ARCHIVIO STORICO
 HOME

 STORIE

 SQUADRE

 CAMPIONATI

 GIOCATORI

 COPPA ITALIA

 MONDIALI

 BIG MATCH

 COMMUNITY

 LINKS

 CREDITS

 CONTATTI

 

LA PRIMA NAZIONALE - UNA SPERANZA DELUSA - LA PRIMA COPPA INTERNAZIONALE - DALL'AVVENTO DEGLI ORIUNDI AL TRIONFO MONDIALE DEL 1934 - LE OLIMPIADI DI BERLINO - BICAMPIONI - GUERRA E DOPOGUERRA - SUPERGA - UNA DIFFICILE RICOSTRUZIONE - FUORI DAI MONDIALI - LO SCANDALO CILENO - I RIDOLINI COREANI CI FANNO PIANGERE - L'EUROPEO DEL 1968 - SECONDI SOLO A PELE' - LA DELUSIONE DEGLI EUROPEI DEL 1972 - DA FAVORITI IN GERMANIA - UN MONDIALE DA INCUBO - I PIEDI BUONI - I MONDIALI D'ARGENTINA - UNO SFORTUNATO EUROPEO - TRICAMPIONI - GLI ERRORI DI BEARZOT - MESSICO E NUVOLE - DA STOCCARDA A ROMA - IL CALCIO TOTALE DI SACCHI - MALEDETTI RIGORI - DA SACCHI A MALDINI - ANCORA I RIGORI - UN INCREDIBILE EUROPEO - IL FLOP DEL TRAP - TETRACAMPIONI

VERSO IL MONDIALE DEL 1938

La vittoria olimpica, conferma il grande momento dell'Italia e spazza via, almeno in parte, i dubbi sollevati dalla vittoria mondiale. Comincia il rinnovamento della rosa, partendo proprio dalle note liete della spedizione tedesca. Arriva Andreolo, il più italiano degli oriundi. Il ritiro dell'Alpino, proietta l'Italia verso il mondiale francese, dopo un biennio senza sconfitte. 

