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LA SFIDA DI HIGHBURY

Il 1934 vede un ultimo impegno, quello con i superbi inglesi. Ad Highbury, l'Italia rischia la disfatta: sotto di tre reti dopo soli dodici minuti e con Monti infortunato, gli azzurri danno luogo ad una prova di orgoglio e, trascinati da Ferraris IV, riescono a segnare due reti, mettendo paura ai "Maestri". L'Italia è sconfitta, ma dimostra di essere degna del titolo. 

La vittoria romana, chiudeva in pratica una epoca del nostro calcio, quella nella quale tutto il movimento calcistico italiano si era prodigato per colmare il gap dalle migliori scuole riuscendovi. Dopo il 1934, se ne apriva una nuova, quella nella quale bisognava confermare le posizioni raggiunte e, soprattutto dimostrarsene degni. Non appena il Mondiale era finito, era cominciato il fuoco di fila delle recriminazioni da parte delle squadre battute e non pochi organi di stampa internazionale, avevano insinuato che la vittoria italiana fosse figlia delle pressioni del Regime verso le squadre che avevano incontrato la squadra di Pozzo. Se si pensa al momento storico, fa anche un poco sorridere pensare che le partite di calcio potessero essere risolte tramite pressioni politiche, ma l'insano connubio tra politica e sport stava portando i suoi frutti avvelenati anche nel mondo del calcio.
Ma il 1934 doveva ancora finire e prima della sua conclusione, arrivò la sfida dei "Maestri" britannici ai Campioni del Mondo. L'Inghilterra, che non aveva partecipato alla competizione italiana in quanto pensava con la solita superbia che l'avrebbe distinta ancora per decenni, di essere naturalmente superiore a tutte le altre nazionali e che il vero football si giocasse solo nelle contrade ove era nato, riteneva di dover dare una lezione all'Italia in grado di riaffermare urbi et orbi i reali rapporti di forza tra essa e il resto del mondo. Forse però la non ancora perfida Albione avrebbe dovuto ricordare come era finita la sfida dell'anno precedente, quando solo una rete in sospetto fuorigioco di Bastin aveva impedito la sconfitta. La sfida tra Italia e Inghilterra ebbe luogo il 14 novembre 1934, ad Highbury, sotto una pioggerellina insistente e fastidiosa che aumentò a dismisura i pericoli per la nostra selezione, vista la forza atletica e fisica degli avversari. Quando Niccolò Carosio, il famoso inventore delle radiocronache dal campo di gioco, non aveva ancora finito di sciorinare i nomi che componevano le due formazioni, l'Inghilterra era già in vantaggio, grazie ad un poderoso tiro di Brook. Il WM inglese, in quei primi minuti si dispiegò in tutta la sua efficacia. La difesa cominciò a sostenere il centrocampo nel migliore dei modi e grazie all'apporto del reparto arretrato il quadrilatero inglese prese nettamente il sopravvento, costringendo sulla difensiva gli azzurri. Dopo pochissimi minuti dalla rete del vantaggio, gli inglesi ebbero un calcio di rigore a favore, che però fu fallito dallo stesso Brook, il quale si vide respingere il tiro dagli undici metri da Ceresoli, che aveva ripreso il posto dopo il grave infortunio che gli aveva negato il Mondiale. E quando Monti si infortunò gravemente in uno scontro con un avversario, sembrò che la partita fosse completamente segnata. In dieci contro undici avversari scatenati, gli azzurri sbandarono vistosamente e vennero trafitti altre due volte, ancora da Brook e da Drake. Con Monti spostato all'ala e ormai inutilizzabile, Pozzo decise di spostare al suo posto Ferraris IV, che proprio quel giorno costruì la sua personale leggenda di "Leone di Highbury". Il borghigiano cominciò a battersi in maniera straordinaria, infondendo coraggio anche ai compagni meno portati all'uso della spada al posto del fioretto e l'Italia passò senza ulteriori danni il periodo peggiore della gara. Il primo tempo si concluse sul 3-0, ma la nota saliente era proprio nella capacità di reazione palesata dall'Italia di fronte ad una situazione che preludeva ad una vera e propria disfatta. Nel secondo tempo ci pensò poi Meazza a porre il suo personale sigillo sulla partita, con una doppietta che mise in forse un risultato che sembrava ormai deciso. Ma non era finita, in quanto gli azzurri moltiplicarono gli sforzi e chiusero gli inglesi nella loro metà campo. Il triplice fischio di chiusura dell'arbitro, il norvegese Olsson (che secondo le gazzette dell'epoca non fu propriamente imparziale e decise più di una volta a danno dell'Italia) fu accolto con grande sollievo dall'Inghilterra: l'Italia aveva perso, ma dalla contesa londinese usciva con grande onore, dando una prima consistente dimostrazione di essere degna del titolo.        
   

