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ALTI E BASSI

Il 1926 si apre con una grande vittoria sulla fortissima Cecoslovacchia. E' la conferma della crescita qualitativa del nostro calcio. Il resto dell'anno si rivela però assai meno brillante e la squadra di Vittorio Pozzo dà vita ad una serie di inspiegabili alti e bassi, vincendo con Irlanda e Svizzera e perdendo con Svezia e, di nuovo, Cecoslovacchia. 

Se il 1925 si era chiuso con il bel pareggio con la grande Ungheria, il 1926 si aprì ancora meglio, con una vittoria contro un'altra grande del calcio danubiano, la Cecoslovacchia che schierava a difesa della sua porta il grandissimo portiere Planicka, uno dei migliori di ogni epoca. La vittoria ottenuta contro i ceki (3-1, con reti di Della Valle in apertura, Conti e Magnozzi nel secondo tempo), era la conferma che il calcio italiano era ormai in una fase di impetuosa crescita e che una decisa scalata nelle posizioni di vertice del ranking internazionale era ormai alla portata di un movimento che aveva saputo mettere a frutto le lezioni apprese dalle squadre più forti degli anni precedenti.
Il resto dell'anno fu però assai meno brillante di quanto aveva lasciato presagire la vittoria contro i maestri danubiani, smorzando gli entusiasmi sollevati da quella impresa. Dopo una bella vittoria contro la squadra irlandese (3-0 con reti di Baloncieri, Magnozzi e Bernardini) infatti, la nostra selezione vinse solo un'altra partita contro la Svizzera, pareggiando con la stessa squadra elvetica in trasferta (1-1, con rete di Magnozzi, il motorino del Livorno) e perdendo le rimanenti due gare giocate contro la Svezia e la Cecoslovacchia (5-3 con i nordici, reti per l'Italia di Levratto, doppietta, e Cevenini III, 3-1 con i cechi, rete della bandiera di Levratto). Intanto, però, il calcio italiano continuava ad espandere in maniera esponenziale la sua importanza, come dimostravano le cifre rilevantissime di spettatori che affollavano gli stadi nelle partite più importanti del campionato. E di questa importanza si cominciava ad accorgere anche il potere politico, se solo si pensa al fatto che la guida della Federcalcio era intanto stata affidata a quel Leandro Arpinati, federale di Bologna, che era un pezzo da novanta del fascismo emiliano. Per fortuna del calcio italiano, lo stesso Arpinati era però persona di buon senso e capiva benissimo che se il calcio era un grande strumento di propaganda, le decisioni che lo riguardavano non dovevano comunque soggiacere del tutto al potere politico. Ne dette ampia dimostrazione eleggendo segretario della Federazione Giuseppe Zanetti, il quale non aveva la tessera del partito e a chi rinfacciava questa scelta, era solito rispondere: "Non ho chiesto un fascista per quel compito, ho chiesto un galantuomo e un competente." 
Inoltre, cominciava quell'afflusso di giocatori dal Sudamerica favorito dalla legislazione che assimilava ai giocatori del nostro paese tutti coloro che potevano dimostrare di avere avi italiani. Era una decisione di grande importanza per il nostro calcio, che di lì a poco avrebbe potuto godere delle prestazioni di veri e propri fuoriclasse strappati al football sudamericano e che andava ad iniziare una sorta di guerra legata al fatto che molte società argentine, uruguayane e brasiliane si videro sottrarre i migliori prodotti del proprio vivaio senza poter far nulla per effetto di un buco legislativo che consentiva ai propri giocatori di decidere di anno in anno dove prestare la propria prestazione professionale. Molti di loro, di fronte alle ingenti offerte arrivate dal nostro paese, non ebbero alcun dubbio e scelsero l'Italia.   


IL PRIMO GRANDE TRIONFO: LA COPPA INTERNAZIONALE

Nel 1927 viene istituita la Coppa Internazionale, prototipo dell'attuale Campionato Europeo per selezioni nazionali. Sarà la prima grande vittoria dell'Italia in campo europeo. Ma non solo la Coppa Internazionale: le Olimpiadi di Amsterdam del 1928 vedono gli azzurri cedere solo al grandissimo Uruguay in semifinale e conquistare il bronzo.

