, ma l'Inghilterra di quel giorno era un ostacolo troppo duro per i nostri alfieri e a tredici minuti dal termine, il mediano Hall, forse il migliore in campo, con una stangata dal limite ristabilì la situazione. 
Che se salvava l'imbattibilità dei Campioni del Mondo, dava seri problemi cui pensare a Pozzo e agli osservatori più attenti. La netta superiorità tattica dimostrata dai Maestri, grazie ad un modulo di gioco chiaramente più adeguato ai tempi, suonava un sinistro campanello di allarme e costituiva una seria minaccia alla supremazia dimostrata dall'Italia sul resto del lotto in quegli anni. Anche nel nostro paese, ci fu chi si accorse di quello che era successo quel giorno a Milano. In particolare, nei mesi successivi, un gruppo di dirigenti, tecnici e giocatori, capeggiati dal nuovo presidente del Torino, Ferruccio Novo, cominciarono a sviluppare la via italiana al Sistema, ritenendo ormai obsoleto il Metodo. Era il primo atto di una diatriba che avrebbe caratterizzato il calcio italiano da quel momento sino agli anni '50 e che sarebbe sfociato in guerra aperta tra Vittorio Pozzo, che naturalmente non si rassegnava a dover mettere da parte il Metodo di cui era considerato un vero e proprio maestro, e Ferruccio Novo, colui che più di ogni altro aveva intuito i vantaggi che il Sistema poteva assicurare nel caso fossero stati selezionati interpreti adatti. Proprio loro, passato e presente del Torino, sarebbero diventati, negli anni a seguire, i leaders delle due fazioni che avrebbero battagliato sulla superiorità dell'uno o dell'altro modulo.          
   

ARRIVA LA GUERRA

Il 1939 vede l'Italia provare il Sistema, contro la Germania. E' una netta sconfitta, 5-2, per una Italia sperimentale fondata sul blocco genoano. Ma ormai la guerra è alle porte e, dopo il 1940, l'attività internazionale ridotta al minimo. Gli azzurri giocano contro Croazia e Spagna ed esordiscono Mazzola, Loik e Gabetto. Al termine del conflitto, la Svizzera aiuta l'Italia a non essere esclusa dalle competizioni. 