L'ITALIA SI CONFERMA ALL'ALTEZZA

Nel periodo successivo al Mondiale, l'Italia si conferma all'altezza del titolo vinto. Intanto cominciano ad entrare forze nuove, a cominciare dal grande Silvio Piola, autore di una doppietta al suo esordio contro l'Austria che permette all'Italia di violare il Prater. Il 1935 si chiude con la clamorosa fuga di Guaita e Scopelli. 

L'ultima partita del 1934, fu giocata a Milano contro l'Ungheria e confermò il grande momento della nostra Nazionale, con un franco 4-2 che se non aggiungeva altro a quanto già detto dall'annata, confermava il momento di grazia degli uomini di Pozzo, ormai pienamente coscienti della loro forza e in grado di affermare la loro supremazia anche su quelle nazionali danubiane che sino a qualche anno prima costituivano avversari proibitivi. Il 1935 si apriva come si era chiuso l'anno precedente, grazie all'ennesima vittoria sulla Francia, anche se stavolta i galletti facevano soffrire l'Italia. Probabilmente però, si era trattato solo di un errore di sottovalutazione, se solo si pensa che poco più di un mese dopo gli azzurri andavano a vincere a Vienna contro la fortissima Austria, con una doppietta di Silvio Piola, al suo esordio in azzurro. Proprio il vercellese, passato alla Lazio dopo una complessa vicenda di mercato che aveva visto la discesa in campo di settori del PNF per agevolarne il trasferimento in biancoceleste, era una delle nuove leve sulle quali contava Pozzo per rinnovare i quadri nel quadriennio che avrebbe preceduto la difesa del Mondiale. Attaccante solido e dotato di più che discreta tecnica, Piola possedeva un coraggio leonino che non poteva non piacere a Pozzo e le grandi doti acrobatiche gli consentivano di segnare reti all'apparenza impossibili. Con il declino di Schiavio, il suo ingresso nell'area azzurra dava al Commissario Tecnico il centravanti di sfondamento ideale per la finalizzazione delle trame intessute dalla squadra.
Arrivò poi la battuta di arresto di Praga, in quella che poteva essere considerata una rivincita della finale mondiale. La partita fu affrontata dall'Italia con il massiccio innesto di forze nuove: oltre a Piola, Faccio e Corsi, che avevano esordito in Austria, quel giorno giocò anche il romanista Cattaneo, al suo secondo gettone e fece il suo esordio il triestino Colaussi, giocatore che si stava facendo largo a suon di reti e grandi prestazioni. Anche lui avrebbe avuto grandissima importanza negli anni a venire e andava ad allargare il ventaglio delle opzioni a disposizione di Pozzo.
L'annata, si chiuse poi con il botto e non fu un risultato a causarlo, bensì la fuga di Guaita e Scopelli, i quali decisero di lasciare il nostro paese a causa dell'imminente guerra contro l'Etiopia. Era una perdita grave, soprattutto per quanto concerneva il Corsaro Nero, che nelle poche partite disputate in azzurro aveva fatto immediatamente capire di possedere mezzi da fuoriclasse. Per fortuna dell'Italia, però, il campionato continuava a sfornare campioni su campioni, anche grazie alla legislazione sugli oriundi che permetteva di far giungere moltissimi giocatori, più o meno forti, dai floridi vivai del Sudamerica. L'ultimo impegno del 1935, fu costituito dalla partita casalinga con l'Ungheria, pareggiata per 2-2 con reti di Ferrari e Colaussi. Anche il 1935 andava in soffitta, confermando la forza ormai raggiunta dal calcio italiano.     