Il 1927 fu un anno molto importante per la nostra selezione e per il calcio europeo in generale. In quell'anno infatti fu istituita la Coppa Internazionale, vero e proprio prototipo di un campionato europeo per squadre nazionali. Cominciava la regolamentazione degli scontri tra Nazionali che avrebbe infine portato al varo della Coppa Rimet. 
In vista del suo avvio, l'Italia giocò una serie di partite molto buone, a partire da quella con la Svizzera, battuta a domicilio per 5-1 (tripletta di Baloncieri e reti di Libonatti e dell'esordiente Rossetti, tutti e tre del Torino). Fecero quindi seguito un soddisfacente pareggio con la Cecoslovacchia, una vittoria col Portogallo, un pareggio in Francia e la vittoria con la Spagna del grandissimo Zamora, che introdusse l'Italia alla prima partita della Coppa, contro la Cecoslovacchia. A Praga, l'Italia riuscì a pareggiare grazie soprattutto a Libonatti, dimostrando comunque di aver raggiunto una buona solidità complessiva e una tenuta di squadra invidiabile, che le potevano consentire di reggere l'impatto con chiunque.
E il prosieguo del torneo confermò questo assunto. Dopo una sconfitta con l'Austria, infatti l'Italia battè la Svizzera e, soprattutto, l'Ungheria, nella cornice festante dello Stadio di Nazionale di Roma. Una nuova trasferta nella penisola iberica la vide perdere con il Portogallo e pareggiare con la Spagna, partite che la introdussero alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. E nella trasferta olandese l'Italia confermò la sua crescita, eliminando Francia e Spagna (in due gare, 1-1 e 7-1) per poi arrendersi in semifinale al grande Uruguay di Petrone per 3-2, dopo una partita bellissima e sfortunata. Per capire la portata del torneo portato avanti dalla nostra squadra, basterà ricordare che l'Uruguay avrebbe poi battuto l'Argentina in finale e, soprattutto, avrebbe vinto la prima edizione dei Campionati del Mondo, due anni dopo. 
Ottenuto il bronzo con una goleada a spese dell'Egitto, gli azzurri si rituffarono nella Coppa battendo la Svizzera a domicilio. Le amichevoli con Austria (2-2) e Olanda (vittoria per 3-2) precedettero la fase decisiva del torneo ove, alla vittoria con la Cecoslovacchia, il 3 marzo del 1929 fece seguito la sconfitta con l'Austria. Una bella serie di amichevoli, che vide l'Italia battere Germania, Portogallo, Svizzera e ancora Germania e pareggiare con l'Olanda, la spinsero verso il match decisivo di Budapest allorchè, con un sonoro ed inaspettato 5-0, gli azzurri colsero il primo grande trionfo internazionale della loro storia. Era l'11 maggio del 1930 e la trionfale esibizione ungherese rappresentava il definitivo sigillo alla grande crescita della nostra Nazionale nel corso degli anni e, soprattutto, la dimostrazione che la strada intrapresa era quella giusta. Il bello stava per incominciare.

TRACCIA PROFONDA

Il giro dei giocatori di interesse nazionale continua ad allargarsi, fornendo nuove alternative a Pozzo. Tra i nuovi protagonisti si fanno notare alcuni giocatori che faranno la storia del nostro calcio negli anni successivi: tra di essi il romanista Attilio Ferraris IV, il futuro Leone di Highbury, che diventa subito un pupillo del CT.

Altri protagonisti si erano intanto affacciati al proscenio azzurro, dimostrando la grande vitalità del movimento calcistico nazionale e la sua capacità di produrre talenti. Lo sport calcistico aveva ormai superato la fase dello spontaneismo e la diffusione del professionismo, dopo le polemiche dei primi anni del secolo, lo aveva reso sempre più appetibile agli occhi dei tanti ragazzi che affollavano sin da allora i tanti campetti sorti nei grandi e piccoli centri del paese. 
Anche sul piano organizzativo, i dirigenti del movimento avevano fatto le cose per bene e la competizione innescata da un campionato che stava unificando la penisola, agevolava il reclutamento di ragazzi per le centinaia di squadre che andavano sorgendo quà e là per lo stivale, facendo del calcio un vero e proprio fenomeno di costume. L'allargamento a dismisura della base, aveva avuto un positivo influsso anche sulla qualità del materiale umano, come era logico e tanti ottimi giocatori si erano formati nel corso di quegli anni. A partire da Meazza, forse il giocatore più forte espresso dal nostro calcio nel periodo compreso tra le due guerre, il quale aveva esordito nella partita vinta contro la Svizzera per 4-2 mettendo a segno una doppietta. Mezzala dotata di grande senso del goal, l'interista avrebbe avuto un grandissimo ruolo nelle vicende della nostra Nazionale sino allo scoppio del secondo conflitto. Oltre a Meazza, ricordiamo il bomber bolognese Schiavio, uno dei migliori attaccanti del periodo compreso tra le due guerre, il pugnace mediano della Fortitudo Ferraris IV futuro "Leone di Highbury", che proprio per le sue doti agonistiche divenne il beniamino di Pozzo, il forte attaccante argentino Libonatti del Torino (giocatore che apriva l'era degli oriundi), il mediano Bertolini della Juventus, l'ala Costantino detto il "Reuccio di Corte Maggiore" da Bruno Roghi, uno dei giornalisti più famosi del tempo e il mediano Pitto del Bologna, tutti giocatori destinati a svolgere una carriera di rilievo in Nazionale e a lasciare una traccia profonda nel cuore degli sportivi italiani. E dietro a loro c'erano tanti ottimi giocatori pronti a prenderne il posto, dando alla Nazionale una base estremamente ampia su cui lavorare. Si andava formando l'ossatura di quella selezione che, negli anni a venire, avrebbe dominato il lotto delle concorrenti.
Tutti questi giocatori dovettero però rinunciare alla grande passerella della prima edizione dei mondiali, svoltisi in Uruguay proprio nel 1930. La Federazione italiana, come del resto la stragrande maggioranza delle altre nazionali europee, aveva infatti deciso di declinare l'invito a partecipare alla competizione a causa dei costi e delle difficoltà logistiche che la sua adesione avrebbe comportato. Oltre a rappresentare un peccato, in quanto impediva all'Italia di misurare i suoi progressi confrontandosi anche con le grandi scuole del Sud America, questa decisione avrebbe lasciato strascichi velenosi nei rapporti con l'Uruguay, che avrebbe ripagato di eguale moneta il nostro paese quattro anni dopo.