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UN NUOVO INIZIO

Dopo la disfatta di Belfast, l'Italia comincia la ricostruzione, l'ennesima. Un esaltante pareggio a Wembley, con l'Inghilterra di Bobby Charlton (e poteva essere la prima vittoria) dimostra che i giocatori ci sono. Arriva Viani sulla panchina e la combina grossa a Barcellona. Con l'Italia in vantaggio, toglie Lojacono ed inserisce Ronzon: finisce 3-1 per gli iberici. Scocca l'ora delle Olimpiadi romane.  

La lezione data dall'Irlanda, avrebbe dovuto una immediata reazione da parte di un calcio come quello italiano che rappresentava pur sempre uno dei movimenti di spicco dello sport calcistico mondiale. Invece continuava a farla da padrona la confusione, simboleggiata da quella Commissione Tecnica cui la Federazione non riusciva a rinunciare. La prima gara del dopo Belfast, vide l'Italia, affidata a Giovanni Ferrari, opposta ad una vecchia rivale, quell'Austria che pur non essendo più lo spauracchio degli anni '30, rappresentava pur sempre un avversario di rango. La partita disputata al Prater il 23 marzo del 1958 vide un certo rinnovamento nelle nostre file, con l'esordio di Garzena, Emoli, Silvano Moro, David e Petris, tutti giocatori che pur essendo tra i migliori del nostro massimo campionato, non erano certo in grado di raddrizzare in poco tempo una situazione che continuava ad essere difficile. La partita di Vienna, vide una buona Italia cedere solo nel finale, dopo essere stata a lungo in vantaggio e, se c'era comunque poco da esaltarsi, dimostrava che una base per poter lavorare esisteva. Il 1958, anno infausto come pochi nella storia del nostro calcio, terminò con due pareggi, quello in Francia (2-2), che vide l'esordio tra i pali di Lorenzo Buffon e all'ala di Pascutti, e contro la forte Cecoslovacchia di Masopust (1-1).
Il 1959, si aprì con un pareggio contro la forte Spagna di Di Stefano, un 1-1 siglato dall'argentino naturalizzato spagnolo e da un altro argentino, Lojacono, naturalizzato italiano. Poi arrivò la gara di Wembley contro l'Inghilterra a donare un raggio di sole. Quel giorno, infatti, di fronte ad una squadra fortissima guidata dal fenomenale Bobby Charlton e da "Mr. Football" Haynes, gli azzurri, dopo aver rischiato il tracollo, riuscirono a rimontare le due iniziali reti svantaggio grazie alle segnature di Brighenti e Mariani, rispondendo sul campo allo sgarbo della Banda Reale che, prima della partita, aveva suonato la Marcia Reale di Casa Savoia invece dell'Inno di Mameli. E il risultato avrebbe potuto essere anche migliore, se, sul finire della contesa, Petris non avesse mancato la facile occasione del 3-2. Nelle successive partite, gli azzurri confermarono di essere sulla buona strada, perdendo solo di misura a Praga con la Cecoslovacchia, pareggiando con l'Ungheria e vincendo nettamente con la Svizzera.
Intanto, stava per scoccare l'ora di Gipo Viani. L'inventore del Vianema, infatti, fu incaricato di assumere la guida tecnica delle squadre nazionali, proprio prima dell'incontro contro la Spagna in programma a Barcellona, il 13 marzo del 1960. Era una buona scelta, visto quello che era riuscito a fare Viani in qualità di General Manager al Milan, ove aveva diretto tutta una serie di allenatori che difficilmente osavano contrastare le sue decisioni. A Barcellone, però, Viani la combinò grossa. Dopo un primo tempo nel quale l'Italia aveva ben tenuto il campo, andando in vantaggio con Lojacono, il tecnico aveva pensato di difendere il risultato nella ripresa inserendo l'interno Ronzon al posto dell'autore del goal. La manovra degli azzurri, si era così spenta e una Spagna ringalluzzita aveva segnato tre reti, punendo oltremodo le alchimie tattiche di Viani. Era l'ennesima dimostrazione, che più che la mancanza di giocatori, a frenare la nostra selezione era la mancanza di coraggio e quella tendenza alla furbizia che a livello internazionale difficilmente pagava. E che il materiale tecnico non fosse proprio di scarsa importanza, lo avrebbero dimostrato le Olimpiadi romane dello stesso 1960.             
   