LA VITTORIA DI BERLINO

Il 1936 vede gli azzurri dar luogo ad una nuova, grande impresa. La Nazionale olimpica, infatti, vince i Giochi di Berlino con un undici formato in poco tempo e capace di superare gli ostacoli posti sulla sua squadra. In quella squadra cominciano a far intravvedere le loro doti, alcuni degli uomini che vinceranno il Mondiale del 1938, come Foni, Rava e Locatelli.

Andava così ad iniziare il 1936, anno olimpico che avrebbe rivestito grandissima importanza negli sviluppi futuri. In quell'anno, infatti, la Nazionale fu chiamata ad un impegno estremamente importante, quello delle Olimpiadi di Berlino ed estremamente complicato. Poichè il regolamento olimpico parlava chiaro, ed impediva la partecipazione dei professionisti, Pozzo dovette approntare una squadra dalla quale erano in partenza esclusi tutti i migliori giocatori del nostro campionato. O quasi. Potevano infatti partecipare alla rassegna tedesca quei giocatori che fossero ancora impegnati con lo studio e che, in conseguenza di ciò, potevano almeno a livello formale garantire che la loro attività professionale non fosse il calcio. Nei primi mesi dell'anno, la Nazionale dette luogo ad una serie di partite amichevoli che servirono a Pozzo soprattutto per continuare in quella politica degli esperimenti che serviva a testare le possibili alternative ai titolari. La resa dei nuovi arrivati, che venivano di volta in volta innestati nel vecchio tronco, poteva essere considerata del tutto positiva, se si pensa che nelle tre amichevoli che precedettero l'avventura olimpica, l'Italia battè la Svizzera a domicilio, pareggiò con l'Austria e sconfisse a Budapest l'Ungheria.
Nell'agosto di quell'anno, l'Italia olimpica fu chiamata a dar prova di sè in una rassegna che sarebbe rimasta a lungo impressa agli occhi degli appassionati di sport per le grandi imprese di Jesse Owens e per la vera e propria orgia di propaganda nazista che caratterizzò la manifestazione. Per l'occasione, Pozzo aveva chiamato tutta una serie di ragazzi che erano ormai sul trampolino di lancio, a partire dalla coppia di terzini della Juventus, Foni e Rava, passando per il forte mediano dell'Inter Locatelli. Per loro, la rassegna olimpica era anche un test molto importante in chiave futura, in quanto doveva dare risposte sulla loro reale statura. La prima partita, quella contro gli USA, che all'apparenza doveva essere una semplice formalità, si trasformò ben presto in una rissa. A farne le spese fu Rava, espulso all'inizio della ripresa dall'arbitro tedesco. Nonostante fossero ridotti con un uomo in meno, gli azzurrini non persero la testa e, cinque minuti dopo, riuscirono a siglare l'unica rete dell'incontro con Annibale Frossi, ala dell'Inter noto oltre che per la bravura anche per la curiosa caratteristica di giocare con gli occhiali. Dopo la paura iniziale, per fortuna i quarti di finale si rivelarono una semplice sgambatura di allenamento contro un Giappone seppellito sotto otto reti (a zero). Quella coi giapponesi, fu però l'unica partita facile della rassegna. In semifinale, infatti, l'Italia dovette dar luogo ad una maratona con la Norvegia, che si concluse solo ai supplementari grazie alla segnatura decisiva di Frossi. La finale pose di fronte all'Italia, quella che poteva essere considerata la squadra di casa, l'Austria che, infatti, godette del tifo dei 90.000 presenti. E fu una nuova maratona, che vide ancora una volta gli uomini di Pozzo prevalere ai supplementari, dimostrando una non comune forza atletica da parte degli azzurri. Il match winnner fu ancora una volta Annibale Frossi, autore della doppietta che stese gli austriaci e regalò una grande gioia a Vittorio Pozzo. Il quale, nei suoi ricordi, scrisse: "...quella è stata la gioia più grande che io abbia attinto dalla mia lunga carriera sportiva. Di soddisfazioni del dovere compiuto con successo ne ho avuta qualcuna. Questa sta al sommo: partire dal nulla, ed in due mesi di lavoro chiuso, duro, tenace, caparbio quasi - e pur pieno di sentimento - conquistare una Olimpiade. Si perdoni al mio vecchio cuore se giubila ancora al solo ricordo."