La vittoria olimpica, era di fondamentale importanza, poichè dimostrava al mondo intero che la vittoria mondiale di due anni prima non era un caso ed inoltre, essendo stata ottenuta senza l'apporto degli oriundi, confermava la bontà di un movimento calcistico capace di sfornare campioni in continuazione. Il 1936 finiva con una serie di risultati utili (vittoria con la Svizzera nella prima partita della quarta Coppa Internazionale, pareggio in Germania e vittoria con la Cecoslovacchia), che confermava il momento magico della nostra selezione. Naturalmente, Pozzo era già proiettato con la mente al Mondiale del 1938 e la rassegna berlinese gli aveva fornito utilissimi spunti. Il primo dei quali, riguardava appunto la coppia di terzini formata da Foni e Rava, che nelle intenzioni del Commissario Tecnico dovevano prendere il posto di quella formata dai vecchi Caligaris e Rosetta. L'altra nota di rilievo arrivata in terra tedesca, era quella che riguardava Locatelli, mediano di raffinata grana tecnica che, dopo essersi messo in luce con la maglia del Brescia, aveva spiccato il volo per Milano, sponda nerazzurra, consacrandosi come uno dei migliori centrocampisti italiani. Il rinnovamento dei quadri azzurri, non era però limitato ai giocatori già citati. In porta, si avanzava con prepotenza la candidatura di Aldo Olivieri, portiere della Lucchese che fondava la sua forza sull'istinto e in grado, quando era in giornata, di salvare da solo il risultato. A centrocampo, cominciava a farsi notare Pietro Serantoni, l'anima gemella di Meazza sul piano tattico, che dopo essersi formato in nerazzurro, era stato prelevato dalla Roma e aveva confermato la raggiunta maturità con una serie di grandi prove. Alle ottime doti tecniche, aggiungeva un podismo irrefrenabile e grandi doti di incontrista che lo mettevano in rilievo come equilibratore della squadra. E, sempre nella parte mediana, cominciava a farsi notare in maniera prepotente l'ennesimo oriundo, quel Michele Andreolo che il Bologna aveva scovato nel Nacional di Montevideo e che univa strepitose doti tecniche e senso tattico, degno erede del grande Monti. Per capire la forza di Andreolo, basta lasciare la parola a Pozzo: "Era forte, deciso ed energico e nel giuoco di testa e difensivo in genere. E senza avanzare gran che dalla posizione prudenziale che teneva, arrivava a servire le ali con traversoni bassi od a mezza altezza, di rara potenza: trenta, quaranta, cinquanta metri. Era inizialmente un torello, come robustezza, Andreolo: divenne poi anche un bel tecnico. Era nato nell'Uruguay, ma venuto fra noi, divenne presto il più italiano fra tutti gli oriundi. Fece il servizio militare in Italia e lo fece sul serio ed a lungo." In attacco, infine, era da registrare l'innesto di Gino Colaussi, ala della Triestina che fondava il suo gioco sulla grande velocità. Tutti costoro, fecero parte del team che inaugurò il 1937 battendo seccamente l'Ungheria con reti di Colaussi e Frossi e andando a violare il campo di Praga con una rete di Piola. Ormai, la squadra di Pozzo si andava consolidando e trasformando in una vera corazzata, capace di reggere qualsiasi tipo di urto. Chiuso il 1937 senza sconfitte (vittoria per 3-1 in Norvegia, pareggio 2-2 in Svizzera e ancora pareggio, stavolta a reti bianche, in Francia), l'Italia si avvicinava alla terza rassegna mondiale, rifilando un secco 6-1 al Belgio e un 4-0 alla Yugoslavia che non ammetteva repliche. 
E in preparazione alla kermesse francese, il Commissario Tecnico decise di portare la squadra in ritiro ancora una volta all'Alpino, come quattro anni prima, per poi trasferirsi a Cuneo, in prossimità del confine francese. Ad affiancare Pozzo, in qualità di preparatore fisico, si avvicendarono due vecchie glorie genoane, Ottavio Barbieri e Luigi Burlando. Quello che Pozzo aveva individuato come l'unico errore di quattro anni prima, l'aver portato trenta giocatori in ritiro, fu stavolta evitato e in ritiro andarono solo ventitrè uomini, dai quali alla fine fu scremato Depetrini, mediano della Juventus, che Pozzo mandò a casa a malincuore. Era tutto pronto per la difesa del titolo.          
   

L'ITALIA SUPERA I PRIMI PROBLEMI

Nella prima partita, contro la Norvegia, un superlativo Olivieri salva il risultato. Pozzo ascolta il campanello d'allarme e rimodella la squadra, escludendo Monzeglio in favore di Foni e cambiando la coppia di ali. Con Biavati e Locatelli, Piola trova la rampa di lancio ideale per esaltare le sue doti acrobatiche. La superba Francia deve inchinarsi agli azzurri. 

