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ARRIVA MONDINO

Ancora una volta, bisogna ricominciare tutto. Sulla panchina arriva Mondino Fabbri, tecnico che ha costruito il miracolo del Mantova negli anni precedenti. Fabbri costruisce la nuova selezione sul blocco del Bologna, lasciando a casa i giocatori dell'Inter, che stanno dominando a livello internazionale. La grande vittoria di Vienna sembra l'inizio di una nuova era, ma poi arrivano i fattacci di Mosca a seminare il dubbio.  

Il Mondiale cileno rappresentava l'ennesimo passo indietro di un calcio che sembrava preda di una sorta di sindrome di Sisifo, ogni volta che il masso era stato portato in alto rotolava disastrosamente a valle. La Federazione si attivò subito per trovare il nuovo Commissario Tecnico, che fu individuato nella persona di Mondino Fabbri, colui che aveva costruito il miracolo del Mantova, portando i virgiliani dalla quarta alla massima serie. Il primo impegno della nuova Nazionale targata Fabbri, era uno di quelli che facevano tremare i polsi, poichè prevedeva l'escursione sul mitico terreno del Prater contro l'Austria, che pur non essendo più il mitico Wunderteam, era pur sempre una delle migliori squadre europee. Quel giorno, l'Italia fu disegnata su un mini blocco del Bologna (Tumburus, Fogli, Bulgarelli e Pascutti), su quello del Milan (Maldini, Trapattoni, Radice e Mora), e vide l'esordio di "Carburo" Negri, portiere del Mantova, e di Puja, interno rivelazione del Vicenza, mentre al centro dell'attacco c'era un oriundo, Sormani, che da poco era passato alla Roma sconquassandone le casse. La vittoria ottenuta da questa squadra, dalla quale erano stati del tutto esclusi i giocatori di quella Inter che pure si apprestava a vincere la sua prima Coppa dei Campioni, sollevò grande entusiasmo in Italia, spingendo la stampa specializzata a fare ingombranti paragoni con altre grandi imprese della nostra selezione nazionale del passato. Sembrava essere iniziato un nuovo periodo felice, per il nostro calcio, anche perchè stavano arrivando a maturazione tutta una serie di giovani e giovanissimi che aprivano grandi prospettive. E a giovarsene fu proprio la Nazionale, che chiuse il 1962 con una sonora vittoria sulla modesta Turchia, nel quadro delle eliminatorie della prima Coppa Europa, un 6-0 che non ammetteva repliche e propiziato da quattro reti dell'esordiente Orlando.
Il 1963, fu aperto da una nuova vittoria contro la Turchia, stavolta per 1-0, ad Istanbul, con una rete nel finale di Sormani. Il periodo felice proseguì con la netta affermazione sui campioni del mondo del Brasile, battuti 3-0 a Milano, nel giorno in cui Trapattoni nascose la palla ad un acciaccato Pelè, costringendolo alla sostituzione dopo meno di trenta minuti. Nella partita con i brasiliani, un risvolto emozionante fu costituito dall'esordio di Sandro Mazzola, il figlio del grande Valentino, il quale segnò anche una rete su rigore, costruendo un ponte ideale con il famoso papà scomparso a Superga. Il bis con l'Austria a Vienna, 1-0 con rete di Trapattoni, introdusse l'Italia alla sfida contro l'Unione Sovietica, per gli ottavi di finale di Coppa Europa. Mosca fu invasa da comitive di tifosi italiani, arrivati nella capitale sovietica con una duplice curiosità: conoscere più da vicino la capitale del comunismo e vedere la nuova Nazionale alle prese con una squadra che rappresentava una mina vagante. E la sorpresa fu non poca, visto il secco 2-0 rifilato dall'URSS, pur priva della sua stella Jascin, agli uomini di Fabbri. La sconfitta degli azzurri, fu agevolata da un lato dall'errata disposizione dei nostri uomini, con Maldini relegato all'ala a fare da spettatore della contesa, dall'altro dalla espulsione di Pascutti, reo di aver rifilato un pugno ad un avversario. La debolezza psicologica dei nostri calciatori, ancora una volta risaltava in maniera clamorosa. Nel caso di Pascutti, il fatto assunse aspetti parossistici, poichè fu costruita una polemica politica che con il fatto in questione c'entrava molto poco. Nella partita di ritorno, l'Italia non riuscì ad andare oltre l'1-1, recuperando il punteggio solo nel finale con Rivera e fu perciò eliminata prematuramente dalla competizione. Era la dimostrazione che c'era ancora molto da lavorare per riportare il nostro calcio in alto, a dispetto dei facili entusiasmi sollevati dalla vittoria di Vienna.             
   

L'EQUIVOCO TATTICO

Dopo lo choc causato dal rovescio con l'URSS, Fabbri cerca di mutare rotta. L'Italia si qualifica per i Mondiali inglesi del 1966, ma l'equivoco tattico che mina alla base il nostro calcio non accenna a dissolversi. La polemica tra Picchi e Rivera, viene risolta con l'esclusione dell'interista, ma Fabbri non sa che pesci pigliare. Vara l'esperimento dello stopper fluidificante, ma i risultati non sono quelli sperati. Il disastro si profila all'orizzonte.   