LE OLIMPIADI DI ROMA

Alle Olimpiadi del 1960, la squadra italiana, guidata da un giovanissimo Rivera e allenata da Viani e Rocco, si fa valere, pur opposta alle Nazionali maggiori dell'Est Europa e perde il podio solo a causa della monetina. Fa il suo esordio Sivori e risolve la gara con l'Irlanda del Nord. Ancora ad un passo dalla storica affermazione con l'Inghilterra, l'Italia vede i suoi sforzi vanificati dalle incertezze di Vavassori.   

Subito dopo la sconfitta di Barcellona, Viani si dedicò alla selezione olimpica, squadra sulla quale puntava molto in vista di un futuro migliore. Quella delle Olimpiadi, era una carta rischiosa. Come al solito, infatti, le selezioni dell'Europa Orientale potevano contare su una interpretazione del regolamento che gli permetteva di schierare le vere e proprie Nazionali, mentre i paesi occidentali, ove vigeva il professionismo, erano costrette a puntare su giovanissimi universitari che non avevano ancora avuto il primo contratto. In particolare, la nostra squadra era impostata su un giovanissimo alessandrino, Gianni Rivera, su cui si erano accentrati gli sguardi degli esperti di calcio giovanile e che era annunciato come un futuro fuoriclasse. Viani decise di seguire con grande attenzione le gesta della nostra Olimpica e non se ne pentì sicuramente. Proprio per evitare brutte sorprese, Viani decise di avvalersi della collaborazione di Nereo Rocco, tecnico abituato a fare miracoli con un materiale tecnico non proprio di primordine, come aveva fatto negli anni precedenti con Triestina e Padova. Inserita in un girone di ferro con Inghilterra e Brasile, l'Italia, dopo aver superato il facile scoglio rappresentato da Taiwan, riuscì nell'impresa di pareggiare con l'Inghilterra e di battere il Brasile, terminando il girone eliminatorio al primo posto. In semifinale, si trovò di fronte la forte Yugoslavia e in questa partita dimostrò che il nostro calcio giovanile era in grado di assicurare un roseo futuro. La squadra slava, infatti, dovette sudare le proverbiali sette camicie per resistere  all'impeto di Rivera e compagni e non bastarono neanche i supplementari per dirimere la questione su quale delle due squadre dovesse andare in finale. Si andò così alla monetina e il responso fu a favore della Yugoslavia. Ma l'avventura non era ancora terminata, poichè restava da giocare la finalina per la medaglia di bronzo, ove Rivera e compagni si trovarono di fronte un altro ostacolo da far tremare i polsi, la forte Ungheria che era stata sconfitta a sorpresa dalla Danimarca. Anche in quella partita, gli azzurrini buttarono sul campo ogni stilla di energia impegnando allo strenuo i più esperti rivali, i quali riuscirono infine a vincere col minimo scarto (2-1). Se non erano arrivate medaglie, ci si poteva però consolare con la dimostrazione che il materiale su cui contare per gli anni a venire c'era.
Il 1960 si chiuse in maniera non esaltante, con la sconfitta di Napoli contro l'Austria, mentre il 1961 si aprì con la novità di Sivori, anche lui naturalizzato e subito arruolato per la causa azzurra. Proprio l'argentino risolse la partita contro l'Irlanda del Nord che fece da prologo all'ennesima sfida con l'Inghilterra, quella del 24 maggio all'Olimpico, che vide i bianchi vincere 3-2 dopo essere stati a lungo in svantaggio. In quella occasione, l'Italia, che era stata di nuovo affidata a Giovanni Ferrari, fu molto sfortunata. Al 56', infatti, Buffon fu costretto a lasciare il campo in favore di Vavassori e proprio il nuovo entrato denunciò una serie di esitazioni dovute alla mancanza di un adeguato riscaldamento, che propiziarono le reti del successo inglese. Per il povero Vavassori, fu un colpo definitivo ad una carriera che sino ad allora era andata in crescendo, tanto che alla fine di quell'anno la Juventus lo cedette al Catania, dopo che l'opinione pubblica lo aveva massacrato additandolo come il responsabile della mancata vittoria con gli inglesi. L'ultima partita di un anno in chiaroscuro, fu quella con l'Argentina, disputata a Firenze e vinta con un netto 4-1 e nel corso della quale faceva il suo esordio un portiere del quale si sarebbe parlato ancora a lungo, il fiorentino Albertosi.              