La squadra assemblata da Pozzo per il mondiale in terra di Francia, era probabilmente meno dotata sul piano qualitativo, rispetto a quella che aveva vinto quattro anni prima. Alla raffinata tecnica di Mumo Orsi e di Guaita, si era sostituita la velocità di Colaussi e di Biavati. E proprio Biavati, meritava un discorso a parte. Possedeva soltanto un piede, il destro e non eccelleva nel tiro a rete. Ciononostante, fu una delle ali più efficaci nella storia del calcio italiano, grazie ad una finta micidiale, il cosiddetto "doppio passo", che disorientava l'avversario e gli consentiva di saltarlo a ripetizione. Divenne in questo modo la rampa di lancio ideale per Silvio Piola, che proprio sui traversoni radenti provenienti dalla fascia, poteva esaltare le sue straordinarie doti acrobatiche. Il trait d'union con la squadra che aveva trionfato a Roma, era costituita dalla magnifica coppia di mezzali formata da Ferrari e Meazza, una delle migliori mai espresse dal nostro calcio, capace di fare gioco e di andarlo a concludere con eguale efficacia. Il modulo di gioco, era naturalmente il Metodo, del quale la nostra squadra era ormai la più raffinata interprete. 
Il compito dell'Italia, era tutt'altro che facile. Il resto del mondo la aspettava al varco per dimostrare che la vittoria del 1934 era dovuta più che altro ai favori arbitrali e alle pressioni cui erano stato fatto oggetto gli avversari. La squadra di Pozzo, però, era cresciuta nel frattempo in maniera esponenziale e quello che aveva perso sul piano della tecnica, lo aveva acquisito in compattezza. Il sorteggio aveva assegnato all'Italia, nel turno inaugurale, la Norvegia, squadra che pochi ritenevano in grado di impensierire gli azzurri. Quella che sulla carta avrebbe dovuto essere una passeggiata, si trasformò invece in una gara combattutissima, anche a causa del clima che contrassegnò l'evento e legato alla presenza di migliaia e migliaia di fuoriusciti, oppositori antifascisti che erano stati costretti ad andare fuori dai patrii confini per sfuggire alle galere fasciste. La partita vide l'Italia portarsi in vantaggio con Ferraris II, per poi essere raggiunti da Brustad. Lo stesso Brustad, poco dopo, segnò la rete del sorpasso, che però fu annullata per fuorigioco. Il campanello d'allarme, non svegliò gli azzurri, stranamente legnosi, che sul finale della partita furono salvati da Olivieri, pronto ad opporsi prodigiosamente su un tiro di Brynildsen, giunto solo di fronte a lui. Nei supplementari, fu Silvio Piola a togliere le castagne dal fuoco, segnando su una corta respinta del portiere norvegese su gran tiro di Pasinati. Pozzo, poteva tirare un sospiro di sollievo, ma rimaneva la pessima impressione suscitata da una Italia troppo brutta per essere vera. Il Commissario Tecnico, decise a questo punto di adottare due contromisure. La prima, fu l'assoluta proibizione di accesso agli allenamenti ai giornalisti, minacciando addirittura il ricorso alla polizia, cercando così di creare una atmosfera di assoluta tranquillità intorno alla squadra. La seconda, di carattere tecnico, fu l'esclusione di Monzeglio, ormai in fase calante, a favore di Foni, e delle ali Ferraris II e Pasinati, sostituiti da Biavati e Colaussi. Con la nuova inquadratura, l'Italia si apprestava allo scontro con quella Francia che, oltre ad essere la padrona di casa, era anche stata la capofila di coloro che avevano contestato il successo italiano del 1934. Francia che, dopo aver fatto fuori in maniera molto facile il Belgio, si avvicinava al match con propositi bellicosi e forte dei favori del pronostico. A Colombes, la cura adottata da Pozzo, dette i suoi risultati. Pilotata da un magistrale Andreolo, l'Italia ammutolì immediatamente i sessantamila tifosi avversari macinando azioni su azioni. Dopo un primo goal di Colaussi, pareggiato da Heisserer, gli azzurri non fecero una piega e ripresero a tessere le fila del loro gioco senza curarsi della cornice. Nella ripresa, si scatenò Piola e per i galletti transalpini fu notte fonda. Al pubblico di casa, non rimase che da applaudire a scena aperta le prodezze degli uomini di Pozzo. L'Italia aveva ingranato la marcia giusta e, soprattutto, aveva trovato la migliore delle inquadrature possibili, ritrovando gli uomini fondamentali, a partire da Andreolo.       

IL SECONDO TRIONFO

In semifinale, l'Italia trova l'ostacolo più alto, il Brasile del grande Leonidas. La partita, preceduta da un farsesco episodio, conferma la grande forza della squadra di Pozzo, che vola in finale. Ove trova l'Ungheria, a lungo bestia nera dei nostri. Stavolta, però, l'Italiasi dimostra troppo forte per i danubiani e vince 4-2, bissando nel migliore dei modi il trionfo di quattro anni prima.