Il non felice esito della doppia sfida coi sovietici, rinfocolò le polemiche sulla stampa specializzata. In molti sostennero in quei giorni che l'Italia di Fabbri era forte coi deboli e debole coi forti e che una vera zavorra era rappresentata dalla mentalità dei nostri atleti. Il vero problema, però, stava nel costante equivoco tattico che continuava ad imprigionare il nostro calcio. Il campionato, infatti, era ormai da anni caratterizzato dallo squallido catenaccio che era il marchio di fabbrica della grande maggioranza dei nostri clubs. Poche, in quegli anni, erano state le alternative valide a quel sistema di gioco e solo una, il Bologna di Bernardini, aveva saputo volare alto anche a livello di risultati. Tra l'altro, il fatto che Fabbri continuasse a trascurare gli atleti interisti, indicava la volontà del tecnico di uscire da quella situazione, ma si restava sempre a metà strada, poichè negli appuntamenti importanti, la squadra era sempre costruita sul gioco degli avversari, come era stato dimostrato a Mosca con lo strambo esperimento di Maldini all'ala. Invece di approntare una squadra capace di imporre il proprio gioco e di sfruttare le caratteristiche tecniche dei migliori giocatori del nostro calcio, si preferiva sempre la scorciatoia rappresentata dal catenaccio, che però a livello internazionale ormai non pagava più.
E l'equivoco non accennava a diradarsi, anzi. Nel biennio successivo, quello che sarebbe terminato con i Mondiali inglesi, Fabbri continuò a ondeggiare tra conservazione e rivoluzione. Conscio del fatto che i vari Rivera, Mazzola e Bulgarelli costituivano un patrimonio tecnico da salvaguardare e sfruttare al meglio, cercò di cambiare strada più di una volta, senza però decidersi definitivamente in tal senso. E i risultati, rispecchiarono questa indecisione. Si passava da vittorie notevoli a cadute imbarazzanti, dal blocco Inter al mosaico, da una squadra offensiva al compromesso tattico, con una superficialità che denotava lo stato confusionale in cui versava il nostro calcio. Il massimo fu raggiunto in occasione delle qualificazioni per i Mondiali inglesi, nella partita contro la Scozia che vide l'Italia schierarsi con Rivera a regista e il blocco interista in difesa. La squadra azzurra fu sconfitta per 1-0, mettendo in pericolo la qualificazione e al termine della partita scoppiò una furnte polemica tra Picchi e Rivera. Il primo, sostenne, non a torto, che per fare il catenaccio occorrevano interni più portati alla corsa e al sacrificio di quanto non fosse il golden boy, il secondo, non meno a ragione, che il catenaccio serviva solo per tenere un uomo inutile come Picchi dietro a tutti. In effetti avevano ragione tutti e due, bisognava solo sciogliere l'equivoco in un senso o nell'altro. Cosa che fece Fabbri, escludendo dalla squadra Picchi per i successivi impegni, anche perchè sarebbe stato praticamente impossibile escludere il miglior giocatore italiano, Rivera, senza una rivolta dei critici e dei tifosi. Stavolta, la scelta di Fabbri dette i suoi frutti, poichè l'Italia, nel ritorno di Napoli riuscì a battere agevolmente gli scozzesi con un secco 3-0 che qualificava la nostra selezione alla fase finale. Ma se il punteggio dava ragione ai critici del catenaccio, c'era da considerare che una vera alternativa di gioco ancora non c'era. Fabbri, infatti, aveva capito in parte il danno che si stava facendo al nostro calcio insistendo su una cultura conservativa ed utilitaristica come quella del difensivismo ad oltranza, ma non sapeva che pesci prendere per poterne uscire. Una delle strade praticate, in tal senso, fu quella della "fluidificazione" che in sostanza prevedeva uno stopper capace di appoggiare il centrocampo e che, nelle sue uscite in avanti, veniva coperto da un libero che andava a prendere in consegna il centravanti avversario. Non era una follia, a livello tattico, anzi, ma per farlo ci sarebbe voluto un giocatore forte tecnicamente, frutto di un lungo addestramento capace di trasformarlo in una sorta di centromediano metodista moderno. Fu chiamato a questo compito il giovane Rosato che, pur bravo tecnicamente, non era il giocatore capace di costruire il gioco, essendo stato predisposto per la rottura di quello avversario. L'equivoco tattico del nostro calcio, stava per produrre il suo risultato più clamoroso.                   

I RIDOLINI COREANI CI FANNO PIANGERE

Il Mondiale comincia con la vittoria sul Cile. Poi, però, l'URSS sfrutta al meglio l'infortunio di Bulgarelli e ci batte. Basterebbe un pareggio con la Corea del Nord, per passare ai quarti, ma qui Fabbri si supera. Dopo aver definito "Ridolini" i coreani, mette in campo il bolognese che però non è in grado di giocare. Dopo aver sbagliato facili occasioni, l'Italia è battuta da un tiro del dentista Pak Doo Ik e deve tornare a casa. E' la pagina più vergognosa del nostro calcio.