Il 1939, apertosi coi fuochi artificiali della sfida di Milano, continuò nel migliore dei modi, con l'Italia capace di battere in rapida successione la Yugoslavia, nelle cui file giocavano Manola e Matosic, due atleti che di lì a poco sarebbero venuti a giocare nel nostro paese, a Belgrado e l'Ungheria a Budapest. Di particolare rilievo era la vittoria contro i magiari, in una sorta di rivincita della finalissima di Colombes, un netto 3-1 propiziato dalla rete di Piola al primo minuto e dalla doppietta di Colaussi, che sanciva in modo pressochè irrevocabile la supremazia degli azzurri. Sempre in trasferta, gli uomini di Pozzo batterono la Romania e la Finlandia, dando occasione a Pozzo di verificare la bontà di soluzioni alternative come quelle rappresentate da Campatelli, Perazzolo, Battistoni, Masetti, Varglien, Puricelli e altri. Arrivarono poi le sconfitte con la Svizzera e la Germania, dovute soprattutto alla sperimentalità delle formazioni schierate dal Commissario Tecnico. Nella partita con la Germania, inoltre, Pozzo aveva deciso di provare il Sistema e, per la bisogna, aveva fatto ricorso al blocco del Genoa (Marchi, Sardelli, Genta, Battistoni, Perazzolo, Neri, Scarabello), che su quel modulo aveva fatto perno per ritornare nelle alte sfere del calcio italiano, ma la vigoria fisica dei tedeschi, aveva avuto la meglio in maniera netta, tanto che di lì a poco si sarebbe cominciata a propagare la voce in base alla quale dietro il 5-2 c'era una precisa volontà di compiacere l'alleato tedesco. Che questa voce fosse vera o falsa, contava comunque poco, poichè ormai era iniziata una nuova storia: era infatti cominciata la Seconda Guerra Mondiale, per effetto dell'attacco di Hitler alla Polonia e anche il calcio internazionale doveva adeguarsi alla pratica impossibilità di dar luogo ad una attività regolare dei propri calendari. La nostra selezione, continuava la propria attività ancora per un anno in maniera continuativa, ma quando anche l'Italia entrava nel conflitto, con la disgraziata decisione di Mussolini di dichiarare guerra alla Francia, gli impegni cominciarono a diradarsi venendo limitati a partite con le Nazionali di paesi amici o alleati. Nel periodo tra il 1942 e la fine della guerra, fu possibile allestire soltanto due partite, quelle con la Croazia e con la Spagna, vinte entrambe per 4-0 e che rivestirono grande importanza, a posteriori, soprattutto per l'esordio in maglia azzurra di atleti come Valentino Mazzola, Loik, Gabetto e Grezar, alcuni già al Torino, altri in procinto di aderire alla chiamata di Novo. Nel frattempo, la guerra arrivava anche sul suolo italiano e il calcio, che pure aveva continuato la propria attività a fini propagandistici, doveva prendere atto della pratica impossibilità di proseguire in maniera regolare.
Quando finalmente il cannone faceva tacere la sua voce, interveniva per la nostra squadra un grande problema, l'ostracismo decretato all'Italia dagli organismi sportivi internazionali. Nell'ambito della FIFA, infatti, si era andata consolidando una opinione in base alla quale anche il nostro paese, come Germania e Giappone, dovesse essere messo al bando dalle competizioni internazionali almeno per un certo numero di anni. Per nostra fortuna, a sconsigliare questa soluzione c'era il titolo mondiale ancora detenuto. Inoltre, a soccorso della nostra federazione, rappresentata nel massimo organismo dall'avvocato Mauro, che ne era vicepresidente, arrivò la Svizzera, che invitò l'Italia per una amichevole alla fine del 1945. La partita, che vedeva l'esordio di molti atleti che avrebbero rivestito un ruolo importantissimo nel futuro (Maroso, Ballarin, Parola e Castigliano) terminò con un pirotecnico 4-4, ma più che il risultato contava l'influenza politica che essa ebbe sulle decisioni della FIFA: l'Italia, infatti, poteva portare avanti la sua normale attività, in attesa dell'eventuale ripristino delle competizioni, e pagava dazio con la sola sottrazione della carica di Mauro. Naturalmente, Commissario Tecnico era stato riconfermato Pozzo, a proposito del quale si deve ricordare il prodigarsi, nel corso della guerra, al fine di preservare la Coppa Rimet da possibili ratti, come quelli organizzati in continuazione dai nazisti ai danni del patrimonio artistico italiano. Pozzo, nascose la statuina nell'aia di una fattoria piemontese, rendendone impossibile il ritrovamento e la tirò fuori solo quando fu sicuro che non vi fossero più pericoli.
Cominciava intanto la riorganizzazione del calcio italiano e una decisione, in particolare, si sarebbe rivelata gravida di conseguenze per il suo futuro: nell'assemblea della Federazione, tenutasi a Firenze tra il 14 e il 16 maggio del 1946, veniva sancito il ritorno degli stranieri, due per squadra. Fu lo stesso Pozzo a capeggiare la fazione di coloro che ritenevano sbagliato riaprire le frontiere, in quanto ciò sarebbe andato a danno dei giocatori indigeni danneggiando al contempo anche l'attività della Nazionale. Ormai, però, la decisione era stata presa e le sue conseguenze sarebbero state pagate nel medio periodo.           

IL GRANDE DILEMMA

Mentre riprende l'attività internazionale, il calcio italiano si scinde in due fazioni, sistemisti e metodisti. I primi ritengono che non si possa rimanere ancorati al passato, i secondi che il Metodo sia più adatto alle caratteristiche dei nostri calciatori. Il 4-0 rifilato dall'Inghilterra all'Italia, rende infuocato il dibattito. I dubbi di Pozzo rendono ancora più pesante la situazione, mentre tornano gli stranieri nel nostro massimo campionato.