Cominciava così la fase cruciale del mondiale francese. E cominciava con l'ostacolo più alto, quel Brasile che, guidato dal grande Leonidas, si proponeva di dimostrare al mondo intero la sua forza. La partita con la Selecao, fu preceduta da un episodio che, a mente fredda, rivela la debolezza di fondo del calcio brasiliano, quella presupponenza che tante volte ha impedito alla pur fortissima squadra sudamericana di mettere a frutto le proprie doti. Pozzo, infatti, saputo che l'unico aereo a disposizione per poter recarsi a Parigi per la finale era stato prenotato dai brasiliani, si recò nel loro ritiro per chiedere di tenerlo a disposizione della squadra che avesse vinto la semifinale di Marsiglia, senza dover sottoporsi ad un massacrante viaggio in treno. I dirigenti sudamericani, si dimostrarono però irremovibili: l'aereo lo avrebbero preso loro in quanto erano sicuri di vincere la partita. Naturalmente Pozzo, che era un fine psicologo, non mancò di sfruttare l'episodio per inculcare nei suoi uomini ancora maggior rabbia agonistica. Come si vide all'atto pratico, cui il Brasile si presentò senza Leonidas, ancora acciaccato dopo la corrida dei quarti coi cecoslovacchi e cominciò a sciorinare il suo football bailado, destando l'entusiasmo del pubblico neutrale, senza che però l'Italia si scomponesse più di tanto. La gara si risolse nella ripresa, quando l'Italia sbloccò il risultato con Colaussi, dopo un contrasto tra Piola e Domingos. Il Brasile si riversò in avanti, lasciando vere e proprie praterie per il nostro contropiede. In uno dei tanti contrattacchi azzurri, Piola fu brutalmente falciato da Domingos, procurando il rigore che, trasformato da Meazza, mise l'Italia al riparo. La rete finale di Romeu, non cambiò la sostanza: il presuntuoso Brasile doveva lasciare il posto in finale agli uomini di Pozzo. Che naturalmente, dovettero raggiungere Parigi in treno, con soli cinque posti letto disponibili, che furono lasciati agli uomini più stanchi, mentre gli altri si arrangiavano come potevano.
In finale, l'Italia trovava la fortissima Ungheria, che però non rappresentava più per lei quello spauracchio degli anni '20. Per fortuna, i tre giorni di riposo previsti prima dell'atto finale, giovarono non poco, consentendo ai nostri giocatori di recuperare le energie perse sino ad allora. Mentre la squadra italiana veniva confermata in blocco, l'Ungheria aveva proceduto a due sostituzioni, quella del centromediano Turay, infortunatosi contro la Svezia, il cui posto fu preso da Szucs, e quella dell'interno Toldi, sostituito per motivi tattici da Vincze. Già al 5', l'Italia passava in vantaggio con Colaussi, dopo una fuga sulla fascia di Biavati e una sponda di Piola che mise il giocatore della triestina in grado di battere il portiere Szabo. Dopo soli due minuti, però, i danubiani pareggiavano con Titkos, a seguito di una bellissima azione di Sarosi. L'Italia, mostrava ancora una volta la perfetta padronanza mentale e ricominciava a giocare come se non fosse successo nulla. In particolare Biavati, si mostrava irrefrenabile e, al sedicesimo minuto, dopo aver sfondato ancora una volta sulla sua fascia, crossava radente per Piola, il quale dava luogo ad un entusiasmante duetto con Ferrari e buttava il pallone in fondo al sacco. Passavano altri venti minuti e arrivava la terza rete azzurra, seconda personale di Colaussi, capace di chiudere con un magnifico tiro ad effetto l'azione creata da Meazza. Sembrava che il conto fosse ormai chiuso, ma non era così. Nella ripresa, infatti, dopo che gli azzurri avevano sfiorato la quarta segnatura, cogliendo il palo con Biavati, l'Ungheria aveva un sussulto d'orgoglio e accorciava le distanze, grazie ad un potente tiro di Sarosi dal limite. Ma l'Italia di quel giorno, era troppo forte. Dopo soli dieci minuti dalla seconda segnatura ungherese, infatti, Biavati dava luogo all'ennesimo traversone dal fondo sul quale Piola, ancora una volta, si faceva trovare puntuale, sparando una cannonata nell'angolo dell'incolpevole Szabo. Era l'apoteosi per l'Italia, applauditissima dal pubblico locale, conquistato dalla grande qualità del gioco messo in mostra dagli azzurri.