LO SCANDALO CILENO

L'Italia elimina Israele e si qualifica per il Mondiale del 1962, in Cile. Continua l'afflusso di oriundi, e dopo Sivori e Lojacono tocca ad Altafini e Maschio. In Sud America parte una campagna di stampa contro i traditori che prepara il terreno per quanto succederà poi. In Cile, dopo lo 0-0 con la Germania, l'Italia perde 2-0 col Cile e viene eliminata, anche grazie ad uno scandaloso arbitraggio dell'inglese Aston. La vittoria contro la Svizzera, non serve a nulla.

Cominciava così il biennio che doveva introdurre l'Italia al Mondiale cileno, un appuntamento che non poteva essere fallito, dopo il clamoroso esito del 1958. L'Italia, per accedere al tabellone finale della settima Coppa Rimet, doveva affrontare Israele, ostacolo che non poteva certo essere considerato arduo, ma che, dopo quanto successo a Belfast, non poteva essere assolutamente sottovalutato. E gli azzurri non lo fecero, andando prima a vincere a Tel Aviv per 4-2, dopo aver chiuso sotto di due reti il primo tempo e replicando a Torino con un sonante 6-0. Il minimo era stato ottenuto, adesso rimaneva da approntare una squadra in grado di reggere il confronto in Sud America. La preparazione in vista della trasferta cilena, si ridusse però a due sole gare, quella con la Francia, battuta 2-1 a Firenze e quella col Belgio, regolato 3-1 a Bruxelles. Intanto continuava l'afflusso di oriundi in azzurro. A Sivori e Lojacono, si erano infatti aggiunti Altafini, già campione del mondo nel 1958 con il Brasile e l'argentino Maschio, altro angelo dalla faccia sporca. E proprio il massiccio ricorso agli oriundi, avvelenò non poco la vigilia del mondiale, poichè in Sud America fu approntata una campagna di stampa che bollò gli oriundi come veri e propri traditori, preparando il terreno per quello che sarebbe successo di lì a poco. Ma non fu solo la stampa ad avvelenare la vigilia, poichè cominciarono anche ad arrivare lettere minatorie contenenti esplicite minacce che, se andavano prese più che altro come una forma di intimidazione psicologica, non facevano presagire nulla di buono. Alla atmosfera infiammata, preparata dall'esterno, si andò poi ad aggiungere il ritiro claustrale deciso dalla Federazione, per fare in modo che gli atleti non potessero distrarsi prima di un appuntamento così importante. Omar Sivori, anni dopo, raccontò con grande ironia quanto era successo nel corso di quel ritiro e fece chiaramente capire come l'aver rinchiuso quelli che in fondo erano solo dei ragazzi, sortì un effetto contrario a quello desiderato, poichè a furia di pensare solo alla partite da giocare, i giocatori italiani arrivarono alle stesse già cotti dal punto di vista mentale. E fu proprio quello che si vide chiaramente nelle prime due partite in terra cilena. L'Italia, sorteggiata in un girone non proprio facile, con i padroni di casa, i Campioni della Germania Ovest e la Svizzera, partì pareggiando con i tedeschi, uno 0-0 squallido, che fu ottenuto mettendo in campo una squadra estremamente coperta, col chiaro intento di fronteggiare i rivali sul piano atletico. Col Cile, poi, furono addirittura tolti Rivera e Sivori, condannando in partenza l'Italia ad una gara di puro contenimento. Quel giorno, poi, a complicare tutto, ci si mise la scandalosa direzione arbitrale dell'inglese Aston. I cileni, infatti, sospinti da un pubblico indemoniato, cominciarono immediatamente a giocare in modo intimidatorio. Gli azzurri abboccarono e si ritrovarono presto in 9, per le espulsioni di David e Ferrini. Se quella di David era però sacrosanta, la cacciata di Ferrini fu dovuta ad una cervellotica decisione del direttore di gara che non punì il cileno Sanchez, che aveva spaccato il setto nasale a Maschio, ma punì il granata intervenuto a difesa del compagno. Nel finale, con l'Italia ridotta in nove uomini, il Cile segnò due reti con Ramirez e Toro, che sancirono la pratica eliminazione della nostra selezione. Rimaneva infatti solo una partita, quella con la Svizzera che fu vinta per 3-0 e che dimostrò in maniera lampante tutti gli errori fatti in sede di conduzione. Contro gli elvetici, infatti, quando ormai il risultato non contava più, gli azzurri furono lasciati liberi di giocare e riuscirono a dimostrare il loro effettivo valore, a partire dall'esordiente Bulgarelli, autore di una pregevole doppietta. Rimaneva comunque il rammarico per quello che avrebbe potuto fare la squadra se fosse stata lasciata libera di esprimere il suo talento, che non era poco.