In un quadro estremamente confuso, iniziava un anno topico per il calcio italiano, quel 1966 che doveva dire la verità in un senso o nell'altro. La stagione si aprì bene, con il pareggio a reti bianche in terra di Francia, squadra che pur essendo lontana anni luce da quella dei grandi Fontaine e Kopa, era pur sempre un ostacolo arduo per la grande rivalità tra le due compagini. A questo punto, però, la Federazione, consigliata da Fabbri, dette luogo ad un errore madornale, impostando la preparazione in vista dei Mondiali su una serie di partite casalinghe, senza predisporre neanche una trasferta. La cosa denotava chiaramente il disagio psicologico di Fabbri, che non si sentiva di affrontare le critiche che sarebbero sorte in caso di una sconfitta e che perciò aveva disegnato un calendario in grado di assicurargli risultati positivi sino alla kermesse iridata. Cosa che in effetti avvenne. La squadra azzurra, infatti, asfaltò la Bulgaria e il Messico (6-1 e 5-0) e battè nettamente l'Argentina di Lorenzo, con un netto 3-0 che sembrava il preludio ad un grande mondiale. Meno brillante fu la gara con gli austriaci, risolta grazie ad una rete di Burgnich. Da notare che nella gara con la Francia aveva esordito un altro giovane di grani prospettive, Gigino Meroni, a conferma che il nostro calcio, in quel momento, stava producendo tutta una serie di giovani campioni che promettevano di riportarlo a grandi livelli. Basti pensare alla giovane età dei vari Facchetti, Burgnich, Rosato, Rivera, Mazzola, Bulgarelli e Meroni, per capire come la Nazionale fosse in quel momento storico in preda ad un ricambio generazionale che poteva dare grandi frutti, a patto di fugare la nebbia creata da una confusione tecnica che non accennava a diradarsi.
Dopo il filotto di vittorie casalinghe, salutate con grande entusiasmo dall'ambiente, la Nazionale partì per la Gran Bretagna, confidando in grande risultato. La nostra selezione era stata sorteggiata in un girone non proibitivo, con Cile, URSS e Corea del Nord. L'URSS era la stessa che ci aveva sbattuto fuori dall'Europeo e come tale andava presa con la dovuta cautela, ma i cileni, fuori casa, non erano certo uno spauracchio e con loro c'era in piedi la questione risalente a quattro anni prima. Poi, la Cina e qui c'era poco da dire, almeno sulla carta, tanto che Fabbri, che era andato a spiarli, se ne uscì fuori con una descrizione che sarebbe rimasta a lungo famosa: "Ridolini".
Il torneo, cominciò nel migliore dei modi, almeno sotto il profilo del risultato, con la vittoria sui cileni. Il 2-0 finale, però, mascherava una condotta non proprio esaltante della nostra squadra, che aveva corso più di un rischio tra le reti di Mazzola e Barison. Fabbri, che per inciso non era una persona adusa alla modestia, non si accorse dei difetti palesati dagli azzurri e continuò a dispensare stucchevoli lezioni nel ritiro stabilito nei pressi di Newcastle, invece di lavorare per correggere quei difetti. Il risultato, fu la sconfitta con l'URSS, propiziata anche da un infortunio a Bulgarelli che lasciò i nostri in dieci contro una squadra estremamente solida dal punto di vista atletico. Ad aggravare il tutto, concorse anche lo strambo impiego di Facchetti, messo a guardia di Cislenko, senza poter mai sfruttare quella che era la sua specialità, lo sganciamento in avanti compito cui era invece demandato Rosato. Restava la gara coi coreani, in cui l'Italia aveva a disposizione due risultati su tre per qualificarsi, ma qui entrò in gioco la mancanza di modestia di Fabbri, il quale decise di rimandare in campo Bulgarelli, che aveva un ginocchio in panne, confidando sulla asserita scarsezza degli avversari che pensava di poter battere anche con un uomo non al meglio. Il problema, stava nel fatto che Bulgarelli non poteva giocare e infatti, dopo pochi minuti, l'Italia si ritrovò in dieci contro una muta di avversari che, se non erano fenomeni dal punto di vista tecnico, correvano come matti. Nei primi minuti, gli avanti italiani sbagliarono una serie di facili occasioni, facendo squillare un primo campanello di allarme. La rete alla mezzora del dentista Pak Doo Ik, bastò poi alla Corea per rimandarci a casa, tra la costernazione e l'ira dei tifosi italiani. Che si espresse in due modi: coi pomodori, riservati agli azzurri al loro ritorno a Genova e con il drastico calo di paganti e abbonati alla ripresa del campionato di calcio. Nè andò meglio a Fabbri: incensato prima dei Mondiali, dopo la ridicola pagina scritta con la Corea fu costretto praticamente ad entrare in clandestinità per non essere linciato. Mai come in questa occasione, si rivelò giusto il detto: chi è causa del suo male, pianga sè stesso. Per il povero Mondino era ormai una messa al bando.