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DELUSIONE AD ANVERSA

Il non esaltante momento dell'Italia si conferma ad Anversa, ove la nostra nazionale viene buttata fuori dalla Francia. Dopo la delusione delle Olimpiadi, l'Italia si riprende e rimane imbattuta nel 1921 e 1922. Si mette in luce Adolfo Baloncieri, uno dei componenti del futuro Trio del Torino, capostipite delle grandi mezzali espresse dal calcio italiano nel corso della sua storia.

I non brillantissimi risultati che avevano fatto seguito alla bella vittoria con la Francia e preceduto i giochi olimpici, preoccuparono non poco gli osservatori più attenti e gli addetti ai lavori. Anche perchè proprio i risultati delle squadre nazionali rappresentavano, sin da allora, un ottimo biglietto da visita per sperare in un allargamento della base di praticanti. Purtroppo, essi furono confermati nel corso della trasferta olimpica belga. Ad Anversa infatti, l'Italia, guidata in veste di tecnico da Milano, dopo lo stentato successo riportato conl'Egitto nella partita inaugurale (2-1 con reti di Baloncieri e Brezzi), fu piegata a sorpresa dalla Francia nei quarti di finale e costretta perciò ad affrontare il torneo per il 2° e il 3° posto nel quale, dopo la vittoria sull'ostica Norvegia, arrivata nei tempi supplementari, si trovò di fronte l'ostacolo rappresentato dalla Spagna, la cui porta era difesa da un certo Zamora che si dimostrò praticamente invalicabile per gli avanti azzurri. Gli iberici vinsero per 2-0 eliminando così gli azzurri dalla corsa per le medaglie e confermando che la strada da fare, per il nostro calcio, era ancora molta. Pesò molto in questa occasione l'errata conduzione tecnica della squadra, in particolare l'errore di schierare i migliori già all'esordio contro i modesti egiziani, a sole 24 ore di distanza dal match con i transalpini.  
Dopo i giochi olimpici l'attività della Nazionale riprese con una buona serie di vittorie che sembrò il preludio ad una crescita decisa della nostra selezione maggiore. Il 1921 vide l'Italia giocare cinque partite, vincendone tre (con Francia. Svizzera e Belgio) e pareggiandone due (contro Olanda e ancora Svizzera). Anche se le rivali incontrate non costituivano certo la crema del calcio europeo, poteva essere considerata incoraggiante la sicurezza con la quale gli azzurri avevano affrontato questo ciclo di gare. Ancora meglio andò il 1922, in quanto in quell'anno gli azzurri riuscirono a pareggiare contro l'Austria (un 3-3 che fu quasi una beffa, in quanto l'Italia aveva condotto anche di due reti e aveva accarezzato a lungo il sogno di una prima, prestigiosa vittoria contro una delle rappresentanti di punta del calcio europeo) e contro un'altra grande del calcio danubiano dell'epoca, la Cecoslovacchia. L'annata si concluse con un altro pareggio con la Svizzera e con una vittoria a spese del Belgio, battuto 3-2 a Liegi, dopo che i belgi si erano portati sul doppio vantaggio. Alla soddisfazione legata ai risultati, poteva aggiungersi quella legata all'afflusso di forze nuove, che dimostrava il grande favore con il quale tanti ragazzi, nel nostro paese, avevano accolto lo sport calcistico. Era questo un aspetto estremamente importante, perchè allargandosi la base dei praticanti, aumentava a dismisura la possibilità di produrre giocatori all'altezza. In particolare luce nel corso di queste partite si mise un giovanissimo che avrebbe avuto un ruolo di grande prestigio nel calcio italiano degli anni '20 e '30, Adolfo Baloncieri, capostipite delle grandi mezzali che nel corso dei decenni hanno caratterizzato il nostro calcio. Per capire il valore del giocatore, basterebbe ricordare che nel corso di una partita tra la sua squadra, l'Alessandria e il Derthona, il suo diretto rivale, non riuscendo letteralmente a beccare palla, aveva pensato bene di azzannarlo all'orecchio, facendogli saltare il lobo! Interno dotato di tecnica straordinaria, dopo essere cresciuto nell'Alessandria ed esserne stato a lungo l'elemento più rappresentativo, sarebbe diventato uno dei punti di forza del primo Torino scudettato, nel quale, insieme a Rossetti e Libonatti avrebbe costituito il famoso Trio.