Proseguiva nel frattempo, anche se su scala abbastanza ridotta, l'attività della nostra selezione. Il 1946 vide un solo confronto, quello contro la rinata Austria, vinto a Milano per 3-2. Solo nell'anno successivo, fu possibile organizzare una attività più continuativa, con l'effettuazione di quattro partite, delle quali tre vinte (con Svizzera, Ungheria e Cecoslovacchia) e una persa, con l'Austria a Vienna. Il 5-1 pesantissimo col quale si chiuse la sfida del Prater, fu però addolcito dalla grande impressione lasciata da un sensazionale Virgilio Maroso, astro emergente del Grande Torino il quale, nonostante la giovanissima età, non si lasciò condizionare dalla cattiva giornata del resto della squadra, sciorinando una prestazione straordinaria che spinse molti spettatori a spostarsi dal suo lato per ammirarne la pulizia degli interventi e la perizia tecnica insolita per un difensore. Maroso era però l'unica nota lieta di una giornata nata all'insegna della confusione e che segnò in pratica la fine dell'era Pozzo. La squadra azzurra infatti, fu praticamente azzerata dal micidiale cocktail preparato dal Commissario Tecnico il quale non riuscì a decidere il modulo da adottare e schierò un attaccante come Piola a fianco di Mazzola, facendogli mancare il prezioso supporto assicurato da Loik.
Purtroppo, Pozzo era rimasto attaccato al Metodo che gli aveva garantito tanti successi e, reputandolo più adatto alle caratteristiche dei nostri calciatori, aveva cercato di privilegiarlo al Sistema che vedeva il Grande Torino di Novo come suo più splendente interprete. Per assurdo, se avesse voluto continuare a giocare col Metodo, avrebbe dovuto escludere tutti gli uomini granata dalla Nazionale, rendendo così la situazione impossibile da gestire di fronte ad una critica abituata sin troppo bene dai successi mondiali del decennio passato. Come si poteva escludere un Valentino Mazzola, già considerato uno dei più grandi calciatori mai apparsi sui campi di gioco internazionali? Per non parlare di tutti gli altri giocatori del Grande Torino, che nel loro ruolo erano comunque i migliori, a prescindere dal modulo di gioco.
Nella mancanza di chiarezza che ormai aleggiava sulla selezione, venne ad innestarsi l'amichevole con l'Inghilterra organizzata dalla Federazione per festeggiare i quaranta anni della propria fondazione. La partita, disputata a Torino il 16 maggio del 1948, vide il WM inglese annichilire il WM italiano, anche per effetto di una serie di circostanze avverse. L'Italia partì bene, dando luogo ad una serie di azioni veloci e pericolose, che però si arenarono sulle lunghe leve del portiere inglese Swift. Già al quarto minuto, però, un traversone sbagliato di Mortensen dal fondo campo aveva ingannato Valerio Bacigalupo, portierone del Torino già in fase di decollo per una carriera che si preannunciava piena di gloria. Ancora una ventina di minuti ed era Lawton a perforare la nostra retroguardia. I tentativi italiani di accorciare le distanze non sortirono alcun effetto ed anzi, nel secondo tempo, una doppietta di Finney rese clamoroso il divario tra le due squadre. L'analisi fatta sull'onda dell'emozione, vide prevalere coloro che ritenevano inadatti i nostri giocatori al sistema di gioco all'inglese, che ne snaturava le caratteristiche. Pozzo, addirittura, arrivò a spiegare la sconfitta in questione come il risultato di una specie di faida interna tra Mazzola e Parola, legata alla promozione che entrambi avevano portato avanti su palloni costruiti da differenti case. Probabilmente, la verità era altra e stava nel fatto che la sconfitta torinese era stata propiziata dalla incredibile concomitanza di fattori avversi e da una giornata storta a livello collettivo che poteva considerarsi irripetibile. E forse, anche se sembrava brutto dirlo, dall'ormai evidente mancanza di una guida sicura, in quanto Pozzo era dilaniato dai dubbi e non sapeva decidersi a fare una scelta, quella del Sistema, che era inevitabile, visti i successi inanellati in serie dal Torino costruito da Ferruccio Novo. Il tutto, mentre l'apertura delle frontiere vedeva il massiccio arrivo di campioni stranieri sui nostri campi. E non solo di campioni, visto che la mancanza di adeguate informazioni favoriva l'ingaggio di veri e propri bidoni che non aggiungevano nulla a livello tecnico al nostro calcio e, se possibile, gli toglievano qualcosa, spingendo molti tecnici ad impiegarli al posto di ragazzi indigeni che vedevano ritardata, e a volte impedita, la propria crescita tecnica.