ANCORA DELUSIONI

L'esordio di Rosetta e Caligaris apre l'era più bella della nostra Nazionale. La tremenda sconfitta di Praga e quelle contro l'Austria e Ungheria, sembrano però portare indietro il nostro calcio. Il periodo di involuzione è confermato dalle Olimpiadi di Parigi, ove la selezione azzurra viene incredibilmente eliminata dalla modesta Svizzera.

In questo periodo di grandi progressi, si era verificato un fatto che, col passare del tempo, avrebbe acquisito grande importanza, l'ingresso nella rosa della squadra azzurra di due giovanissimi terzini che negli anni seguenti e per un lungo arco di tempo avrebbero formato una coppia da leggenda: Viri Rosetta e Umberto Caligaris. Negli anni in questione si alternarono insieme ad altri al fianco dell'inamovibile terzino del Genoa De Vecchi, uno dei più straordinari interpreti del ruolo e detto dai tifosi "Il figlio di Dio" per le eccezionali capacità tecniche. Quando De Vecchi declinò, l'Italia trovò rapidamente le alternative proprio formando la coppia in questione, una delle più famose di tutti i tempi, la prima di una lunga serie (basti ricordare quella successiva formata da Monzeglio e Allemandi),. Entrambi rappresentavano nel migliore dei modi la scuola piemontese. Rosetta si era formato nella Pro Vercelli, mentre Caligaris proveniva dal vivaio del Casale e della scuola da cui venivano avevano appreso quella rudezza negli interventi che sin dai primi anni si era rivelata una caratteristica peculiare dei nostri difensori. Di lì a qualche anno, Rosetta e Caligaris avrebbero fatto coppia anche nella Juventus a protezione di un altro mito del nostro calcio, Combi.
Se il biennio precedente era stato brillante e aveva fatto presagire una rapida scalata della nostra selezione nel ranking mondiale, il 1923 si aprì sulla stessa falsariga, con la bella vittoria contro i tedeschi (3-1, con reti nel finale di partita di Cevenini III,Santamaria e Migliavacca) cui fecero seguito i pareggi a reti invitte contro le fortissime Ungheria e Austria (con grandi parate del bravo portiere bresciano Trivellini). Proprio la regolarità con la quale l'Italia riusciva a far risultato con squadre molto forti, confortava non poco chi pensava ormai arrivato il momento del definitivo decollo. Quando sembrava che i progressi della nostra squadra fossero tangibili e tali da consentirgli di reggere l'urto con le corazzate del calcio internazionale, arrivò però la forte squadra cecoslovacca a riportare giocatori e dirigenti di fronte alla dura realtà e a far capire che c'era ancora molto da fare, con il netto ed incontestabile 5-1 di Praga.
Il tonfo di Praga fu seguito da un altro stop, quello contro l'Austria che vinse 4-0 a Genova su una squadra che sembrava all'improvviso essersi sgonfiata e si dimostrava in netta fase di involuzione. Dopo un pareggio con la Spagna, l'Ungheria confermò il brutto momento dell'Italia, con il tremendo 7-1 di Budapest che la introdusse alle Olimpiadi di Parigi del 1924, nelle quali la rappresentativa azzurra sperava con forza di invertire la rotta. Dopo un buon inizio (vittoria di misura con la Spagna e 2-0 al Lussemmburgo, reti di Baloncieri e Della Valle) fu la Svizzera guidata da Abegglen, ad eliminare la nostra squadra dalla corsa all'oro olimpico, con un 2-1 abbastanza inaspettato che andava a chiudere un periodo molto deludente e che dimostrava la necessità di lavorare ancora molto per poter raggiungere livelli realmente competitivi. Restava però da sciogliere il vero e proprio equivoco rappresentato dalla Commissione Tecnica, una sorta di parlamentino ove di volta in volta si discuteva all'infinito sugli uomini da spedire in campo e si approntavano pastrocchi che poi si rivelavano fatali.

L'ESORDIO DI FUFFO

Il 1924 si conclude meglio di come è iniziato. Contro la Francia c'è l'esordio del grande Fulvio Bernardini, primo giocatore del centrosud a giocare in azzurro. Arrivano altri grandi: Magnozzi. Levratto e Combi. In un periodo non proprio esaltante, arriva però la perla del pareggio contro la fortissima Ungheria a Budapest. E Pozzo diventa Commissario unico.

Il 1924, vero e proprio anno orribile della nostra massima rappresentativa, si concluse leggermente meglio di come era cominciato. Al pareggio casalingo con la Svezia fece infatti seguito una nuova vittoria contro la selezione tedesca, ottenuta a Duigburg, grazie ad una rete di Janni all'inizio del secondo tempo. Il nuovo anno cominciò con una sfortunata esibizione contro l'Ungheria cui fece seguito quella che può essere definita una partita storica per il nostro calcio, quella con la Francia del 22 marzo 1925. Quel giorno infatti fece il suo esordio un ragazzino che avrebbe svolto una carriera straordinaria, Fulvio Bernardini. L'eccezionalità del suo esordio era dovuto al fatto che egli era il primo giocatore del centrosud ad indossare la maglia azzurra, simboleggiando in tal modo l'unificazione calcistica della penisola. L'esordio di Fulvio Bernardini in maglia azzurra fu sicuramente favorito dal fatto che il trainer della sua squadra (la Lazio), Baccani, faceva parte della troika che guidava la Nazionale. Il modo in cui giocò con la Francia fece comunque capire a tutti che la protezione di Baccani era ben giustificata e che il giovanissimo asso romano non aveva certo bisogno di raccomandazioni per vestire l'azzurro, tanto che il grande Bruno Roghi così ne decantò le doti sulla Gazzetta dello Sport in sede di resoconto: "Quando toccò il primo pallone si capì che l'emozione intacca questo bruno ed impassibile atleta come la gomma intacca il ferro. L'azione parte da lui limpida e logica: l'azione respira, non ansima." E il respiro prodotto nell'azione dal gioco di Bernardini, sarebbe stato ben visibile negli anni successivi. Ma non soltanto il romano ebbe occasione di entrare nel giro azzurro, in questo lasso di tempo, a conferma comunque di una grande vitalità del movimento. Oltre a quello del futuro "Dottore", n questo periodo si verificò l'esordio di altri giocatori che avrebbero rivestito grande importanza nel calcio italiano di quel periodo e di quello immediatamente successivo. Ricordiamo ad esempio Mario Magnozzi del Livorno, un motorino di centrocampo praticamente inesauribile, Virgilio Levratto, ala sinistra del Verona che sarebbe stato ricordato a lungo come vero e proprio sfondareti e Gianpiero Combi, portiere della Juventus che pur avendo esordito nell'infausta partita con gli ungheresi nella quale aveva dovuto chinarsi a raccogliere il pallone nella propria rete per sette volte avrebbe siglato al meglio il periodo più bello del nostro calcio difendendo la porta azzurra nel corso dei Mondiali disputati e vinti in Italia nel 1934. 
In questo periodo comunque, pur innervata da forze nuove, la rappresentativa azzurra continuò a balbettare, perdendo col minimo scarto le due trasferte in Spagna e Portogallo, anche se il finale dell'anno, dopo la vittoria contro la Yugoslavia (2-1,con doppietta di Angiolino Schiavio) riservò una grande soddisfazione, il pareggio per 1-1 ottenuto contro la forte Uhgheria a Budapest, che riuscì soltanto a metà della ripresa a pareggiare con un rigore la rete messa a segno dagli azzurri in apertura di gara con Della Valle. Inoltre, proprio nel 1925 si era verificato un altro fatto di grande importanza per le successive vicende della Nazionale: era stata sciolta la famigerata Commissione Tecnica ed era stato deciso di affidare il tutto ad un solo uomo, proprio Vittorio Pozzo.